Come diventare Consulente del Lavoro

Il Consulente del Lavoro è quella figura professionale a cui si affidano le aziende per gestire il personale nell’ambito della legislazione vigente in materia di lavoro. Per legge, tutte le aziende sono tenute ad una serie di adempimenti in campo di gestione del personale per cui è necessario affidarsi ad una figura specializzata: il Consulente del Lavoro.  

I Consulenti del lavoro in Italia sono 27.000, hanno circa 100.000 dipendenti, amministrano circa 1.250.000 aziende con 8 milioni di addetti, redigono 1.550.000 dichiarazioni dei redditi e esercitano funzioni di conciliazione o di consulenza di parte o di consulenza tecnica del giudice in oltre 100.000 vertenze di lavoro. 

business e consulenza del lavoro

Quanto guadagna un Consulente del Lavoro

Negli ultimi anni è diventata una professione molto ambita: per un consulente del lavoro competente, conosciuto e affidabile il guadagno mensile può arrivare a superare i 3.000 euro. Lo stipendio medio è di circa 1770 € netti al mese, ma bisogna dire però che essendo un libero professionista, non è facile individuare un reddito preciso di riferimento, dal momento che il guadagno varia in base al numero di aziende che segue, alle loro dimensioni, a quante mansioni svolge, etc.  

Allo stesso tempo, fare una media del reddito è fuorviante, perché dobbiamo considerare coloro che hanno appena iniziato la professione così come i professionisti più affermati e titolari di studi professionali. Ma possiamo tranquillamente affermare che è una professione molto remunerativa: tra le professioni più remunerative in base al reddito dichiarato all’Agenzia delle Entrate, al primo posto ci sono i notai, poi i commercialisti e quindi al terzo posto i consulenti del lavoro. Le prospettive occupazionali sono buone, dal momento che è una figura essenziale soprattutto per piccole e medie imprese, che rappresentano il modello principale del tessuto produttivo italiano.  

Spesso i servizi di Consulente del Lavoro sono offerti ai clienti dagli studi di Commercialista. In questi casi, lo studio si appoggerà comunque ad un Consulente del Lavoro esterno. Nel caso di grandi studi, spesso questi rapporti possono diventare esclusivi, e soprattutto per chi ha iniziato da poco l’attività può essere conveniente essere assunti come dipendenti, dal momento che confrontarsi da subito con la concorrenza di professionisti affermati può essere rischioso. Per questo molti iniziano come dipendenti, con un guadagno minore ma sicuro, prima di intraprendere la carriera da libero professionista. 

Cosa fa il consulente del lavoro 

consulenza lavoro

Le mansioni del consulente del lavoro riguardano tutto ciò che ruota attorno alla normativa in materia di lavoro, sia per le grandi aziende che per le piccole e medie imprese. Le attività principali del consulente del lavoro consistono in: 

  • Inquadrare i dipendenti all’interno dell’azienda; 
  • informazione sugli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori; 
  • tenuta del libro matricola, libro paga e prospetti paga; 
  • Denunciare i lavoratori occupati agli uffici INPS e INAIL e agli uffici del Ministero del Lavoro; 
  • Studio e gestione dei criteri e delle modalità di retribuzione; 
  • Occuparsi della selezione e formazione del personale; 
  • Ricoprire il ruolo di consulente nei contenziosi; 
  • Effettuare servizio di consulenza in materia di lavoro; 
  • Offrire consulenza tecnica di ufficio o di parte; 
  • Esercitare controllo ed eventualmente denunciare attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. 

Per svolgere al meglio questi compiti, il consulente dovrà avere specifiche competenze in ambiti come: 

  • Diritto privato e pubblico 
  • Diritto del lavoro, sindacale e tributario 
  • Elementi della normativa sulla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori in tutti i settori di attività privati e pubblici 
  • Normativa sul mercato del lavoro 
  • Normativa previdenziale e pensionistica 
  • Normativa sui contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) 
  • Adempimenti e scadenze fiscali 
  • Economia aziendale 
  • Elementi di ragioneria 
  • Normativa in materia di tutela della Privacy 
  • Procedure di gestione del personale 
  • Elementi di normativa fiscale e tributaria 
  • Sistemi retributivi 
  • Tecniche di gestione contabile e finanziaria e della contrattazione 
  • Vocabolario tecnico fiscale, del lavoro e della legislazione sociale 

Come si può facilmente intuire, è un lavoro che comporta una gran mole di responsabilità, dal momento che errori o interpretazioni sbagliate delle norme possono portare a grandi danni economici per le aziende. Il Consulente del Lavoro è tutelato legalmente nella misura in cui, secondo sentenza della Cassazione,  

“deve considerarsi responsabile verso il cliente in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge e in genere nei casi in cui possa ravvisarsi negligenza o imperizia, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la responsabilità del professionista medesimo a meno di dolo o colpa grave”. 

cassazione

Il percorso per diventare consulente del lavoro 

Come abbiamo appena visto, le competenze che deve possedere il consulente del lavoro sono molteplici. Per diventare consulenti del lavoro è richiesto una formazione universitaria che sia basata sull’acquisizione di nozioni e competenze economico-giuridiche: i percorsi di studi possibili sono una laurea triennale o quinquennale presso facoltà di giurisprudenza, economia, scienze politiche, per la precisione: 

  • scienze dei servizi giuridici; 
  • scienze politiche e delle relazioni internazionali; 
  • scienze dell’economia e della gestione aziendale; 
  • scienze dell’amministrazione; 
  • scienze economiche; 
  • scienze giuridiche. 

Oppure una laurea quadriennale in giurisprudenza, in scienze economiche e commerciali o in scienze politiche, nello specifico: 

  • giurisprudenza; 
  • scienze dell’economia; 
  • scienze della politica; 
  • scienze delle pubbliche amministrazioni; 
  • scienze economico-aziendale; 
  • teoria e tecniche della formazione e dell’informazione giuridica. 

L’ultima opzione è il diploma universitario o la laurea triennale in consulenza del lavoro

Una volta concluso il percorso di studi, è obbligatorio un praticantato (tirocinio obbligatorio) di diciotto mesi presso uno studio di un consulente del lavoro iscritto all’albo da almeno cinque anni. I primi sei mesi di praticantato possono essere anche svolti durante la formazione universitaria, in presenza di una specifica convenzione universitaria. È obbligatoria l’iscrizione al Registro dei praticanti tenuto dal Consiglio dell’Ordine provinciale. 

Il tirocinio richiede diligenza, assiduità e una regolare frequenza dello studio professionale, in maniera che il praticante possa acquisire tutti i fondamenti scientifici, tecnici, etici e deontologici della professione, insieme alla metodologia e alle competenze necessarie allo svolgimento delle mansioni del Consulente del Lavoro. 

Nello specifico, il praticante deve frequentare lo studio professionale per almeno 20 ore settimanali, sotto diretta supervisione del professionista indicato al Registro come affidatario, partecipando attivamente alle attività caratterizzanti la professione di Consulente del Lavoro. Il Consiglio dell’Ordine provinciale predispone un fascicolo formativo per il praticante, sul quale lo stesso praticante dovrà indicare le attività professionali e formative a cui ha partecipato o assistito, e questo registro dovrà essere convalidato dal professionista affidatario, sottoscrivendo le attività dichiarate dal praticante. 

Iscrizione all’albo 

Una volta completato il percorso di formazione, per esercitare la professione bisogna iscriversi all’Albo dei Consulenti del Lavoro, dopo aver superato l’esame di Stato per ottenere l’abilitazione. 

L’esame di stato si svolge una volta l’anno è costituito da prove scritte e orali sulle seguenti materie: 

  • Diritto del lavoro; 
  • Diritto tributario; 
  • Diritto costituzionale;  
  • Diritto privato; 
  • Diritto penale; 
  • Legislazione sociale; 
  • Economia aziendale. 

L’esame è strutturato in due prove scritte, la prima un tema su materie del diritto del lavoro e della legislazione sociale e la seconda una prova teorico-pratica in diritto tributario, seguite da una prova orale incentrata sulle materie di diritto del lavoro, legislazione sociale, diritto tributario, elementi di diritto privato, pubblico e penale e nozioni di ragioneria, con particolare riguardo alla  rilevazione del costo del lavoro ed alla formazione del bilancio. 

Una volta superato l’Esame di stato, la condizione per esercitare la professione è l’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro, presso l’Ordine provinciale, mediante l’apposita istanza di iscrizione (corredata da marca da bollo e due fototessere) e il versamento di 168 € di tassa di concessione governativa. Per iscriversi all’Albo non devono essere in corso rapporti di lavoro alle dipendenze dello Stato, per cui non si può essere impiegati della Pubblica Amministrazione, sia a livello nazionale che locale. Inoltre l’iscrizione all’Albo è incompatibile con l’attività di giornalista professionista, per i dipendenti degli istituti di patronato o delle associazioni sindacali dei lavoratori, per gli esattori di tribut e, i notai. 

Gli Ordini provinciali sono più di 100 sul territorio nazionale, e sono coordinati dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, organo della pubblica amministrazione che gestisce anche l’organo previdenziale dei Consulenti del Lavoro, l’ENPACL. 

Oltre all’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro è obbligatoria anche la formazione professionale continua, che prevede il raggiungimento di minimo 50 crediti formativi ogni due anni, di cui 6 nelle materie di ordinamento professionale e codice deontologico; in ciascun anno formativo è obbligatorio conseguire almeno 16 crediti. Ogni Consulente del Lavoro può beneficiare, nel biennio, di un debito formativo per un massimo di 9 crediti, i quali dovranno essere recuperati nei primi sei mesi del biennio successivo. I crediti formativi si ottengono attraverso la frequenza di corsi di aggiornamento in aula organizzati dai vari Consigli degli Ordini provinciali o di altri eventi che possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi e da altri soggetti, autorizzati dal Consiglio Nazionale. Per ogni ora di frequenza viene riconosciuto un credito formativo. Attività formative come docenze, pubblicazioni o simili possono contribuire per un massimo di 30 crediti, e il 40% dei crediti complessivi può essere ottenuto grazie ad attività di e-learning.  

Direttore delle Comunicazioni – Italia

TikTok - Annuncio di lavoro per la ricerca di un direttore delle comunicazioni - Italia

TikTok è una destinazione per i video mobili in formato ridotto. La nostra missione è catturare e presentare la creatività, la conoscenza e i momenti del mondo che contano, direttamente dal telefono cellulare.

TikTok consente a tutti di essere un creatore e incoraggia gli utenti a condividere la loro passione ed espressione creativa attraverso i loro video.

TikTok ha sede a Los Angeles, con uffici globali a Londra, Tokyo, Seul, Shanghai, Pechino, Singapore, Giacarta, Mumbai e Mosca. All’inizio del 2018, TikTok era una delle app più scaricate al mondo. TikTok è disponibile in tutto il mondo per iOS e Android.

Descrizione del lavoro

  • Costruire ed eseguire strategie e programmi di comunicazione.
  • Lavorare con i media italiani, comprese le storie di lancio e la costruzione e gestione delle relazioni.
  • Lavorare a stretto contatto con e supportare i membri del team aziendale e dei prodotti in campagne e iniziative relative alla comunicazione, anche in settori relativi a partenariati, prodotti, operazioni e opportunità di marketing.
  • Educare la stampa, i blogger e gli influenzatori su TikTok e le sue iniziative.
  • Sviluppare un piano di comunicazione e collaborare con team e agenzie.
  • Gestione dei media e gestione quotidiana delle principali relazioni con i media.
  • Preparare materiale informativo e gestire i portavoce.

Requisiti

  • Laurea triennale o superiore.
  • 7+ sette anni e più di esperienza lavorativa pertinente (Internet come background tecnico, richiesto).
  • Eccellenti capacità comunicative scritte, inclusi comunicati stampa e materiale di comunicazione.
  • Un eccellente comunicatore in grado di costruire con successo relazioni con le principali parti interessate sia internamente che esternamente.
  • Esperienza di lavoro con i leader aziendali per raggiungere gli obiettivi di comunicazione.
  • Esperienza nella gestione di problemi e crisi.
  • Il candidato è un giocatore di squadra che può guidare progetti e forti capacità di gestione dei progetti.
  • Avere uno spirito imprenditoriale, inclusa la capacità di lavorare in modo indipendente.
  • Temi forti e priorità di giudizio e capacità decisionali.
  • Esperienza lavorativa nei social media, Internet, aziende tecnologiche essenziali.
  • È preferita l’esperienza di lavoro in un ambiente transnazionale e multiculturale.

Per applicare a questa posizione potete cliccare su questo link e compilare i dati richiesti.

Professione massaggiatore

Nell’immaginario collettivo la professione di massaggiatore, soprattutto se declinata al femminile, dà spesso adito a facili ironie e fraintendimenti.
Tale professione, e sottolineiamo professione, paga lo scotto di un pesante pre-giudizio come tutte le professioni che si occupano del benessere e del piacere dell’individuo.

Quella di massaggiatore è una professione in piena regola, che non può essere improvvisata, e che investe chi la esercita di una serie di responsabilità, che richiede una formazione specifica, diversa in base agli ambiti in cui si deciderà di andare a operare.

In realtà già nell’antichità erano note le proprietà benefiche dei massaggi in grado di alleviare dolori muscolari e non solo dovuti a malesseri non per forza di natura organica. Da questa primordiale intuizione molta strada è stata fatta, ma intorno alla professione di massaggiatore c’è ancora molta confusione.

Proveremo, qui di seguito, a fare un po’ di chiarezza.

Le specializzazioni del massaggiatore professionista

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

Come si legge nel decreto legislativo n° 741 del 14.09.94: “il fisioterapista è l’operatore sanitario in possesso del diploma universitario abilitante, che svolge in via  autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti a eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita”.

Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

In questa sede ci occuperemo dei professionisti afferenti alla seconda categoria e cioè ad alcune, tra le tante, professioni di massaggiatore che non rientrano nelle categorie sanitarie come ad esempio:

  • Massaggiatore Olistico
  • Massaggiatore Shiatsu
  • Massaggiatore Sportivo
  • Massaggiatore Estetico

La prima cosa da ribadire è che tali professionisti non sono operatori sanitari e non eseguono prestazioni di tipo medico. Non è negli obiettivi dei massaggiatori non medicali (a prescindere dalle tecniche di intervento che adottano) andare a risolvere o intervenire o curare patologie mediche specifiche. Nel momento in cui va a intervenire, un massaggiatore sa bene – e questo deve essere chiaro anche al suo cliente – che il suo intervento non è e non deve essere sostitutivo di un intervento di tipo terapeutico; infatti, un massaggiatore non medicale non fa diagnosi, non prescrive farmaci né terapie di altro genere.

Poiché mettere “le mani addosso” alle persone è un lavoro di grande impegno e responsabilità, anche i professionisti di questo settore devono mostrare competenze, abilità, devono rispettare un codice etico e soprattutto devono formarsi in maniera adeguata seguendo corsi specifici, fare molta pratica e tenersi sempre aggiornati professionalmente.

Il massaggiotore Olistico e del Benessere

Un massaggiatore olistico si differenzia su molti punti dalle categorie professionali che si occupano di massaggi in area sanitaria. Allo stesso modo non può essere paragonato neanche alla figura professionale di osteopata né a quella di chiropratico.

Sia l’osteopatia sia la chiropratica sono considerate pratiche mediche non convenzionali. Ciò non toglie che un osteopata e un chiropratico (divenuti tali dopo un corso specialistico) possano essere in possesso di una laurea in medicina. Ma tali figure professionali, senza il supporto di un percorso di studi di tipo universitario in medicina non possono – al pari di un operatore olistico – effettuare diagnosi e prescrizioni farmacologiche, rilasciare certificati o effettuare indagini diagnostiche.

Un massaggiatore olistico effettuando interventi non invasivi, si occupa dell’individuo nella sua interezza. Olistico infatti deriva dal greco olos e significa appunto tutto intero.

Spesso capita che nella cura delle patologie, di qualunque natura esse siano, i professionisti della salute si concentrino su ciò che non va, sulla malattia, perdendo di vista l’individuo. L’operatore olistico, in generale, parte dall’individuo nel suo complesso nella sua complessità. Attraverso le tecniche di massaggio mira a far sperimentare al soggetto un’esperienza di benessere. Il massaggio olistico non interviene su una zona soltanto, ma la manipolazione riguarda tutto il corpo del soggetto. Il tatto, il semplice appoggiare le mani sul corpo della persona che si sottopone a un massaggio olistico attiva un flusso comunicativo tra massaggiatore e cliente. I benefici sono a 360°: dalla respirazione che diventa più regolare, alla pelle che diventa più rilassata ed elastica, alla sensazione di benessere generalizzato che agisce direttamente anche sull’umore dell’individuo. Non basterà certo una seduta di massaggio per risolvere tensioni emotive profonde, dare stabilità all’umore di persone ciclotimiche: per queste e altre cose è bene sempre rivolgersi a professionisti del settore come gli psicologi. Ciò non toglie che stress situazionali, momenti “pesanti” della propria esistenza, disagi emotivi transitori, possano trovare sollievo anche grazie ad accurati trattamenti legati al corpo perché – è bene dirlo – l’antica suddivisione cartesiana tra mente e corpo è ormai passata di moda. Mente e corpo sono due aspetti della stessa medaglia, legati indissolubilmente: testimonianza di ciò è l’alta incidenza delle malattie psicosomatiche.

La figura professionale di Massaggiatore Olistico e del Benessere, è una figura ben precisa regolamentata da leggi, considerata attività legittima secondo la Costituzione Italiana (art. 3, 4, 35 e 41) e dal Codice Civile (art. 2060, 2061, 2229) oltre che in virtù della legge 4 del 14 gennaio 2013 (libertà nell’esercizio delle professioni non organizzate in ordini o collegi). Fermo restando il fatto di non sconfinare nelle professioni sanitarie.

Il massaggiatore Shiatsu

Altra categoria professionale molto ambita e ricercata è quella del Massaggiatore Shiatsu.

I massaggi Shiatsu, insieme ai massaggi Ayurvedici e a quelli Thai sono tra le tecniche più conosciute di massaggio orientale.

Lo Shiatsu più che una tecnica di massaggio può essere considerata una filosofia di vita importata dalla cultura giapponese ma che da anni ha conquistato l’Occidente sempre alla ricerca di un modo per creare e mantenere un equilibrio tra mente e corpo, cosa in cui la tradizione secolare orientale eccelle. Le tecniche del Massaggio Shiatsu sono molto antiche: esse si basano su una manipolazione del corpo tramite digitopressioni su punti nodali corporei ed emozionali. Ricordiamo che la parola Shiatsu deriva dall’unione di due parole Shi che significa dito, e Atsu che significa pressione.

Lo Shiatsu è più di una tecnica rilassante o di un metodo per sciogliere le contratture: essa può essere considerata una pratica complessa che mira a “sbloccare” le energie dell’individuo. Potremmo semplificare dicendo che – anche se potrebbe sembrare un paradosso – le tecniche Shiatsu decomprimono tramite una pressione.

Il massaggio Shiatsu interviene non solo sul corpo ma anche sulla mente e sulla parte “spirituale” dell’individuo, per ritrovare l’equilibrio delle parti, creare o ricreare un’armonia. Tale tecnica non ha nulla a che fare con le manovre tipiche di altri massaggi. Nello Shiatsu non si muovono le mani sul corpo in maniera generica, ma si va a lavorare su quelli che sono definiti i Cinque Pilastri dell’Armonia: pressione, respiro, perpendicolarità, postura, sensazione.

Tali tecniche si possono apprendere frequentando un corso di massaggio Shiatsu, formazione specifica da perseguire dopo aver ottenuto un diploma per la professione di massaggiatore. In Italia tale corso è riconosciuto ed è la conditio sine qua non per accedere a una specializzazione secondaria in tecniche orientali, tra cui appunto lo Shiatsu.

Già con la qualifica di massaggiatore – ottenuta tramite diploma – si può accedere al mondo del lavoro. Avere un’altra specializzazione (o più di una) è sinonimo di maggiore competenza, aggiornamento professionale, indice di serietà e affidabilità.

Nello specifico, la formazione Shiatsu presuppone una durata di almeno due anni, ed è una formazione che mira non solo a trasferire all’allievo le principali tecniche di digitopressione, ma si occupa di immergere gli aspiranti esperti in un modus operandi che corrisponde a una filosofia di vita.

Anche un fisioterapista – che ricordiamo essere un professionista del massaggio di tipo medico-riabilitativo – dopo il percorso di laurea in fisioterapia, può ampliare il suo bagaglio di conoscenze tramite la frequentazione di un corso di massaggio Shiatsu.

Ma, attenzione! non esiste un solo tipo di massaggio Shiatsu. Esistono tre stili, proposti da maestri diversi e scuole di pensiero affini ma che hanno preso direzioni differenti:

  • Shiatsu Masunaga – dove la ricerca di equilibrio e armonia avviene tramite il rilassamento dei muscoli e la regolarità del respiro. Questa tipologia, utilizza massaggi fatti con entrambe le mani e col corpo stesso del massaggiatore
  • Shiatsu Namikoshi – la cui caratteristica principale è di associare alle tecniche di digitopressione sui vasi sanguigni e linfatici, sulle ghiandole del sistema endocrino e sulle terminazioni del sistema nervoso anche alcuni principi della medicina Occidentale.
  • Shiatsu Ohashi – in cui la relazione tra il massaggiatore e il corpo di chi riceve il massaggio è fondamentale.

Il massaggiatore sportivo

Altra categoria professionale che si occupa di massaggi non medicali, ma che opera in un contesto molto specifico è quella del Massaggiatore Sportivo.

Il campo di azione è intuitivo. Tale professionista interviene sugli atleti, qualunque sia lo sport da essi praticato e il livello agonistico raggiunto, al fine di migliorare le loro prestazioni o a scopo riabilitativo in seguito a un infortunio – su indicazione del medico curante. Il massaggio sportivo inoltre, praticato con costanza, aiuta a prevenire patologie muscolari. Il massaggiatore sportivo pratica le manovre adatte a ogni fase della gara e – oltre che in palestra o a bordo campo – col suo diploma di formazione specifica potrebbe essere chiamato a operare anche in strutture specializzate in medicina dello sport, negli ospedali o – come tutte le altre categorie di massaggiatori – può operare anche privatamente nel proprio studio.

La qualifica di massaggiatore sportivo si ottiene dopo un corso di formazione regolamentato sia a livello nazionale che regionale.

Massaggiatore estetico

Altro ambito in cui il massaggiatore professionale è molto richiesto è il campo dell’estetica.

Il massaggiatore estetico interviene sul corpo di un soggetto per favorire il suo benessere generale ma mira anche a migliorarne l’aspetto fisico. In base alla sua formazione il massaggiatore estetico può avvalersi di differenti tecniche di massaggio oltre che di materiali che favoriscono l’azione tonificante, drenante, rilassante sul corpo come ad esempio oli, cosmetici, unguenti, materiali naturali come fanghi, alghe, pietre calde o anche strumenti tecnologici come elettrostimolatori. Tra i massaggi estetici più richiesti troviamo il massaggio anticellulite o il massaggio linfo-drenante.

Anche la qualifica di massaggiatore estetico si ottiene dopo un corso specifico.

A prescindere dalla tipologia di massaggio, dalle tecniche specifiche apprese, tutti i corsi di formazione di massaggiatore professionale dovrebbero prevedere una parte di formazione di base sull’anatomia umana, sulle connessioni muscolo-scheletriche, correlati psicologici, fondamenti di fisiologia, del sistema cardiocircolatorio e respiratorio, oltre – ovviamente – alle tecniche di manipolazione corporea specifiche per ogni tipologia di massaggio come ad esempio tecniche per massaggi dimagranti per i massaggiatori estetici, decontratturanti per i massaggiatori sportivi o lezioni ad hoc dedicate all’equilibrio psico-fisico dei chakra, nel caso in cui si decida di specializzarsi nei massaggi orientali. Questo permette a ogni massaggiatore professionale, dopo un accurato ascolto e un’approfondita conoscenza del cliente, di indirizzarlo verso la tipologia di massaggio a lui più funzionale e congeniale: rilassante con movimenti lenti e ampi, tonificante con movimenti più veloci ed energici, massaggi che agiscono su zone precise del corpo o che mirano a effetti specifici e si servono di strumenti e materiali naturali.

In un tempo dove lo stress è diventato una costante che genera malessere psico-fisico, dove si è alla ricerca di equilibrio interiore e benessere e, perché no, di piacere, di esperienze sensoriali appaganti e rigeneranti, ecco che la professione di massaggiatore è diventata sempre più ricercata. Moltissimi sono gli sbocchi professionali e gli ambiti d’impiego di tali figure: dai centri benessere, alle palestre, dai centri estetici ai grandi alberghi al cui interno ormai c’è sempre una spa, dagli impianti termali, ai centri fitness, a domicilio dei clienti, sulle navi da crociera ecc. La figura del massaggiatore professionale è molto richiesta e inoltre nulla vieta a tale professionista di avviarsi alla professione privata. La legge lo consente: quella di massaggiatore – come abbiamo visto – è una professione riconosciuta e regolamentata giuridicamente (legge n° 4 del 14 gennaio 2013), che si può esercitare liberamente purché non sconfini nell’ambito delle professioni sanitarie.

La normativa è relativa ai massaggiatori che operano presso strutture pubbliche o private. Per chi decide di lavorare come libero professionista la regolamentazione giuridica è a livello regionale o locale. In questi casi è bene per un professionista del massaggio che desidera agire come lavoratore autonomo, di aprire la partita iva e informarsi bene su tutte le incombenze burocratico-amministrative e fiscali da adempiere per svolgere la propria professione con serenità e al meglio. Per chi si muove in ambito privato, ancora più importanti sono i corsi di perfezionamento, l’aggiornamento professionale, la cura della propria immagine professionale con pubblicità e operazioni di marketing tipo proporre dei pacchetti, o dei percorsi benessere.

C’è da aggiungere che non esiste un albo professionale dei massaggiatori: chiunque in possesso di attestati o diplomi può operare nel campo dei massaggi, eccetto per i massaggi di tipo terapeutico per i quali, ricordiamo, sono abilitati solo i fisioterapisti.

Data la crescente richiesta di figure professionali di questo tipo, grazie anche a una tendenza – soprattutto negli ultimi anni – a scivolare verso un fenomeno di moda, la professione di massaggiatore può dare molte soddisfazioni anche da un punto di vista economico. Sia che il massaggiatore operi come dipendente (soprattutto se opera in contesti di un certo livello come resort, catene di grandi alberghi, centri termali in località turistiche) sia che decida di intraprendere la carriera privata. Le possibilità di crescita anche intraprendendo il percorso di lavoro autonomo ci sono: lavorare bene, avere uno studio ben tenuto, magari in una zona “in” della città, fornire servizi aggiuntivi come ad esempio aprire uno studio in collaborazione con altri professionisti del settore, potrebbe dare un’immagine di maggiore serietà e affidabilità – due parole che in questo settore sono fondamentali. Lavorare bene, aiuta a dare visibilità. Anche in questo settore il passa-parola funziona molto bene.

Essendo una professione molto ambita, date anche le buone possibilità di guadagno, tantissime sono le proposte di offerte formative: diversi i prezzi sul mercato e pochi i requisiti minimi richiesti per l’iscrizione. Questo potrebbe far incappare in personale poco motivato, persone senza un’etica professionale che invece di procurare benessere possono anche provocare danni o peggiorare situazioni che andrebbero trattate in altro modo. La garanzia di serietà e affidabilità in questi casi è data dal bagaglio formativo ed esperienziale: in questa professione, più che in altre, l’esperienza è la migliore maestra.

A prescindere da quale sarà il professionista che si preferisce, è importante ricordare che gli interventi che esso effettuerà saranno sempre personalizzati. Prima di scegliere un massaggiatore, accertatevi delle sue effettive competenze: più ne ha, più tecniche è in grado di utilizzare per calibrare il trattamento sul cliente specifico, più sarà un professionista preparato e aggiornato.

Bisogna ricordare che gli interventi devono essere sempre personalizzati, ritagliati su voi stessi, come fossero un abito di sartoria: diffidate dunque di quegli esperti che non iniziano la seduta con un’approfondita chiacchierata esplorativa su quelle che sono le vostre difficoltà, i vostri desideri, i vostri bisogni in quel particolare momento. Ogni trattamento è unico e personale e deve partire dall’individuo: cioè da voi, dai vostri desideri, dalle vostre percezioni. Fidatevi e affidatevi. Fatto questo, non resterà che godersi i benefici di un massaggio professionale.

Lavoro per minorenni: tutto quello che c’è da sapere

Il lavoro per minorenni è sempre un grosso punto di domanda, per via dell’inquadramento normativo e giuridico, oltre che per le effettive difficoltà di ricerca da parte dei giovanissimi che voglio inizare presto a guadagnare qualche soldo in autonomia.

Molti da giovani si sono chiesti come fare soldi a 15 anni, e bisogna dire che la realtà dei fatti presenta una situazione più difficile oggi di quello che poteva essere anni fa. Naturalmente però i giovani che si avvicinano al mondo del lavoro per la prima volta hanno comunque esigenze e richieste più limitate rispetto a chi deve trovare un’occupazione stabile che consenta di mantenersi dignitosamente, pertanto il campo di ricerca è meno ristretto e la possibilità sono leggermente più ampie.

Quando si parla di lavori per minorenni si deve fare attenzione a non confondere l’argomento con il lavoro minorile, che rappresenta un problema sociale più diffuso di quello che si possa pensare, e si abbina in maniera pericolosa all’abbandono scolastico.

Quindi per chi ha ancora dai 15 ai 18 anni, o per i genitori che vogliono aiutare i giovani figli a trovare un lavoro, ecco una guida per sapere tutto il necessario rispetto al lavoro per minorenni, e capire attraverso degli spunti quali potrebbero essere i possibili sbocchi lavorativi immediati.

lavoro adolescente
Primi lavori e primi colloqui

Lavoro per minorenni: la normativa vigente

La normativa italiana prevede ovviamente delle regole abbastanza precise su quelle che sono le applicazioni lavorative dei ragazzi minorenni, con paletti stringenti per l’età, gli orari e i tipi di lavoro possibili. 

Il fattore età è ovviamente il primo ad essere preso in considerazione per iniziare un’attività lavorativa e parte da una distinzione di fondo molto importante che viene operata per dividere gli adolescenti dai bambini. 

Per la legge italiana gli adolescenti sono coloro i quali hanno superato i 15 anni di età, mentre al di sotto di quella soglia si è considerati a tutti gli effetti bambini, e pertanto è preclusa ogni tipo di attività lavorativa. Ci sono però alcune eccezioni a questa norma per quello che riguarda i lavoratori dello sport e dello spettacolo che sotto la tutela dei genitori e dell’ispettorato del lavoro di zona possono comunque esercitare una di queste professioni. Altre eccezioni non sono ammesse a supporto di questa norma e pertanto per un’attività lavorativa più tradizionale si dovranno per forza aspettare i 15 anni di età. 

La tutela dei lavoratori giovani è garantita in prima battuta dall’articolo 37 della Costituzione che tutela il lavoro dei minori con speciali norme. In seconda battuta è il decreto legislativo 345/1999 a stabilire i paletti più precisi per questa tutela. Quindi in primis il limite d’età già espresso nelle precedenti righe, che distingue il bacino di lavoratori possibili dividendo i giovani tra bambini e adolescenti al 15° anno di età. Vi sono poi tutte le norme che regolano i lavori possibili e e gli orari di lavoro che possono essere sostenuti dai minori. 

L’orario prevede per i minorenni un totale giornaliero che non può superare le 7 ore e le 35 ore settimanali d’impiego. Il lavoro notturno è assolutamente vietato per questa categoria. Anche per lo svolgimento delle mansioni sono previste delle norme a tutela della sicurezza sul lavoro con visite specialistiche accurate prima di prendere servizio, sopratutto per lavori fisicamente impegnativi. 

In generale per i giovani lavoratori tra i 15 e i 18 anni sono precluse alcune attività che possono comportare rischi per la salute e lo sviluppo del giovane, e nello specifico:

  • non devono essere esposti a rumori che superano gli 87 db e non devono venire in contatto con sostanze tossiche, corrosive, esplosive, cancerogene, nocive o che esporrebbero loro a particolari rischi per la salute;
  • non possono lavorare nelle macellerie in cui si utilizzano arnesi taglienti e celle frigorifere;
  • devono evitare di utilizzare saldatrici ad arco o ossiacetileniche;
  • non possono compiere lavori utilizzando martelli pneumatici, pistole fissachiodi, strumenti vibranti e apparecchi di sollevamento meccanici;
  • non devono svolgere lavori sulle navi in costruzione, nelle gallerie o utilizzando forni ad elevate temperature;
  • devono evitare di eseguire lavori all’interno di cantieri edili in cui si possono verificare rischi di crollo.

Tra i contratti disponibili per il lavoro dei giovanissimi ricordiamo quelli disponibili sencondo la normativa vigente che sono:

  • Apprendistato
  • Lavoro a termine
  • Contratto a tempo indeterminato
  • Tirocinio formativo
  • Lavoro accessorio

Tutto questo set di norme è estremamente rigido per quello che riguarada gli adolescenti, ma si addolcisce quasi subito in vista del 16° anno di età. Questa distinzione non è assolutamente un caso se pensiamo che quell’età rappresenta il limite dell’obbligo scolastico, pertanto le norme vigenti sono proprio indirizzate a contenere il più possibile l’abbandono della scuola da parte dei più giovani.

lavoro giovanile
Alla ricerca di un lavoretto estivo

Offerte di lavoro per minorenni

Ora che il quadro normativo è chiaro possiamo passare a vedere quelle che sono le offerte di lavoro e le possibilità occupazionali più comuni per chi vuole iniziare a guadagnare i primi soldi dai 15 anni in su. Molti di questi si inseriscono in un quadro della classica somministrazione lavorativa per i giovanissimi, rappresentata dai tipici lavoretti estivi, che aiutano l’inserimento dei ragazzi al mondo del lavoro con esperienze formativa di qualche mese.

Cura dei bambini

Un lavoro molto comune per i giovani alle prime armi è quello della cura dei più piccoli nelle ore diurne, per accogliere quella che è una necessità molto marcata soprattutto nel periodo estivo. Infatti non sono rari i casi di baby sitter o ragazzi impegnati nell’animazione di centri estivi. Un lavoro che sembra semplice ma che nasconde grandi assunzioni di responsabilità, che nonostante la giovane età del lavoratore vengono comunque accordate anche perché i giovani possono spesso contare una seppur minima esperienza nel campo, soprattutto per chi ha fratelli più piccoli, e sono molto flessibili per quello che riguarda l’orario dovendo lavorare in questo ambito spesso anche nei festivi e nei weekend.

Se un adolescente svolge bene questo tipo di mansione non è poi così raro riuscire a trovare nuovi impieghi in questo lavoro grazie al potere del passaparola. 

Commissioni per persone anziane

Naturalmente un adolescente non ha a disposizione il bagaglio di esperienze e la formazione necessaria per accudire una persona anziana in tutti i suoi bisogni, ma negli ultimi tempi è possibile vedere come si sia diffuso un servizio di aiuto per le faccende giornaliere più banali, che i giovani possono tranquillamente completare liberando la persona più anziana da queste incombenze. 

Pulire la casa, la cura del giardino e le commissioni come il pagamento delle bollette o la semplice spesa possono essere svolte dai giovani in tutta tranquillità, rivelandosi un prezioso aiuto per le famiglie che devono preoccuparsi di accudire le persone anziane.

Giardinaggio

Legato al precendente, e molto comune è quello del giardinaggio e dello sfalcio dell’erba. Molte persone non hanno il tempo di occuparsi della cura del proprio giardino, ed ecco che i più giovani possono venire in aiutato e tramite questo semplice lavoretto possono arrontondare e portare a casa i primi soldi della loro carriera lavorativa. 

Lezioni private

Quello delle ripetizioni e lezioni private è un tradizionale lavoretto destinato ai più giovani e uno dei primi modi che si hanno per iniziare a guadagnare qualche soldo quando si hanno 15/16 anni. Il vantaggio per un giovane è quello di potersi rapportare con ragazzi più piccoli, instaurando un rapporto di fiducia, e di mettere a frutto la propria esperienza scolastica aiutando chi ha delle difficoltà in determinate materie. Gli adolescenti che lavorano in questo campo hanno poi il vantaggio evidente di avere una maggiore freschezza nelle nozioni da trasmettere e di essere formati in un contesto scolastico simile a quello dei loro giovanissimi allievi.

Magazziniere o lavoratore in fabbrica

Qui si va su un lavoro un po’ più strutturato e meno tradizionale che però garantisce un’esperienza formativa importante. Spesso questi lavori sono propedeutici a delle assunzioni più stabili, e vengono utilizzati proprio come formazione per i futuri impieghi. In questo caso attenzione però al rispetto degli obblighi di legge visti in precedenza per quello che riguarda le mansioni possibili.

Bar e piccoli negozi

Soprattutto nella stagione estiva, il lavoro in bar e piccoli negozi rappresenta una risorsa importante per un giovane che vuole guadagnare i primi soldi grazie al proprio lavoro. La necessità di avere una turnazione che permetta le ferie di tutti, o i picchi di lavoro per quello che concerne i bar e le attività di ristorazione in genere garantiscono ottime opportunità per gli adolescenti che dovranno però dimostrarsi disponibili al lavoro anche in giorni festivi e nei weekend.

Altri lavori per minorenni

La possibilità dei lavoretti per i giovani è ampia, anche se le possibilità di trovare un lavoro con regolare contratto sono davvero basse rispetto al richiesta e alle necessità del mercato del lavoro. La quantità di lavoro nero quando si parla di giovani è ancora troppo alta rispetto alla media. Oltre a quelli appena visti, che sono i più comuni, tanti altri lavoretti per arrotondare sono disponibili per i giovani, l’importante è comunque valutare bene e con attenzione che ci sia sempre il rispetto delle norme basilari soprattutto per quello che riguarda la sicurezza.

Professione: animatore feste per bambini

Il mondo del lavoro è in continua evoluzione, nuove professioni prendono spazio, lavori che fino a qualche decennio fa non erano contemplati o erano considerati semplicemente dei “lavoretti”, qualcosa di molto lontano dal “mondo del lavoro” vero e proprio (locuzione che evoca all’istante toni seriosi e grevi), dalla scelta di qualcosa di voler fare da grandi.

Complici genitori sempre più indaffarati, famiglie sempre più distratte e bambini sempre più stimolati e incontentabili, la professione di animatore per bambini per feste di compleanno, ma non solo, negli ultimi anni è diventata una professione molto ricercata.

Sì, oggi, quella di animatore per feste per bambini è una professione in piena regola che richiede competenze, impegno e che può offrire sbocchi professionali interessanti e guadagni dignitosi.

C’è mercato per gli animatori per bambini?

Basta fare un giro sul web, digitare “animatore feste bambini”, e ci si può subito rendere conto della grande offerta che c’è: associazioni e agenzie offrono operatori specializzati che permetteranno ai bambini di passare un pomeriggio diverso, divertente e ai rispettivi genitori di trascorrere alcune ore spensierate, certi di aver affidato i propri figli a personale qualificato.
Infatti se l’offerta è così ampia vuol dire che la domanda è altrettanto ampia.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che li aiuti ad auto-organizzare le loro idee creative, che li supporti, li stimoli. Ma il lavoro dell’animatore non è solo questo. Le feste per bambini diventano momenti aggregativi anche per gli adulti che non hanno più tempo, né spazio, per incontrarsi e stare insieme. Ecco allora che la presenza di animatori che prendano in carico i loro figli, garantisce agli adulti uno spazio e un tempo per conoscersi, confrontarsi, chiacchierare spensierati, senza doversi preoccupare della buona riuscita della festa organizzata.

Rivolgersi a personale specializzato soddisfa, infatti, entrambe queste esigenze: i bambini avranno uno o più adulti che dedicheranno loro tempo e attenzione affinché non si annoino, passino del tempo insieme, e divertendosi in tutta sicurezza. Allo stesso tempo le mamme e i papà potranno godersi la festa, senza avere il pensiero di dover stare attenti ai propri bambini o sforzarsi di escogitare giochi adatti a tutti, o essere sempre attenti che non si facciano male, che non litighino tra loro, che tutti mangino qualcosa.

Con poche centinaia di euro (ma i prezzi, come vedremo, variano in base a una serie di fattori) avremo bambini felici e genitori soddisfatti.

Ma chi pensa che fare l’animatore per feste sia “un gioco da ragazzi”, sbaglia di grosso.

Le competenze e i requisiti necessari

L’animatore per feste per bambini, data la particolare fascia di utenza cui si rivolge, richiede impegno, responsabilità, creatività, pazienza, capacità di mettersi in gioco (e non solo di giocare). Saper giocare e far divertire i bambini non è una cosa che può fare chiunque. Non si tratta di vocazione (anche se “amare i bambini” è già un bon punto di partenza). Non è un lavoro che può essere improvvisato.

Se non si hanno necessarie competenze e idonei strumenti diventa un lavoro che può in breve tempo logorare e favorire l’insorgere del burn-out (letteralmente bruciarsi l’operatore). Anche se fare l’animatore non fa parte di quelle che vengono definite professioni di cura, in qualche modo lo diventa: giocare e aiutare i bambini a giocare, è un modo di prendersi cura di loro, del loro tempo, e – indirettamente – del loro sviluppo cognitivo e sociale.

In quanto tale, l’animatore per bambini è un lavoro che implica non poche responsabilità, prima fra tutte, tutelare e vegliare sulla sicurezza dei bambini e sulla loro incolumità fisica. I bambini, soprattutto in gruppo, non sempre hanno un’esatta percezione del senso del pericolo e potrebbe capitare di organizzare giochi che involontariamente possono recare danno soprattutto a quelli più piccoli. La presenza di un animatore riduce di molto la possibilità che avvengano incidenti di questo tipo.

Altra responsabilità è la buona riuscita della festa e cioè la capacità di coinvolgere tutti i bambini presenti e non farli annoiare. Non è detto che a una festa tutti i partecipanti abbiano la stessa età: ci sono sempre i fratellini più piccoli, o il cugino un po’ più grande. Essere in grado di coinvolgere tutti i presenti proponendo giochi e attività che possano interessare i piccoli invitati è una grande dote per chi vuole fare dell’organizzare attività ludico-ricreative un lavoro serio che può dare molte soddisfazioni.

Sicuramente per fare questo lavoro occorrono alcune abilità particolari. Lavorare con i bambini non è una professione per tutti. Intanto non basta essere spigliati, simpatici e creativi. O meglio sono ottime condizioni di partenza. Occorre sì essere socievoli, ma bisogna anche essere in grado di far socializzare, essere capaci di lavorare in gruppo, avere spiccate capacità performative, espressive, comunicative, essere in grado di risolvere problemi (anche se le capacità di problem-solving sono trasversali a moltissime professioni). Altre caratteristiche di un buon animatore per bambini è sicuramente la pazienza, la disponibilità all’ascolto, l’empatia e la sensibilità. E non ultima, la capacità di prevedere le conseguenze di un’azione con la giusta dose di allerta. Persone con caratteristiche di personalità di tipo ansioso, però, non sono i migliori candidati per fare questo lavoro e, in generale, è difficile che possano svolgere con serenità qualunque lavoro con i bambini.

Un altro punto su cui è necessario soffermarsi, è sfatare il mito secondo cui tutto ciò che riguarda i bambini sia ad appannaggio femminile: a scegliere di lavorare nel campo dell’animazione per bambini sono sia uomini che donne, a differenza della professione di educatore; statisticamente, ad esempio, nei nidi e nelle scuole materne c’è una predominanza femminile, forse da ricercarsi nell’archetipico ruolo femminile di accudimento mentre quello maschile incarna meglio aspetti più ludico-ricreativi.

Parlando della figura degli educatori, evidenziamo a tal proposito la netta differenza tra la figura di animatore per bambini e quella di educatore. Quella di educatore professionale è una qualifica ben precisa che si ottiene dopo uno specifico percorso di formazione universitaria, corredata da tirocini pratici. L’educatore professionale opera maggiormente nelle scuole, nidi e materne, e come si può dedurre dal significato etimologico del termine educare, e-ducere, vuol dire condurre fuori, guidare, aiutare a esprimere le potenzialità dell’individuo, del bambino. Ciò implica rivestire anche un ruolo normativo non paragonabile alla capacità che in ogni caso un buon animatore deve possedere per far rispettare le regole durante i giochi di gruppo e a squadre.

Un educatore ha una conoscenza approfondita della psicologia dell’età evolutiva, di metodi e buone pratiche per svolgere al meglio il ruolo che è chiamato a rivestire, oltre a una propria etica e deontologia professionale, e opera maggiormente in ambito scolastico e formativo.

Dunque le figure professionali di educatore e animatore non sono sovrapponibili, anche se le due figure professionali, in relazione all’area ludico-ricreativa, talvolta sembrano svolgere lo stesso lavoro; quello che cambia sono gli obiettivi, e le responsabilità che ogni figura è chiamata ad assumersi.

Anche se la differenza è sostanziale, ciò non toglie che – soprattutto alla luce di quanto evidenziato fino ad ora, soprattutto riguardo le responsabilità – fare l’animatore per bambini implica competenze specifiche dalle quali, chi decide di intraprendere questo tipo di percorso lavorativo, non può prescindere. Tali competenze possono essere acquisite tramite un percorso di formazione specifica.

Chi decide di lavorare con i bambini, anche se l’obiettivo è “semplicemente” farli giocare deve avere un’adeguata preparazione, e non solo relativamente ai giochi da fare – che devono essere al passo con i tempi (soprattutto relativamente ai personaggi dei cartoni animati o dei giochi in commercio) sebbene ci siano alcuni giochi che sono degli ever-green e che hanno divertito e continuano a divertire generazioni di bambini.
Un buon animatore deve innanzitutto avere una conoscenza abbastanza chiara del target con il quale va a operare. La preparazione di un animatore non può prescindere da alcune basi di psicologia dell’età evolutiva. Considerando che di solito la fascia d’età interessata da iniziative legate alla professione di animatore sono bambini di età compresa tra i due e i dodici anni, è fondamentale per un animatore avere delle nozioni di psicologia evolutiva, relativamente al gioco nelle diverse fasce d’età: un bambino di dieci anni non si diverte con le stesse cose che divertirebbero un bambino di due anni. Senza scomodare Piaget, uno dei più insigni teorici della psicologia evolutiva, e senza dover conoscere a menadito tutte le teorie Winnicottiane sulla funzione che svolge il gioco nello sviluppo cognitivo del bambino, è però necessario avere delle nozioni di base anche su questi argomenti.

Numerosi sono i corsi che forniscono un’adeguata preparazione, i cui programmi prevedono lezioni teoriche di Psicologia dell’Età Evolutiva e dello sviluppo del bambino, ma anche un approfondimento sulle disabilità o problematiche riscontrabili di frequente nell’infanzia come i disturbi dello sviluppo o sindromi legate alla difficoltà di tenere l’attenzione, ad esempio la sindrome ADHD (acronimo di Attention Deficit Hyperactivity Disorder), meglio conosciuta come Disturbo dell’Attenzione e Iperattività. La gestione di uno o più bambini con caratteristiche di questo tipo è molto delicata e un bravo animatore per bambini non può ignorare alcuni concetti base. Altro argomento d’interesse per diventare un animatore per feste per bambini sono le dinamiche di gruppo: un animatore si trova ad agire sempre in contesti gruppali e conoscere il funzionamento dei gruppi e avere degli strumenti per gestire o modulare alcune problematiche talvolta inevitabili che si vengono a creare all’interno di essi è fondamentale. In questi corsi di formazione vengono insegnate inoltre le tecniche di animazione, come organizzare giochi (di solito giochi a squadre o di gruppo per facilitare la socializzazione) e laboratori creativi (usando ad esempio materiali di riciclo), come organizzare feste di compleanno, ma anche feste a tema, feste in maschera (dove fondamentale è avere il materiale e l’abilità di truccare i bimbi) e in generale, come organizzare l’intrattenimento dei bambini durante eventi dedicati di solito agli adulti. Un buon corso fornisce anche le basi per il pronto intervento pediatrico PBLS (Pediatric – Basic Life Support) con rilascio di attestato. Infine, un bravo animatore per bambini deve anche essere in grado di elaborare semplici progetti ludico-ricreativi e socio-educativi a seconda dell’ambito nel quale andrà ad operare. Ovviamente tutti i corsi dovrebbero rilasciare un regolare attestato e – in caso di tirocini pratici – anche l’attestazione delle ore svolte.

Parliamo di ambiti differenti poiché la professione di animatore per bambini non si realizza solo nell’ambito delle festicciole private in famiglia o presso appositi locali. Come dicevamo all’inizio, infatti, la figura di animatore di feste per bambini ha perso da tempo l’alone di “lavoretto” estivo per ragazzini in cerca di guadagnare qualche soldino per l’estate, o di studenti che cercano di sbarcare il lunario o per pagarsi gli studi o mettere da parte i soldi per il motorino. Se svolto con impegno e costanza tale lavoro può portare sbocchi professionali interessanti con biblioteche, ludoteche, parchi, centri estivi, campi scolastici ma anche per progetti di più ampio respiro proposti, ad esempio, da Comuni e Municipi, di solito nel periodo estivo, per dare “sollievo” alle famiglie quando la scuola finisce.

Le diverse figure dell’animatore per bambini

Tra i vari ambiti di utilizzo di tale figura professionale, c’è anche l’animatore turistico, che pur avendo delle caratteristiche in comune con l’animatore per bambini, non è una figura a esso sovrapponibile a tutto tondo. L’animatore turistico opera in contesti ristretti: non solo villaggi turistici ma anche hotel, spiagge, navi da crociera, resort, ed è praticamente sempre in servizio, si occupa dell’intrattenimento dei clienti dal risveglio a notte fonda, organizza tornei, feste, spettacoli teatrali e/o musicali, organizza perfettamente il tempo libero dei turisti. Tra gli animatori turistici ci sono però quelli specializzati per l’intrattenimento dei bambini.

Gli animatori turistici lavorano di solito in gruppo, con un responsabile degli animatori a capo del gruppo, mentre l’animatore per bambini può operare da solo o in piccolo gruppo (2-3 collaboratori in base al numero di bambini) e si occupa di organizzare attività tipiche da villaggi turistici: la caccia al tesoro, piccoli spettacoli teatrali o musicali, gare di ballo e di canto, giochi sulla spiaggia per i più piccini e altro.

Altra importante differenza da sottolineare è quella tra l’animatore per bambini e l’animatore sociale. La parola “sociale” stessa ci porta in ambiti di intervento più specifici: area socio-culturale, socio-educativa e area assistenziale e sanitaria. Qui il bagaglio di competenze deve essere di altro tipo, fermo restando la capacità di lavorare con i gruppi e intrattenere, ma anche prevenire o lenire un disagio e di operare in contesti particolari, con bambini, come ad esempio nelle case-famiglia per minori, nei reparti pediatrici degli ospedali. Gli animatori sociali possono operare in collaborazione con Enti e con i Servizi (ASL) presenti sul territorio e svolgono di solito un lavoro d’equipe con altre figure professionali (psicologi, assistenti sociali o mediatori culturali).

Per un animatore per bambini il tipo d’impegno è variabile. Dipende dal tipo di disponibilità e dall’ambito di azione. Si va dalle poche ore pomeridiane (due, tre) una tantum per le feste, a un impegno fisso dalle 4 alle 8 ore al , dal lunedì al venerdì, nei centri estivi, fino a occupare anche l’intero week end se si fa animazione presso lidi attrezzati e stabilimenti balneari durante la stagione estiva. La professione di animatore per feste per i bambini sta via via ampliando le sue aree d’intervento. Oltre a essere chiamati dai genitori, per feste private, ormai quasi tutti i ristoranti – durante cerimonie come pranzi di matrimonio o altre manifestazioni – forniscono, incluso nel prezzo, il servizio di animazione per bambini, comprensivo di un menù pensato ad hoc per loro.

Quanto si guadagna un animatore di feste per bambini?

Per quanto riguarda gli introiti, ci sono differenze in base al fatto che ci si muova individualmente, come ditta privata per intenderci (e ciò comunque comporta rilasciare regolare ricevuta di prestazione d’opera o fattura) o stipendiati da terzi.

I costi sono orari – si va dai 25 ai 50 euro l’ora se si è “dipendenti” di un’agenzia o di una associazione la quale oltre a fornire una assicurazione, dovrebbe fornire tutti i materiali necessari. Il kit del perfetto animatore comprende ad esempio: palloncini, trucchi, microfoni, musica, stereo, colori, giochi, parrucche ecc.

Molte agenzie e associazioni offrono pacchetti completi dove, con l’animazione per i bambini forniscono anche il luogo per la festa (se dotato di gonfiabili anche meglio), il catering e il trasporto per fare in modo che i genitori non debbano pensare a nulla. In questi pacchetti completi niente è lasciato al caso: dall’accoglienza dei piccoli partecipanti, alla pausa per far mangiare i bambini; dai giochi a premi, ai giochi a squadre per sollecitare una sana competizione, a quelli musicali fino al momento più importante per il festeggiato: la torta e l’apertura dei regali.

Di solito questo momento è enfatizzato dalla presenza di personaggi famosi del mondo delle fiabe o dei cartoni animati: non di rado la torta potrebbe essere portata da Topolino o la festeggiata potrebbe scartare i regali seduta sulle ginocchia di una LOL con Cenerentola che passa i pacchetti.

Le possibilità di guadagno si amplificano ovviamente se ci si presenta come ditta individuale, ma bisogna comunque prevedere le spese per i materiali e quelle fiscali. Alle competenze legate alla professione, in questo caso, bisogna sfoderare anche buone doti di marketing e farsi pubblicità. Il passa-parola funziona molto anche in quest’ambito. Conviene quindi accontentare il cliente e, i bambini che – si sa – sono i più esigenti tra i clienti.

Vivere e lavorare in Belgio

Il Belgio è da decenni, insieme alla Germania, uno dei primi paesi che viene in mente quando si pensa all’ondata migratoria degli italiani che negli anni ‘40 e ’50 andarono a cercare fortuna all’estero. Ma se in quegli anni l’occupazione principale era il lavoro in miniera, oggi come oggi il Belgio è una delle nazioni più dinamiche e cosmopolite d’Europa, grazie anche al ruolo assunto da Bruxelles come capitale dell’Unione Europea, fattore che ha convogliato un grandissimo numero di lavoratori da ogni parte del vecchio continente. Vivere e lavorare in Belgio non è troppo complicato partendo dall’Italia, bisogna seguire qualche obbligo burocratico e adattarsi alla vita locale, vediamo come.

Belgio
L’Atomium monumento simbolo belga

Il Paese 

Il Belgio è uno stato federale in cui si parlano tre lingue differenti: il Fiammingo (una sorta di dialetto olandese) nelle Fiandre (la regione settentrionale), il Francese nella Vallonia meridionale e il Tedesco nelle zone confinanti con la Germania a est. La regione di Bruxelles è ufficialmente bilingue anche se con una prevalenza del Francese. A volte questo aspetto può creare qualche problema a livello burocratico, dal momento che ogni regione ha una sua lingua ufficiale, ma comunque la popolazione ha un ottimo livello di conoscenza dell’inglese. Il Paese non è molto grande ma è abbastanza denso: conta una popolazione di 11 milioni di persone su una superficie di 30mila chilometri quadrati. Essendo il centro amministrativo dell’Unione Europea attrae tantissime persone dall’estero, soprattutto nella zona di Bruxelles.

Dal punto di vista economico, la regione della Vallonia, tradizionalmente mineraria e industriale, ha sofferto di più la crisi degli ultimi decenni, mentre le Fiandre sono il vero motore economico del paese grazie alla posizione che ne ha storicamente favorito l’attitudine commerciale. I maggiori investimenti sono stati fatti infatti sulle infrastrutture di comunicazione, a partire dalla rete portuale 

Il clima è freddo ma non glaciale durante l’inverno e mite e piovoso in estate. I belgi sono molto orgogliosi della propria multiculturalità e l’integrazione non è un problema. I collegamenti con l’Italia sono molto facili e regolari: con un volo di 2-3 ore si raggiungono tranquillamente tutti i maggiori aeroporti italiani. 

I documenti necessari 

Il Belgio fa parte dell’Unione Europea, di conseguenza per entrare nel territorio belga non è necessario nessun tipo di documento particolare, così come per lavorarci. Per viverci più di tre mesi, è necessario registrarsi presso gli Uffici Stranieri del comune dove ci si andrà a stabilire, dichiarando la nostra identità e lo scopo della nostra permanenza. Per registrarsi bisogna prendere appuntamento (attenzione, sono molto rigidi a riguardo!) presso l’Ufficio Stranieri del comune e fornire: 

  • documento d’identità 
  • contratto d’affitto
  • tessera sanitaria europea
  • due foto formato fototessera; 

Ci sarà consegnata un documento d’identità provvisorio che conterrà anche il rijksregisternummer o numéro de Registre national, l’equivalente del nostro codice fiscale. Dopo circa tre mesi, durante i quali avremo ricevuto la visita di un funzionario che attesterà la nostra effettiva residenza, ci verrà fissato un secondo appuntamento in cui dovremo fornire:

  • contratto di lavoro, oppure attestato di frequenza dell’università oppure un documento che certifichi l’attività di libero professionista 
  • un documento che garantisca che siamo in grado di mantenerci nel paese 

Se sarà tutto in regola, avremo la carta d’identità elettronica belga con validità di cinque anni.

In seguito alla registrazione, ci sarà consegnata una carta d’identità elettronica che conterrà anche il rijksregisternummer o numéro de Registre national, l’equivalente del nostro codice fiscale.

Una volta registratisi in Belgio, dovremmo comunicare il trasferimento anche in Italia iscrivendoci all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero).

L’assistenza sanitaria 

La tessera sanitaria europea consente di accedere a tutti i servizi sanitari Belgi come se fossimo in Italia, per il primo periodo di 90 giorni. Nel momento in cui decideremo di trasferirci definitivamente, dovremo stipulare un’assicurazione sanitaria (assurance maladie) per accedere alla sanità pubblica. La pratica in caso di lavoro indipendente verrà avviata automaticamente dal datore di lavoro alla firma del contratto e si occuperà lui di versare i contributi dalla busta paga. In caso di lavoro indipendente invece, bisognerà provvedere da soli alla registrazione e ai versamenti, attraversi gli uffici di sicurezza sociale. 

I centri per l’Integrazione

Nelle città belghe ci sono degli appositi uffici denominati Agentschap Integratie en Inburgering o Centre pour l’intégration che si occupano di fornire la migliore assistenza agli stranieri in maniera da favorire la loro integrazione nella società. Oltre ad indirizzarci verso i centri dell’impiego per trovare lavoro, ci potranno venire in aiuto nella ricerca di corsi di lingua adatti alle nostre esigenze e al nostro budget. In più offrono gratuitamente un corso di integrazione, che offre tutte le informazioni pratiche utili a vivere e orientarsi nella società belga. Questi corsi sono facoltativi ma offrono la possibilità di frequentare gratuitamente anche dei corsi serali di lingua.

Il costo della vita 

Il costo della vita in Belgio è abbastanza alto, circa il 15% in più rispetto all’Italia. Qualche esempio di prezzi correnti: 

  • Affitto mensile per appartamento di circa85 metri quadri a Bruxelles: 950 € 
  • Affitto mensile per appartamento di circa 85 metri quadri fuori Bruxelles (Fiandre o Vallonia): 650 € 
  • Bollette per un mese per due persone in appartamento: 150 € 
  • Abbonamento mensile a internet: 33 € 
  • Tariffa oraria per pulizia ed aiuto domestico: 10 € 
  • Benzina al litro: 1,31 € 
  • Abbonamento mensile per i trasporti pubblici 52 € 
  • Prezzo per un biglietto, corsa singola, dei trasporti pubblici: 2,10 € 
  • Corsa di un taxi a tariffa base, per circa 8 chilometri: 21 € 
  • Latte (al litro): 1,05 € 
  • Pomodori (al chilo) 2,22 € 
  • Formaggio locale (al chilo) 14 € 
  • Mele (al chilo): 2,08 € 
  • Patate (al chilo): 0,60 € 

Ovviamente i prodotti più tipici del Belgio (birre, cioccolato, patate fritte, etc.) hanno un prezzo nettamente inferiore che in Italia, mentre molti dei prodotti alimentari che in Italia sono di consumo quotidiano in Belgio hanno dei prezzi che li rendono meno convenienti.

Gli stipendi comunque sono parametrati al costo della vita, anzi, alcune professione vengono pagate, in proporzione, meglio che in Italia. Lo stipendio medio si aggira attorno tra i 2000 e i 3000 € lordi, cifra che permette di mantenersi dignitosamente anche a Bruxelles. 

Trovare casa in Belgio

In tutto il Belgio, e soprattutto a Bruxelles, con il suo grande andirivieni di funzionari e diplomatici, c’è un mercato degli affitti molto dinamico per cui trovare una sistemazione adatta non sarà troppo difficile. Trovare un appartamento a distanza è praticamente impossibile, per cui bisognerà trovare un albergo o un affitto turistico per i primi tempi, prima di trovare una sistemazione stabile. I siti di annunci immobiliari abbondano e ci si possono trovare soluzioni per qualsiasi esigenza, inoltre si può anche ricorrere ai consigli della numerosa comunità italiana residente in Belgio, attiva su internet come anche nella vita culturale delle grandi città. Normalmente vengono richieste tre mensilità anticipate come cauzione (ed è sempre meglio che sia specificato nel contratto per evitare sorprese), ma tenete sempre a mente che raramente gli appartamenti vengono affittati ammobiliati (ad esclusione di cucina e bagno), per cui una voce di spesa iniziale sarà da riservare per il mobilio essenziale. Ci sono comunque tantissimi mercatini di seconda mano, sia fisici che online, che possono offrire ottime soluzioni per arredare la casa ad un prezzo ragionevole.

Trovare lavoro in Belgio 

Il Belgio ha una rete di servizi per l’occupazione molto efficiente, ed i cittadini italiani non hanno bisogno di documenti particolari per lavorare. Ogni anno viene stilata la knelpuntberoepenlijst (in fiammingo) o liste des fonctions critiques (in francese), ovvero la lista delle professioni in cui c’è carenza di personale. È possibile consultarla nei siti dei centri per l’impiego di Fiandre, Vallonia e regione di Bruxelles (ognuno ha la sua lista).

È importantissimo essere in regola con i contratti, dal momento che la legislazione belga punisce severamente il lavoratore quanto il datore di lavoro in caso di lavoro non regolarmente contrattualizzato. Utile sarà anche aprire un conto in banca dal momento che spesso ai colloqui viene richiesto di inserire il numero di conto nei moduli che ci verrà chiesto di compilare.

Il Belgio è un paese che ha fatto dei servizi il suo settore trainante, e investe moltissimo anche in istruzione e ricerca. Il settore che offre le maggiori opportunità è quello amministrativo e diplomatico, dato che oltre ai vari uffici dell’Unione Europea a Bruxelles risiedono anche i maggiori uffici della NATO e una miriade di altre sedi diplomatiche. 

Il settore farmaceutico e biomedico è in forte crescita: l’industria farmaceutica impiega più di 30.000 persone, facendo comparire il Belgio tra le 10 nazioni più innovative nel campo delle scienze biomediche. 

Nel settore energetico e della green economy, il paese si è posto l’obiettivo di creare oltre 15.000 posti entro il 2020 per raggiungere il traguardo del 13% del proprio fabbisogno energetico prodotto da fonti rinnovabili. Di conseguenza l’espansione è stata veloce e la ricerca di nuove professionalità è costante.

Finanza e commercio sono altri settori estremamente dinamici (sia a Bruxelles che soprattutto ad Anversa), così come il mercato immobiliare e l’industria turistica (anche nelle località più piccole ma ricche di valore storico e artistico, come ad esempio Bruges).

Inoltre la rete di agenzie interinali spefiche che somministrano lavori come edilizia, pulizie, giardinaggio, montaggio, traslochi e simili è molto efficiente e offre molte tutele ai lavoratori. 

Fare della propria passione un lavoro

Un vecchio detto dice “fai il lavoro che ami e non lavorerai mai”. In effetti un fondo di verità sembra esserci in un’affermazione come queste, e molti durante la propria carriera lavorativa hanno sognato di potersi occupare di qualcosa che fosse anche una passione, e altrettanti hanno magari sperato di poter trasformare un hobby in qualcosa di retribuito e che possa dare soddisfazioni anche dal lato economico. 

Naturalmente come tutte le cose belle, anche questa ha delle difficoltà importanti da superare, ostacoli dettati delle passioni stesse, ma talvolta anche da altri fattori che rendono impossibile impostare come lavoro qualcosa che si è sempre fatto come hobby o passatempo. 

Per chi sogna di poter cambiare marcia lavorativa, e di trovare nuovi stimoli e soddisfazioni ecco quello che c’è da sapere sulla possibilità di trasformare una passione in un lavoro stabile e ben retribuito, con l’aggiunta di qualche consiglio pratico su come provare a tramutare il sogno in realtà.

Il sogno di lavorare con le proprie passioni

La propria passione è monetizzabile?

La prima cosa da fare se si vuole intraprendere questo percorso è fare una banale analisi di fattibilità, quindi capire se la nostra passione è monetizzabile e vendibile, sia verso la clientela in senso più ampio, che nei confronti del mercato del lavoro.

Infatti non sempre quello che ci piace può essere vendibile e assicurare un reddito costante, anzi il più delle volte questa eventualità è piuttosto remota, e i tentativi di riuscita naufragano velocemente proprio perché non si valutano prima gli aspetti economici del progetto.

La domanda principale da farsi prima di iniziare è quindi: ci sono persone che potrebbero interessarsi alla mia attività?

Un’attenta analisi del business in cui si vuole operare deve partire anche da quelli che sono i possibili concorrenti. Vedere se qualcuno ha già sperimentato quel tipo di attività con profitto è senza dubbio un passo fondamentale per capire le nostre possibilità di riuscita. Quindi per capire la reale portata economica della nostra passione è consigliabile analizzare i competitor senza paura di prendere in esame realtà troppo grandi o strutturate, perché anche queste possono fornire informazioni importanti. Vedere quali sono i punti di forza, i punti deboli e le probabili criticità permetterà di formarsi un’idea ampia di tutte quelle che sono le possibili implicazioni economiche di questo passo così importante.

E per organizzare tutte queste informazioni in maniera ordinata e comprensibile è sempre consigliabile stilare un piccolo business plan che possa fungere da documento riepilogativo e darci quindi un quadro chiaro di rutte le nostre possibilità in quello specifico campo d’interesse.

Come trasformare la propria passione in lavoro?

Ora che si hanno le basi per capire se vale effetivamente la pena di partire con un progetto lavorativo che implichi le proprie passioni, bisogna affrontare il passo di come tradurre in pratica queste aspirazioni.

Ecco quindi una lista di consigli utili per per lanciarsi in questa impresa.

  • La valutazione del tempo

Una delle cose fondamentali per fare i primi passi pratici è quella di valutare attentamente i tempi che si hanno a disposizione per la nuova attività. Poniamo il caso di voler tramutare in un lavoro la nostra passione per la cucina. La prima cosa che potrebbe saltare alla mente è quella di aprire un ristorante, ma per farlo servono, oltre che investimenti, anche notevoli quantità di tempo, che magari nelle fasi iniziali del nostro percorso non sono disponibili. La soluzione potrebbe ad esempio quella di optare per un ingresso un po’ più morbido per questa attività, magari offrendosi come personal chef a domicilio o organizzando dei piccoli catering. Questo permetterà di poter lavorare secondo le proprie disponibilità di tempo senza stravolgere i ritmi lavorativi e di vita precedentemente attivi.

  • Non abbandonare subito il vecchio lavoro

Non è un consiglio facile da seguire, ma è davvero uno sforzo fondamentale per la buona riuscita del proprio progetto. Il vecchio lavoro è certamente qualcosa che non si ama fare e che rischia di assorbire energie nei confronti della nuova strada che vogliamo intraprendere. Ma avere comunque alle spalle un sicurezza economica, soprattutto nella fase iniziale del nostro progetto, ci permette di godere di una maggiore libertà di manovra, e nella nuova carriera lavorativa potremmo prenderci i necessari rischi per sviluppare l’attività nascente. Ovviamente per seguire questo consiglio si devono sopportare periodi di sacrifici e difficoltà, ma la prospettiva del risultato finale, cioè un lavoro che coincide con una passione, è sicuramente uno stimolo notevole.

  • Perfeziona le tue competenze

Se abbiamo deciso che quello che più ci piace può diventare un lavoro, non si deve mai commettere l’errore di sentirci arrivati dal lato delle competenze e della formazione. Questo aspetto vale su due livelli distinti, quello del campo strettamente lavorativo, e quindi del nostro campo d’interesse, ma anche per tutte le attività collaterali alla gestione di un attività lavorativa. Quindi massima attenzione alla formazione e alle competenze, perché per riuscire con certezza si deve puntare a diventare i migliori. Pensiamo ad un concetto semplice ma con un esempio che rende bene l’idea. Se facciamo della passione per il modellismo un lavoro, dobbiamo necessariamente pesare che i nostri clienti saranno degli appassionati esattamente come noi, e quindi per avere successo nella nostra attività i prodotti che proponiamo dovranno essere i migliori e distinguersi da quelli dei nostri competitor. Infatti, soprattutto nel campo degli hobby, il cliente è anche disposto a spendere qualcosa in più del dovuto, ma solo a fronte di un prodotto o servizio di estrema qualità. Tralasciare questo punto focale conduce dritti al fallimento della nostra impresa.

  • Impara dagli errori e accetta suggerimenti

Nessuno nasce con la scienza in tasca. E quindi nella fase iniziale di un qualsiasi progetto si possono commettere alcuni errori potenzialmente fatali per una qualsiasi attività appena nata. La cosa è assolutamente naturale, e non ci si deve abbattere alla prima difficoltà. L’errore fa assolutamente parte di questa fase. La cosa importante e saperli riconoscere e provare ad imparare da essi oltre a seguire i consigli di chi sta già operando nel campo d’interesse scelto.

Accettare i suggerimenti e provare a prendere il buono dalle esperienze di chi è già passato attraverso le fasi di crescita di un progetto è senza dubbio una componente fondamentale del percorso di crescita della nuova attività lavorativa.

Sfrutta le possibilità offerte dalla rete

Al giorno d’oggi internet può essere considerato il primo volano fondamentale per la diffusione delle proprie attività. Grazie alla rete si possono proporre i propri prodotti o servizi in maniera capillare, andando a raggiungere i potenziali clienti in maniere che solo fino a pochi anni fa erano impossibili. Pertanto è fondamentale dotarsi di un minimo di strategia di marketing per pubblicizzare la propria passione e farla diventare un’occupazione stabile a tutti gli effetti. Inoltre tramite la rete si può andare alla ricerca di chi già manifesta il bisogno di un determinato prodotto o servizio. Basti pensare ai siti che si pongono da intermediari per l’incontro di domanda e offerta di freelance in vari campi come la scrittura, la fotografia o la musica. 

Fare di una passione un lavoro per la vita
Fare di una passione un lavoro per la vita

I rischi nel trasformare la propria passione in lavoro 

Esaudire il sogno di fare ciò che ci piace e riuscire a guadagnarsi da vivere con questo è un percorso lungo e pieno d’insidie. Non possiamo pensare che fare di una passione un mestiere sia un’operazione facile. Il rischio principale che si corre è proprio quello di vedere affievolire la passione per un determinato argomento proprio a causa delle difficoltà nel rendere possibile la sua trasformazione in un lavoro vero e proprio. 

Infatti si deve considerare che al di la della nostra passione per un determinato ambito, vi sono altre attività collaterali e collegate a questo che possono sporcare in un certo senso la nostra esperienza lavorativa. 

Si deve poi fare un discorso legato strettamente ai risultati del nostro lavoro e alle aspettative che si generano nei clienti che possono essere disattese quando proponiamo il servizio o prodotto come qualcosa di retribuito.

E la cosa è anche abbastanza scontata, se vogliamo. E’ una questione di aspettative. Se fai qualcosa per tuo puro diletto e la mostri ad un pubblico l’aspettativa che creata è a nostro vantaggio: la gente tende a sottovalutare le capacità di chi non fa qualcosa per mestiere e spesso rimane esageratamente colpita da un qualsiasi risultato.

Quando si propongono le stesse cose da un punto di vista lavorativo, le aspettative fatalmente salgono. Il pubblico (o meglio, i clienti in questo caso) ha aspettative meno elastiche e più mirate. E quindi c’è da dimostrare che si lavora  sì con passione ma, allo stesso tempo, anche con estrema qualità. E unire passione ed esigenze (altrui) non è una missione assolutamente semplice, ed anzi la difficoltà estrema che si porta appresso può risultare insormontabile.

Prendere sottogamba questo aspetto può essere molto controproducente, soprattutto se non si ha una buona dimestichezza a trattare con le persone (e i clienti possono essere le peggiori persone del mondo).

Quali talenti nel futuro del lavoro?

Una serie di dati possono spiegare bene quale tipo di forza lavoro è lecito aspettarsi in un futuro non troppo lontano. Esistono infatti dei fattori condivisi che possono dare un quadro generale di quelle che sono le tendenze in atto nella formazione di nuovo personale qualificato, ed i risultati conseguiti nel percorso scolastico e formativo possono lo spunto e la base di partenza per dei ragionamenti più ampi su quelli che saranno i nuovi lavoratori specializzati delle prossime decadi.

Avere questo tipo di informazione è importante non solo dal punto di vista meramente previsionale, ma indica anche quella che potrebbe essere la strada da seguire per orientare una futura formazione ed avere un traguardo visibile da raggiungere in termini di preparazione sperata dei nuovi candidati.

idee educazione e lavoro

Il campo di valutazione dei futuri candidati

Per avere un quadro complessivo della situazione sulle future nuove leve dell’occupazione è necessario avere un campo condiviso da cui proiettare i dati utili alla valutazione. Per fare questo uno studio britannico ha utilizzato come base per tutti gli studenti i risultati scolastici conseguiti durante la frequentazione del GCSE. Con questo acronimo si intende indicare il General Certificate of Secondary Education, in pratica un titolo di studio riconosciuto a livello internazionale rilasciato al termine dei primi due anni di scuola superiore. Il certificato internazionale GCSE è molto apprezzato da università ed aziende di tutto il mondo, perché fornisce una misura esatta della preparazione del candidato e garantisce anche una preparazione eccellente per i futuri step formativi da intraprendere in età giovanile.

Questo percorso formativo internazionale è attualmente disponibile in Gran Bretagna e Sati Uniti, e prevede rigorosi esami finali, che qualora fossero superati con profitto forniscono gli attestati GCSE in tutte le materie interessate dalle prove finali. La durata del programma di studi è di due anni e per partecipare è necessaria una buona preparazione nella lingua inglese (sono previsti dei punteggi minimi nei corsi di lingua inglese a riconoscimento internazionale).

Infine il piano di studi GCSE prevede una formazione ad ampio respiro multi disciplinare: si potranno scegliere piani partendo da un gruppo principale di materie in base agli obiettivi formativi da raggiungere ed integrarli con corsi a scelta. Il gruppo di materie principale è formato da lingua inglese, matematica e scienze alla quale aggiungere i corsi in ambito linguistico artistico e umanistico.

Gli studenti cinesi davanti a tutti

Secondo un rapporto dell’istituto di politica ed istruzione del regno unito (EPI) gli studenti cinesi sono apparsi più avanti dei loro omologhi britannici e non solo. L’analisi condotta prende in esame il tempo medio per il conseguimento degli attestati finali CGSE nelle varie materie, e denota una maggiore velocità e risultati più brillanti. Ma vediamo un po’ di dati per dare un’idea della situazione generale.

Gli alunni cinesi, che rappresentano lo 0,4 per cento della popolazione studentesca totale, ottengono risultati “significativamente migliori” in matematica e in inglese e all’età di 16 anni sono 24,8 mesi avanti rispetto ai loro omologhi britannici.

Analizzando i dati del database nazionale degli alunni del Dipartimento dell’Educazione, i ricercatori hanno anche scoperto che gli studenti indiani sono più avanti di un anno (14,2 mesi) rispetto agli allievi britannici entro la fine dei GCSE.

Nel frattempo, gli studenti dei Caraibi sono rimasti indietro di 2,2 mesi rispetto agli allievi britannici e hanno compiuto i progressi minimi dal 2011.

Il rapporto ha anche scoperto che i poveri adolescenti sono 18 mesi indietro rispetto ai loro colleghi più ricchi nei loro GCSE e che i progressi nella chiusura del divario si sono arrestati.

Il divario di raggiungimento del GCSE tra alunni svantaggiati e le loro controparti più ricche si è leggermente ampliato tra il 2017 e il 2018, suggerisce il rapporto annuale dell’EPI.

I progressi sono crollati per la prima volta dal 2011 e, se la recente tendenza quinquennale continua, la ricerca conclude che ci vorranno più di 500 anni per colmare il divario.

Quando hanno preso i loro GCSE, il rapporto ha scoperto che erano in ritardo di 18,1 mesi in termini di conseguimento medio in inglese e matematica – allargandosi di due mesi dal 2017. Per tutte le altre materie GCSE, la cifra è rimasta invariata rispetto al 2017 a 18,4 mesi.

L’analisi dei dati per capire il futuro del lavoro

Soprattutto l’ultimo dato visto, quello relativo a studenti ricchi e poveri, è particolarmente allarmante per quello che riguarda la mobilità sociale. Le notevoli difficoltà palesate da studenti in situazioni economiche disagiate rischiano di paralizzare l’ascensore sociale in un prossimo futuro, ancor più di quello che è successo negli ultimi decenni. La mancanza di risultati brillanti non consentirà quindi l’accesso a posizioni lavorative di prestigio, acuendo quella che rischia di diventare una vera e propria piaga sociale.

I risultati della ricerca mostrano invece come l’unica parte di mondo in cui l’elevazione sociale è possibile è quella delle nuove super potenze. Anche qui il processo che ha portato a questi risultati parte però da lontano, e sono almeno 20 anni che questo fattore si è innescato, partendo da una crescita economica delle zone del mondo come Cina e India, fino a garantire risultati brillanti per le nuove leve impiegate nella formazione. Non possiamo certo parlare di studenti cinesi e indiani come disagiati economicamente oramai e la tendenza visibile negli ultimi tempi sta trovando una conferma in questi risultati. Se infatti sempre più spesso è possibile trovare candidati indiani e cinesi posizionarsi in posizioni apicali delle grandi aziende, dall’altro lato la cosa sembra non potersi arrestare con studenti europei in difficoltà nel raggiungere gli stessi obiettivi in minor tempo.

Il fattore del tempo non è certamente secondario quando parliamo della proposta di nuovi candidati per il lavoro. Primo fattore è quello dell’occupazione di posti disponibili, con i migliori lavori che sono ad appannaggio di chi entra prima nel mercato del lavoro. In secondo luogo bisogna anche valutare la natura mutevole del mercato del lavoro odierno, che sforna ogni anno nuove posizioni per lavori che prima non esistevano. Trovando meno concorrenza e arrivando prima degli omologhi europei, molti dei nuovi lavori soprattutto nell’ambito digitale, sono terreno di conquista per candidati cinesi e indiani, che si possono proporre prima e con credenziali più solide davanti a queste nuove mansioni.

Come equilibrare la situazione dei candidati al lavoro

studio e lavoro

Alla luce di questi risultati in Inghilterra si stanno interrogando da qualche anno su come invertire la rotta e fornire maggiori strumenti agli alunni che si avvicinano a questo percorso formativo.

David Laws, presidente esecutivo di EPI ed ex ministro delle scuole Lib Dem, ha dichiarato che “Abbiamo bisogno di un rinnovato impulso politico per ridurre il divario dello svantaggio – e questo deve essere basato sull’evidenza di ciò che ha un impatto, piuttosto che sull’ideologia politica o sulle congetture.”

Ma il governo ha affermato che il divario si è “notevolmente ridotto” negli ultimi anni.

Nick Gibb, ministro degli standard scolastici, ha dichiarato: “Stiamo investendo 2,4 miliardi di sterline quest’anno da solo attraverso il premio Pupil per aiutare i bambini più svantaggiati.

“Gli insegnanti e i dirigenti scolastici stanno contribuendo a innalzare gli standard in tutto il paese, con l’85% dei bambini ora in scuole buone o eccezionali rispetto a solo il 66% nel 2010, ma c’è ancora molto da fare per continuare ad attrarre e mantenere i talenti individuati nelle nostre classi “.

Il punto focale è proprio l’ultimo toccato. Il mantenimento dei talenti è in assoluto una delle missioni più importanti in prospettiva che i paesi europei dovranno portare a termini. Senza politiche volte al supporto dei giovani formati nei paesi di origine, il futuro porterà vantaggi enormi ai paesi come Cina e India che possono sfornare menti brillanti in continuazione. La situazione sarà poi ancor più squilibrata quando questi paesi potranno godere di strutture di ricerca in grado di attrarre i talenti anche dai paesi esteri come peraltro già accade da qualche tempo. In pratica se non ci si concentra sulle politiche di supporto alla ricerca si rischia di vanificare il lavoro di formazione fatto in precedenza, trovandosi a lavorare di fatto per fornire candidati brillanti ad altri paesi.

5 Storie di successo per farsi ispirare

Leggere le storie di imprenditori di successo è fonte di ispirazione. Non solo quell’ispirazione dettata dalle idee geniali che possono avere generato una fortuna. Ma attraverso queste storie si possono prendere spunti per capire come approcciare in maniera più generale il mondo del lavoro. Possono quindi essere delle guide vere e proprie per capire come avere successo nel campo lavorativo che desideriamo, provando a lanciarci senza paura verso qualcosa che sembra impossibile oggi, ma che potrebbe diventare realtà domani. 

Tutte queste persone hanno in comune infatti una caratteristica fondamentale: non sono imbrigliati da limiti mentali, che possono mortificare le aspirazioni e rendere impossibile qualcosa che invece potrebbe essere reale. 

Coraggio e resistenza sono le due caratteristiche basilari, poi ovviamente ci vogliono capacità e quel pizzico di astuzia e fortuna che non guasta mai. 

Lasciamoci allora ispirare da questi 5 grandi imprenditori, che partivano dai piani più bassi della piramide lavorative e sono riusciti a raggiungere il vertice nelle loro professioni.

Imprenditori di successo: Howard Schultz, ovvero mr. Starbucks

tavolino starbucks cafe

Se nasci in un complesso residenziale per cittadini indigenti, difficilmente la vita ti sorriderà in futuro. A meno che tu non sia tenace, furbo e abile in qualcosa a tal punto da sovvertire tutte le situazioni a tuo favore. La storia di Howard Schultz è la classica favola americana di chi riesce a sfruttare al meglio la terra delle opportunità. Nasce poverissimo, ma grazie allo sport riesce ad avere una borsa di studio per l’università del Michigan. Grazie agli studi, altrimenti impossibili per via delle scarse finanze familiari, riesce a formarsi come lavoratore, e trova un impiego alla Xerox, multinazionale di stampanti e fotocopiatrici.

Dopo quest’esperienza capisce che il lavoro da dipendente non fa per lui, e decide di seguire la strada più comoda per avviare un’attività in proprio, aprendo quindi un punto vendita Starbucks in franchising. All’epoca le celebri caffetterie non erano ancora il colosso odierno, e in tutti gli States si potevano contare appena 60 punti vendita. Schultz è però così attivo e pieno di idee brillanti da farsi notare all’interno del nascente management Starbucks. Scalando con tenacia ogni gradino, arriva fino alla carica di CEO nel 1987. Sotto la sua guida l’azienda inizia a volare letteralmente. Grazie alle idee e alle capacità manageriali di Schultz le caffetterie Starbucks possono oggi contare la bellezza di 16.000 punti vendita in tutto il mondo, creando di fatto un brand riconosciuto dovunque.

Quello su cui punta Schultz è semplice: non si limita a vendere caffè, ma offre ai propri clienti un vero e proprio stile di vita, che viene rappresentato proprio dai celebri caffè da asporto Starbucks.

 «Sporcati le mani. Ascolta e comunica con trasparenza. Racconta la tua storia e non lasciare che siano gli altri a definirti. Trai ispirazione da chi ha esperienze reali da raccontarti. Lega le loro storie ai tuoi valori. Fai scelte dure: è l’azione quella che conta. Cerca la verità e le lezioni in ogni errore. Sii responsabile per quello che vedi, ascolti e fai».

Howard Schultz

Dalle parole di Schultz si comprendo bene i motivi di tanto successo. Siamo di fronte ad una persona che è riuscita a risollevarsi dalla miseria più profonda, arrivando fino alla celebrità e la ricchezza grazie alla trasposizione nel proprio lavoro delle esperienze reali, sia le sue che quelle di chi collabora con lui. L’importanza massima del gesto, e della concretezza a fronte delle parole. Questo è uno dei segreti del successo dei grandi imprenditori come Howard Schultz.

 Imprenditori di successo: Leonardo Del Vecchio, l’arte di vederci lungo

La vita di Leonardo Del Vecchio è stata per un certo periodo una corsa ad ostacoli. Rimane orfano di padre giovanissimo, in una famiglia che si manteneva commerciando frutta a Barletta, nel profondo sud. Trascorre tutta l’infanzia in un orfanotrofio, e appena in età da lavoro inizia come operaio in una fabbrica di incisioni metalliche.

Ma la voglia di emergere e mettersi in gioco è tanta, cosa che lo porta ancora giovanissimo, a soli 23 anni, ad aprire una piccola bottega artigianale di montature per occhiali. La qualità del suo lavoro, unita alla voglia di emergere e alle capacità imprenditoriali danno poi vita a Luxottica, un colosso mondiale della distribuzione di occhiali da sole e da vista, affiancandosi a brand riconosciuti come Ray-Ban e Oakley. Tutto questo ha fatto di Del Vecchio una presenza fissa nella lista degli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio stimato di 15,3 miliardi di dollari

 «Ho fondato tutta la vita sui valori veri: sono la cosa più importante. Sono la dimostrazione che si può fare impresa in Italia ed essere onesti allo stesso tempo. Certo, a nessuno piace pagare le tasse. Ma a me piace fare sonni tranquilli».

Leonardo Del Vecchio

Onestà, capacità di programmare economicamente un’azienda, e grande coraggio. In questo modo Leonardo Del Vecchio è riuscito a ad arrivare sulle pagine di Forbes partendo da un orfanotrofio.

Imprenditori di successo: Ralph Lauren stile e successo

Uno stilista acclamato nel mondo, un patrimonio stimato in oltre 7 miliardi di dollari. Eppure il giovane Ralph Lauren inizia come molti di noi. In gioventù è infatti un commesso che si reca al lavoro tutti i giorni tra incombenze e clienti da soddisfare. Non è però un addetto vendita come tutti gli altri. Appena assunto da Book Brothers a New York, a Lauren viene l’idea di ripensare un classico dell’abbigliamento maschile come la cravatta, creando varianti più larghe e colorate. Saranno un must della moda 60/70, e Ralph Lauren vende cravatte per un valore di 500mila dollari dell’epoca, iniziando a gettare le basi per il suo impero della moda che l’ha portato ai vertici mondiali. 

«Le persone spesso mi chiedono come ha potuto un ebreo del Bronx creare cravatte alla moda per un élite di persone, senza avere soldi e appartenere a una classe alta. A loro rispondo che ci sono riuscito perché avevo imparato a sognare».

Ralph Lauren

In queste parole di Ralph Lauren c’è tutta l’essenza dell’imprenditorialità di successo. Quello che sembra impossibile e velleitario, può trasformarsi nell’affare migliore della vita, e in un lavoro che possa dare occupazione non solo a sé stessi ma anche moltissime altre persone. 

Imprenditori di successo: Michael O’Leary, volare sempre alti

Michael O’Leary da giovane è un anonimo barista che mette da parte qualche risparmio per potersi pagare gli studi. Finito il periodo universitario con quello che rimane decide di comprare un’edicola, poi passa a lavorare come consulente fiscale. Insomma una carriera con molti stop e qualche deviazione che lo porta però al 1987, quando incontra un certo Tony Ryan, che ha in mente di avviare una compagnia aerea. Affianca Ryan in questa impresa e nel 1994 prende le redini di quella che si chiama Ryanair, stravolgendone completamente i paradigmi. O’Leary capisce per primo che il mercato richiede a gran voce una tipologia di voli low cost, soprattutto per tratte brevi, e con questa idea rivoluziona per sempre il mercato delle compagnie aeree.

Oggi la Ryanair produce un utile superiore ai 500 milioni di euro. E tutto parte da quella fortunata intuizione.

«Ho iniziato da piccole attività: aprivo alle 7 di mattina e chiudevo alle 11 di sera. È così che ho imparato come si gestisce un’impresa. Non sui libri».

Michael O’Leary

Michael O’Leary ci ha quindi insegnato il valore dell’esperienza e di come saper prendere con attenzione spunto da quello che ci circonda per farci guidare in quella che è la nostra vita lavorativa e professionale.

Imprenditori di successo: Renzo Rosso, mr Jeans

Nasce nelle campagne venete, in una famiglia di agricoltori, e inizia la sua carriera guidando trattori. Ma coltivare la terra non è la sua unica attività. All’età di 15 anni Renzo Rosso viene morso dalla passione per la moda, e confeziona il suo primo paio di jeans con la macchina da cucire della madre. Trova poi delle variazioni sul genere per il celebre capo di abbigliamento importato dagli americani dopo la seconda guerra mondiale. Renzo Rosso stravolge i jeans rendendoli ancora più estremi e ribelli, aggiungendo macchie, scoloriture e strappi per creare pezzi unici. Fonda quindi la Diesel da zero ed oggi può contare su un impero della moda che gli garantisce un patrimonio personale di oltre 3,5 miliardi di dollari.

«Essere alla moda e trendy, significa investire continuamente in cose e persone nuove, abbracciare i rischi. Senza tenere conto della situazione economica e delle crisi».

Renzo Rosso

La lezione di Renzo Rosso è quella del coraggio. Provare strade nuove, mai battute prima, consente di avere la fortuna massima quando si centra l’idea giusta. Per fare questo ovviamente ci vuole un coraggio notevole. Ma rischiare significa anche dare fiducia a chi pensi possa meritarla, e vuol dire far emergere i talenti, propri e quelli degli altri. 

Tutte queste lezioni e queste storie, sommate assieme potrebbero essere il nostro prossimo lavoro. 

Vivere e lavorare a New York

New York è la città più famosa al mondo, e l’idea di trasferircisi e lavorarci è sicuramente suggestiva. Tutti noi ci saremo immedesimati in qualche personaggio che ha vissuto le sue vicende nella Grande Mela. Ma la fiction spesso offre un’immagine molto semplicistica della vita newyorkese.

Dimentichiamoci di vivere come i protagonisti di Friends, che vivevano in due spaziosi appartamenti in pieno centro di Manhattan saltando da un lavoro all’altro senza grandi problemi economici. 

La realtà è ben diversa, soprattutto se si viene dall’estero, e per vivere in una città come New York bisogna essere ben preparati, conoscere bene il funzionamento del mercato del lavoro e sapere fin da subito che si andrà incontro a varie difficoltà. 

La ricerca del lavoro a New York

statua della libertà new york
La statua della libertà, uno dei simboli di New York nel mondo

La prima difficoltà sarà relativa alla ricerca di lavoro. Vediamo di capire dal punto di vista burocratico come dobbiamo muoverci per trovare lavoro a New York, se sia possibile trovarlo dall’Italia, come presentarci e a chi e dove rivolgerci per trovare offerte di lavoro. 

Trasferirsi a New York per trovare lavoro 

Abbiamo già affrontato il tema dei visti per l’ingresso negli Stati Uniti. Tralasciando la possibilità di vincere alla lotteria per la Green Card, in quanto cittadini europei gli italiani possono risiedere negli Stati Uniti per 90 giorni, grazie all’ESTA (Autorizzazione di Viaggio Elettronica per gli Stati Uniti), ma non gli è permesso lavorare. Un visto lavorativo viene concesso solo quando un’azienda si fa garante del richiedente, di conseguenza senza lavoro non si può avere un visto e senza visto non si può lavorare. Questo apparente paradosso costringe chi vuole trasferirsi a New York dall’estero ad investire energie e denaro per trovare un’occupazione nell’arco dei tre mesi concessi con l’ESTA e richiedere immediatamente il visto da lavoratore non appena assunti. Nonostante ci sia una certa tolleranza a New York per chi cerca lavoro, le infrazioni alla regolamentazione sull’immigrazione possono portare all’immediata espulsione e al divieto di rientro negli Stati Uniti fino a 10 anni. 

Cercare lavoro a New York dall’Italia 

Trovare lavoro dall’Italia è molto complicato, la concorrenza è elevata e non essere fisicamente presenti ai colloqui è un grandissimo svantaggio. Una via è rivolgersi a quelle aziende italiane che hanno sedi a New York, oppure avere un tale grado di specializzazione che una nostra candidatura può essere accettata perché una delle poche a soddisfare i requisiti per quello specifico ruolo. La ricerca di lavoro sui siti utilizzatissimi a New York, non porterà a granché se non si ha la possibilità di presentarsi ad un colloquio. 

Come presentarsi per ottenere un lavoro a New York 

È importantissimo tenere a mente le differenze tra il curriculum europeo e il “resume” americano: negli Stati Uniti, e nelle città come New York in particolare, sono sensibilissimi al tema della discriminazione sul luogo di lavoro, quindi non dovrete assolutamente riportare fotografia e data di nascita sul vostro “resume”, se non volete che venga immediatamente cestinato. Inoltre, a differenza dei tipici formati europei di due, tre pagine, in cui si dettagliano tutte le posizioni lavorative occupate e tutti gli studi effettuati, negli Stati Uniti prediligono un singolo foglio, di agile lettura, che contenga solo le informazioni utili per valutare se siete adatti a ricoprire il ruolo richiesto. Non dilungatevi troppo inserendo informazioni superflue. La prima (e più importante) cosa che dovrete scrivere è il vostro Objective: in massimo tre righe dovrete riassumere la vostra esperienza per il ruolo che vorrete ricoprire, in maniera che alla prima scorsa il selezionatore dovrà aver già capito che siete meritevoli di attenzione, altrimenti il vostro profilo finirà cestinato insieme alle altre decine ricevuti giornalmente. Siate concisi, originali e usate grassetti, corsivi e sottolineature per attirare l’attenzione sugli elementi principali: nei primi secondi in cui il vostro “resume” sarà nelle mani del selezionatore si deciderà il successo della vostra domanda. 

I settori in cui trovare lavoro a New York

Finanza 

Uno dei settori principali in cui lavorare a New York è quello finanziario. In quanto una delle tre capitali della finanza mondiale con Londra e Tokyo, il settore richiama addetti da tutto il mondo e la conoscenza di lingue e mercati esteri è un fattore determinante nel successo lavorativo. Ben il 35% dei redditi newyorkesi nasce attorno a Wall Street. 

Ristorazione

Nell’ambito della ristorazione gli italiani sono molto richiesti, e l’USCIS (Autorità per l’immigrazione), non applica particolari restrizioni nei confronti dei ristoranti che vogliono assumere chef, pizzaioli o altro personale specializzato, dato che la professionalità italiana nel campo è riconosciuta come una fonte economica. Una buona esperienza sul campo può farvi guadagnare delle buone occasioni, ma la concorrenza è comunque molto alta e potreste dover rifare un po’ di gavetta prima di occupare una buona posizione. 

Industria creativa 

A New York il campo dei media impiega circa trecentomila persone tra editoria, pubblicità, musica e televisione, e inoltre vi hanno sede marchi importantissimi nel campo del design, dell’architettura e della moda. Nell’industria creativa la nazionalità italiana spesso è considerata un valore aggiunto, in particolar modo nell’ambito della moda e del design. Parrucchieri, truccatori, stilisti, grafici, scenografi architetti, designer, ecc. sono visti con un certo occhio di riguardo se di formazione italiana. In questi ambiti avere la possibilità di far vedere un portfolio di propri lavori è essenziale. 

Lavori saltuari 

Come abbiamo detto, senza visto lavorativo non è permesso lavorare, anche se in certi ambiti uno strappo alle regole è abbastanza tollerato. Nello specifico camerieri e baby sitter sono impieghi, utili magari per coprire qualche spesa mentre si è alla ricerca di un’occupazione stabile, che sono spesso svolti da persone senza i visti necessari: si stima che più di trecentomila persone a New York svolgano questi lavori con visti turistici o di studio. 

Costo della vita a New York 

Veduta di manhattan
Manhattan, una delle zone più esclusive di New York

New York è una delle città più care al mondo, per cui quando valutare lo stipendio che andrete a percepire, dovete anche tenere in considerazione le spese che affronterete.

Affitto

L’affitto mensile di un monolocale varia da zona a zona, si passa dai 1500 dollari del Queens o di certe zone di Brooklyn ai 2000 di Downtown Manhattan, fino ai 2500 per un monolocale in un buon complesso residenziale moderno. Un appartamento più grande, con due stanze, ammobiliato, circa 85 mq, può costare più di 2500 dollari al mese in una zona periferica e almeno 3500 dollari in una zona centrale. Molti scelgono di affittare una stanza in un appartamento condiviso, e in questo caso si passa dagli 800/1000 dollari al mese per quartiere come Queens, Brooklyn o Staten Island fino ai 1500 minimo per Manhattan.

Pulizie e bucato 

Può anche essere utile assoldare un aiuto domestico per le pulizie, la cui tariffa oraria è di 25 dollari, e dobbiamo considerare che molto raramente le case a New York hanno la lavatrice, e si utilizzano molto le lavanderie a gettoni che costano dai 2 ai 4 dollari ad utilizzo, a seconda del peso del carico. Far lavare e stirare una camicia in tintoria costerà circa 3 dollari.

Bollette e trasporti

All’affitto aggiungiamo circa 100 dollari al mese di utenze (gas, elettricità) in caso si viva da soli e circa 60/70 in caso si condivida l’appartamento. Inoltre il costo della connessione internet si aggira attorno ai 50 dollari mensili, mentre un piano tariffario per il cellulare con una buona offerta dati è attorno ai 70 dollari. 

Per quanto riguarda i trasporti, in tutta l’area urbana di New York ci si sposta con la metropolitana, che funziona 24 ore su 24, il cui abbonamento mensile a corse illimitate costa 116,50 dollari. Dal momento che una corsa singola costa 2,75 dollari, superando le 40 corse mensili conviene l’abbonamento. Una corsa di un taxi, a tariffa standard, costa circa 13 dollari per un tragitto di 8 chilometri.

Cibo

Il cibo è un discorso a parte. I supermercati nella zona di Manhattan sono molto cari, ed in genere i prodotti di qualità a cui siamo abituati in Italia costano molto. Per rendere l’idea, un litro di latte costa 1,27 dollari, una confezione di 12 uova 4,49 dollari, un filone di pane costa 2,78 dollari e un kg di pomodori 5,21 dollari. Spesso possono essere più conveniente quei ristoranti che offrono pranzi a buffet che si pagano a peso, oppure i take away asiatici che con circa 6 euro offrono porzioni più che abbondanti che vanno bene anche per due pasti. 

Assicurazione sanitaria

Infine, una grande incognita è la spesa sanitaria. A volte l’assicurazione sanitaria è inclusa nel contratto di lavoro, ma solo per le professioni più specializzate e retribuite, mentre per i lavori meno qualificati spesso non c’è alcun tipo di copertura. Le spese sanitarie in America sono altissime, quindi sarà il caso di riservare una quota del nostro stipendio ad un’assicurazione sanitaria privata. Il costo può dipendere da molti fattori come l’età o la nostra storia clinica, ma mediamente un americano tra i 35 e i 44 anni spende circa 390 $ al mese per la copertura sanitaria.

Stipendi medi a New York 

Ovviamente, essendo una città così cara, anche gli stipendi sono più alti della media. Si calcola che la Grande Mela sia in quarta posizione nella classifica degli stipendi e in quinta in quella sul reddito disponibile dopo aver pagato l’affitto medio. 

Certo, tutto dipende dal tipo di professione. Per un cameriere è praticamente impossibile calcolare la retribuzione mensile: il fisso è generalmente molto basso e gravato da molte tasse, ma le mance rappresentano la maggior parte delle entrate e variano da un minimo del 10% sul servizio fino anche al 20/25%. Le professioni mediche sono quelle che vengono retribuite meglio, come in tutto il mondo, in base alle responsabilità assunte. Un chirurgo può arrivare anche a 230000 dollari annui. In linea di massima, la media degli stipendi è di circa 82000 dollari annui, che significa che è di 55000 nelle zone più periferiche e degradate e di 130000 nelle zone più ricche. Possiamo stimare che una busta paga di 5000 dollari mensili ci possa permettere di vivere agiatamente nella zona urbana, ma dobbiamo sempre tenere a mente che a differenza dell’Europa quasi tutti i servizi sono a pagamento.