Come diventare dietologo, nutrizionista e dietista

Ci sono alcuni lavori che hanno anche una discreta tradizione alle spalle ma che sono divenuti più importanti e ricercati con il tempo. Quello del dietologo/nutrizionista è sicuramente una di queste professioni, e i motivi di questo successo sono da ricercarsi in una maggiore attenzione alla salute fisica che si sta riscontrando nelle nuove generazioni, ed anche nelle innumerevoli applicazioni in ambito sportivo che questo lavoro riesce ad avere. Infatti questa figura professionale ha visto aumentare il recinto d’impiego con il mutare delle necessità nella vita di tutti i giorni e il progredire della scienza relativa alla preparazione fisica.

Lo spazio per una carriera in questa professione sembra esserci, ma come in tutte le occupazioni nel campo della medicina è necessaria una preparazione adeguata e molto specifica per svolgere al meglio questo lavoro. Di sicuro c’è che se fatto con preparazione e passione, questa può essere una carriera che regala molte soddisfazioni, anche nel campo economico.

Ecco allora tutto quello che c’è da sapere per diventare un dietologo, nutrizionista e dietista, dal percorso di studi adeguato, fino a tutte le informazioni utili per esercitare la professione.

dietologo

Dietologo nutrizionista o dietista? Le differenze

Iniziamo facendo chiarezza su quelle che sono le differenze nelle figure professionali legate all’alimentazione. Spesso si confondono le figure di dietologo e nutrizionista, a cui va aggiunto anche il dietista che è una mansione leggermente diversa e segue altre strade di formazione rispetto agli altri due. 

La cosa che hanno in comune queste tre occupazioni è un punto fermo da cui si deve partire per avere chiaro il principio di fondo che governa questo lavoro: la prescrizione di una dieta è un preciso atto medico. Pertanto solamente degli specialisti possono rilasciare dei percorsi alimentari da seguire.

Dietista

Il dietista è un professionista dell’alimentazione che ha conseguito una laurea triennale, quindi il primo grado della formazione universitaria. Non è un medico a tutti gli effetti, ma viene inquadrato come operatore sanitario. Il compito del dietista è quello di elaborare e mettere in atto delle diete prescritte da un medico, occupandosi in particolare dell’igiene degli alimenti. Tra i suoi compiti più importanti c’è quello dell’educazione alimentare, della ricerca e della collaborazione con l’industria del settore food. Al momento non esiste un albo professionale attivo per questa figura, pertanto l’esercizio della professione di dietista è possibile subito dopo il conseguimento della laurea breve in medicina.

Nutrizionista

Il nutrizionista è in realtà un biologo prestato alla scienza alimentare. Ha quindi conseguito una laurea quinquennale in biologia, sviluppando così le competenze adatte per valutare i bisogni nutritivi ed energetici delle persone. Grazie alla sua preparazione può operare nell’ambito dell’educazione alimentare e della ristorazione collettiva come le mense scolastiche ad esempio. Grazie al percorso di studi completo, il nutrizionista può elaborare diete, può fornire consulenze alimentari approfondite e prescrivere integratori alimentari. Non può fare lo stesso con i farmaci e non può nemmeno formulare diagnosi, e in caso di sospetta patologia deve rimandare il paziente al consulto con un medico.

Dietologo

Il dietologo è un laureato in medicina e chirurgia con successiva specializzazione di quattro anni in scienze dell’alimentazione. Vista la sua preparazione più specifica è in grado di formulare diagnosi e prescrivere, oltre a diete mirate, anche farmaci per combattere le malattie dell’alimentazione. Tra tutte è sicuramente la figura più completa e competente nel campo dell’alimentazione e dei suoi disturbi.

Percorsi formativi e albi professionali dei lavori legati all’alimentazione

professionista scienze alimentari

Come abbiamo visto si deve decidere in partenza quale potrà essere la carriera da svolgere nel campo delle scienze alimentari. Ognuna delle tre figure descritte in precedenza prevede un diverso impegno e un percorso di studi che può aprire maggiori possibilità lavorative a seconda della scelta. Sicuramente quello del nutrizionista è il percorso più flessibile dal punto di vista professionale, perché prevede una preparazione meno legata strettamente alle professioni mediche. Se si decide di intraprendere la carriera di nutrizionista infatti, si dovrà avere la laurea in biologia e per esercitare sarà necessario iscriversi all’albo nazionale dei biologi. E questo potrebbe essere un percorso di studi spendibile anche in alti ambiti lavorativi, sia legati alle scienze alimentari, come i certificatori per le licenze di ristorazione o chi redige i documenti come RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione) per le aziende che operano nella filiera dell’alimentari, sia nel campo della scienza biologica in genere, con lavori che guardano alla tutela dell’ambiente ad esempio.

Se invece si è fortemente indirizzati verso una carriera più spiccatamente medica la figura del dietologo è quella che garantisce il percorso di preparazione più completo, e permette di esercitare come medico in generale. Il percorso di studi è leggermente più lungo, sopratutto a causa della doverosa specializzazione in scienze alimentari, ma fornisce la preparazione migliore, dando la possibilità di esercitare la professione in maniera completa. Naturalmente in questo è d’obbligo l’iscrizione all’albo dei medici per poter lavorare come dietologo a tutti gli effetti.

La figura del dietista è in vece quella più soft che si può definire quasi di supporto, ma comunque utile per i medici stessi che vogliono farsi consigliare da professionisti del settore per garantire le giuste cure ai propri pazienti. Queste figure sono estremamente popolari nell’ambito dello sport professionistico dove molto spesso il dietista è solo una parte di una equipe medica che segue tutte le fasi degli atleti nella loro preparazione.

Lo stipendio di un dietologo nutrizionista e dietista

Stipendi di dietologo nutrizionista e dietista

Naturalmente il lato economico non può, e non deve, essere secondario ai fini di una ricerca di lavoro e della scelta di una professione possibile. Rispetto alle tre figure viste in precedenza ci sono ovviamente delle differenze salariali, dettate soprattutto dalle differenti responsabilità a cui sono chiamate. Ed inoltre come spesso accade quando si parla di professioni mediche, ci sono delle sfumature relative all’esercizio della professione, che può avvenire in forma pubblica presso gli ospedali oppure in forma privata.

Quanto guadagna un dietista?

Lo stipendio di un dietista si attesta mediamente attorno ai 1.650 € mensili netti. Il calcolo è ovviamente fatto su tutta la carriera, ma è bene sapere che per quelli senza esperienza i primi salari potrebbero essere su cifre più contenute come ad esempio 1.200/1.300 €. Rispetto al dato medio sullo stipendio di un dietista bisogna anche specificare che l’esercizio della professione in forma privata consente generalmente un aumento del salario di circa il 44% . Infatti quando si parla di dietisti con esperienza alle spalle che svolgono la professione privatamente si possono trovare stipendi che toccano i 2.350 € al mese.

Quanto guadagna un nutrizionista?

Un nutrizionista subisce differenti oscillazioni in termini di salario rispetto ad un dietista. Anche se lo stipendio medio si attesta su una cifra molto simile, ed infatti siamo sui 1.600€ mensili per questa mansione, la partenza per chi è alle prime armi può essere però molto lenta con salari di base che partono da appena 850 € al mese, a salire in base all’eperienza accumulata. La differenza sostanziale sta nel fatto che nello svolgimento privato della professione si possono attendere guadagni maggiorati di appena il 15%. Il tutto è compensato dalla natura più flessibile della figura che essendo un biologo a tutti gli effetti può ampliare il suo campo di lavoro anche oltre alle scienze alimentari in senso stretto.

Quanto guadagna un dietologo?

Quella del dietologo è la professione più completa nella galassia delle scienze alimentari e questa tendenza si esplicita anche negli stipendi. Mediamente questa figura professionale guadagna circa 2.580 € mensili, con partenze di carriera per i giovani che prevedono stipendi da 40.000 € l’anno lordi. La curva abbastanza alta di questi salari si riflette anche sull’oscillazione per chi svolge la professione in forma privata con stipendi che possono lievitare fino al 65% rispetto alla media. Alla fine della propria carriera, con molti anni di esperienza alle spalle un dietologo affermato può arrivare anche a superare i 100.000 € lordi annui, per uno stipendio di tutto rispetto commisurato alla preparazione specifica necessaria per il corretto svolgimento della mansione.

La professione dell’apicoltore

La parola apicoltore che cosa vi fa venire in mente?

Chi è un apicoltore? Cosa fa? Come lo fa?

Pochi sanno rispondere a queste domande. Nella migliore delle ipotesi, di solito si pensa alla figura dell’apicoltore come a un signore con un buffo scafandro che lo ricopre da capo a piedi, cappello a falde larghe e retina davanti al viso, mentre raccoglie da simpatiche casette, dette arnie, il miele fatto da piccole api industriose; miele che poi verrà messo in romantici vasetti con etichetta scritta a mano, copertura in stoffa a quadretti e nastrino.

Bene, non è proprio così. O meglio, non è solo così. Quello di giocare all’apicoltore può essere un hobby, ma può diventare anche una professione vera e propria che – come tutti i mestieri fatti con serietà, richiede un bagaglio di conoscenze specifiche, pazienza e un grande amore per la natura.

È una professione particolare, che suscita molta curiosità e spesso anche ammirazione. Chi decide di intraprendere questa professione parte sicuramente dalla voglia di fare un lavoro all’aria aperta, lontano da uffici e spazi chiusi dove le giornate sono scandite da cartellini da timbrare, permessi da chiedere e tempo che prevalentemente viene gestito da un superiore al quale bisogna rendere conto.

Chi è interessato alla produzione di miele per consumo personale (ma anche di altri prodotti come la cera, la propoli, il polline, la pappa reale, ad esempio) può dedicarsi all’apicoltura come attività di svago, trascorrendo il proprio tempo libero all’aperto, fra prati o boschi, lontani dal traffico, dai palazzi, dagli schiamazzi e dall’inquinamento cittadino, ristabilendo un contatto diretto con la natura. Comprare e mantenere un alveare non costa neanche troppo. Il prezzo di acquisto di uno sciame è abbastanza contenuto, così come l’acquisto delle casette e degli accessori non prevedono certamente l’accensione di un mutuo. Un po’ più impegnativi, invece, sono i costi da sostenere per l’acquisto delle attrezzature per la smielatura.

Dalla creazione allo sviluppo dell’alveare, alla cura delle api

Fare l’apicoltore non è detto però che debba restare solo un simpatico hobby. Molti cominciano per passione ma spesso, giorno dopo giorno, questa si trasforma in qualcosa in più, diventando anzi fonte di un discreto reddito, una seconda entrata per arrotondare piacevolmente lo stipendio riuscendo a mantenere, allo stesso tempo, anche il proprio lavoro quotidiano.

Ma quella di apicoltore può diventare una vera e propria professione, considerando che il settore della produzione di miele offre grandi opportunità e soddisfazioni economiche alla luce di un consumo di miele e derivati in forte crescita, specialmente nel nostro Paese.

Se si è proprietari di più di trenta alveari non possiamo più parlare di hobby ma di professionisti del settore.

In Italia gli apicoltori, da una sorta di censimento, sembrano essere circa cinquantamila, di cui più della metà si dedicano con passione alla cura degli alveari per l’autoconsumo di miele, mentre la restante parte si dedica a questa attività per immettere sul mercato i prodotti derivanti dal lavoro instancabile delle api. Forse è superfluo ricordarlo, ma il miele non è l’unico prodotto che questi meravigliosi insetti ci donano. In commercio troviamo numerosi rimedi naturali per la salute, come ad esempio integratori a base di pappa reale, o al propoli che ha proprietà pari a un potente antibiotico senza gli effetti collaterali del farmaco, alla cera vergine d’api.

I numeri oggi

Gli alveari presenti sul territorio nazionale sono circa 1,5 milioni secondo l’Anagrafe Apistica Nazionale (dati del 2018). Il settore apistico – il cui valore è stimato intorno ai due miliardi di euro – è in costante crescita (+5% nel 2017). I consumi di miele pure sono in costante aumento, ma non è così, purtroppo, per la produzione: i cambi climatici, la siccità, i fenomeni naturali che cambiano repentinamente le condizioni termiche, influiscono negativamente sugli sciami e sulle loro attività produttive. Le api sono insetti delicatissimi che svolgono un ruolo fondamentale nel nostro ecosistema come vedremo più avanti.

Ciò ha portato, parliamo dell’Italia, negli ultimi anni a una drastica riduzione della produzione del cosiddetto “oro biondo”. Secondo la Coldiretti, si è passati da venti milioni di chili del 2016 a poco più della metà dell’anno successivo. Ciò ha comportato, dati gli elevati consumi, alla necessità di importare il prodotto dall’estero superando i ventitre milioni di chili (un aumento stimato, da un anno all’altro, intorno al 4%), ed è un peccato se pensiamo che in Italia abbiamo una ampissima varietà climatico-vegetazionale e vantiamo apicoltori con altissima professionalità che hanno, col tempo, sviluppato metodologie e tecniche per implementare la produzione di mieli che sono diventati un’eccellenza a livello mondiale. Anche per la produzione del miele, infatti, il Made In Italy è ormai garanzia di qualità.

A fornire questi dati è l’Osservatorio Nazionale del Miele. L’Osservatorio monitora numeri, fa statistiche e ci dice anche che «Oltre a un’infinità di millefiori, che rappresentano con una varietà indescrivibile di colori, aromi e sapori le associazioni floreali dei diversi territori, il nostro Paese può contare su oltre trenta monoflora classificati».

Soprattutto le regioni del Nord vantano la maggiore densità di alveari: al primo posto c’è la Lombardia con 136.799 alveari, al secondo posto c’è la regione Piemonte con 113.325 alveari e al terzo l’Emilia Romagna con 104.556. Anche questi dati, in continuo aggiornamento, sono forniti dall’Osservatorio Nazionale del Miele. L’80% – circa 900.000 – degli alveari censiti in Italia è gestito da persone (individui o soggetti giuridici) che hanno fatto dell’allevamento delle api una professione da cui ricavare guadagno.

Formazione e normativa

Sia che si tratti di un hobby o di una professione, fare l’apicoltore richiede necessariamente una formazione specifica oltre che aggiornamento continuo: le innovazioni tecnologiche per la cura e la salvaguardia delle api sono all’ordine del giorno. È fondamentale, inoltre, tenersi informati sui metodi di prevenzione per le nuove malattie, le tecniche di raccolta e le norme legislative che regolamentano la professione.

Infatti, altra cosa dalla quale un apicoltore non può prescindere, è conoscere le normative ed essere edotti su quali permessi e autorizzazioni sono necessari per svolgere l’attività in tutta tranquillità. Conoscere, ad esempio, la procedura HACCP – acronimo della locuzione inglese Hazard Analysis and Critical Control Points, e cioè sistema di analisi dei rischi e di controllo dei punti critici, che consiste in un insieme di procedure che garantiscono la salubrità dei cibi grazie alla corretta conservazione degli stessi e ad accurate misure di prevenzione della contaminazione degli alimenti in tutte le fasi della preparazione – non è solo utile ma addirittura fondamentale.

Parliamo quindi di formazione specifica. Per diventare apicoltore bisogna seguire un corso professionale cui può accedere chiunque poiché non sono richiesti titoli particolari.

È impensabile dedicarsi all’apicoltura senza conoscere perfettamente la materia viva con cui si andrà a interagire, occorrerà dunque conoscere tutto sulle api: dal ciclo di vita alla riproduzione; dalle abitudini al comportamento; i rischi che corrono le api soprattutto a livello ambientale, ma anche per una cattiva gestione o per errori umani, e l’uso errato di pesticidi può tranquillamente rientrare in quest’ultima categoria.
Quello che è certo è che non ci si può improvvisare apicoltori. Sono da considerarsi fondamentali buone basi teoriche per interagire con un essere vivente così delicato e importante per il nostro ecosistema. Il corso professionale di apicoltore dovrebbe fornire le basi di discipline scientifiche come la biologia, l’ecologia e la botanica.

Numerose sono le Associazioni presenti sul territorio nazionale che si occupano di formare adeguatamente nuovi apicoltori con corsi base sia per chi è agli inizi di questa affascinante e difficile professione, sia per chi è già esperto e ha bisogno di aggiornarsi sulle ultime innovazioni tecnico-scientifiche. Ovviamente ogni corso di formazione contempla, oltre la parte teorica, una necessaria quantità di lezioni “sul campo” in senso letterale e pratico.

Al termine della formazione è fondamentale l’affiancamento – almeno per una stagione – con un apicoltore in piena attività. Quello di apicoltore è sì un mestiere che si ruba con gli occhi, ma non prescinde da un’adeguata formazione in aula. Sarebbe opportuno trovare un apicoltore “anziano” che sappia trasmettere il suo saper fare acquisito in anni di esperienza.
Al termine di questo percorso si potrà dare l’avvio alla propria vita da apicoltore con l’individuazione di un luogo adatto, l’acquisto dei materiali necessari e in primis uno sciame.

Ma attenzione! Non è possibile, in Italia, collocare i propri alveari dove si vuole. L’individuazione del luogo richiede il rispetto di alcune regole e – cosa importantissima – è obbligatorio comunicare la georeferenziazione degli stessi alveari. In caso di spostamenti bisognerà ottenere il parere favorevole – e conseguente autorizzazione – del veterinario in quanto la salute delle api è di sua competenza.

Per l’acquisto di uno o più sciami converrà rivolgersi ad apicoltori già affermati, e in qualche modo conosciuti, per evitare il rischio di sciami ammalati. Si sconsiglia vivamente il reperimento di uno sciame in natura poiché la procedura è molto complessa e potrebbe richiedere molto tempo.
Individuato il luogo, possibilmente un terreno o un campo il più possibile riparato ma ben assolato, lontano da smog, inquinamento di vario genere, lontano quindi da centri abitati e ottenuti permessi e autorizzazioni, bisognerà pensare anche a un posto dove eseguire tutte le operazioni per il trasferimento del miele in barattoli; a seconda se si tratterà di occuparsi di una produzione casalinga e per uso personale o se invece saranno le grandi quantità di un’attività commerciale, occorrerà avere a disposizione strutture adeguate dove svolgere tali operazioni su piccola, media o grande scala. Se si è agli inizi, per produrre e vendere miele bisogna necessariamente aprire la Partita Iva. Anche la vendita dei prodotti inoltre richiede permessi e autorizzazioni.

Se l’obiettivo che ci si pone è consumo personale o la messa in vendita dei prodotti, cambieranno i costi: si va da un investimento di poche centinaia di euro per una colonia di api e relative attrezzature (affumicatore, leva, separatore) oltre ai costi di gestione del favo durante l’anno (alimentazione di soccorso, cure in caso di malattie, sostituzione eventuale dei favi) a investimenti di capitali più cospicui se si ha intenzione di entrare sul mercato in maniera più incisiva.

La FAI, Federazione Apicoltori Italiani ci illustra alcune fondamentali regole da seguire per chi intende intraprendere la professione di apicoltore soprattutto se si decide di fare l’apicoltore come lavoro che rappresenti una reale fonte di guadagno.

Per prima cosa bisogna sapere che, in questo caso, si dovrà necessariamente improntare le proprie colonie al nomadismo: bisognerà cioè trasferire periodicamente le proprie api in base alle fioriture. Affinché un’attività possa risarcire degli iniziali investimenti, bisognerà avere un centinaio di alveari se non di più (e, quindi, maggiore impegno economico iniziale).

Le procedure non sono semplicissime soprattutto per chi è alle prime armi, e non s’intende di questi argomenti. Per questo motivo le varie Associazioni nazionali presenti sul territorio mettono a disposizione consulenze, competenze e supporto.

Ci potrebbe essere la possibilità di farsi finanziare dalla CEE per la propria attività di apicoltore (dalla formazione all’acquisto dei materiali etc..), ma per far ciò l’attività deve essere in compartecipazione al 50% con l’amministrazione nazionale competente.

Esistono inoltre incentivi e agevolazioni anche a livello di Comuni o Regioni per chi avvia un’attività di tipo agricolo. Formarsi e informarsi, soprattutto per gli adempimenti burocratici, è importante per ridurre i costi e capire i meccanismi del marketing di settore.

Gli apicoltori, occupandosi delle api in generale, e non solo nelle loro fasi produttive, hanno una grande responsabilità. Le api sono insetti protetti – non solo perché produttrici di miele – e fondamentali per mantenere la biodiversità, è necessario dunque tutelarle il più possibile. Purtroppo inquinamento, cambiamenti climatici, uso di pesticidi, stanno mettendo a dura prova la loro vita. La diminuzione degli sciami e delle api regine rappresenta un grosso danno per l’uomo, tanto che si dice che dal giorno in cui spariranno le api dalla terra in cinque anni ci sarà l’estinzione del genere umano.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, come l’utilizzo dei sensori che già da tempo trovano largo impiego nell’agricoltura per controllare la salute dei campi, è possibile contribuire maggiormente alla salvaguardia della specie. Esiste addirittura una startup italiana chiamata “3Bee” che permette un monitoraggio continuo dello stato di salute delle api dando la possibilità di eseguire interventi immediati e risolutivi limitando i danni. Si parla addirittura di creare un database mondiale dove ogni apicoltore potrebbe inserire i dati relativi ai propri alveari e fare così delle inferenze statistiche per prevenire malattie e morte degli insetti.

Alla luce di quanto detto non sorprende che l’Onu, nel 2018 abbia indetto una giornata mondiale dell’ape (20 maggio) per ricordare l’importanza di tale insetto per la nostra ecologia.

C’è da aggiungere che un apicoltore professionale è chiamato a svolgere anche un altro ruolo importante e di grande responsabilità: la disinfestazione. Nel caso sia necessario disinfestare una zona dalle api, ecco che l’unica figura professionale autorizzata a farlo è, appunto, l’apicoltore. Non è possibile ricorrere a ditte specializzate. L’apicoltore interviene in maniera adeguata per non far morire le instancabili produttrici del biondo nettare e trasferirle in un luogo più sicuro dove potrà prendersene cura.

Quanto si guadagna con le api?

Ma fare l’apicoltore può diventare un lavoro concretamente redditizio? Ovviamente per poter avviare l’attività, come abbiamo visto, occorre predisporre un investimento iniziale abbastanza cospicuo. Gli introiti deriveranno non solo dalla produzione e vendita di miele biologico a privati, negozi o industrie dell’alimentazione, ma anche dalla vendita del servizio di impollinazione entomofila, fondamentale per il mantenimento di una varietà di prodotti vegetali commestibili. Inoltre un apicoltore può trarre reddito anche grazie a produzioni meno sviluppate di quella del miele, ma che comunque hanno un loro mercato come: la produzione di veleno d’api, di cera d’api, propoli e pappa reale. Ed è possibile anche guadagnare dalla vendita di sciami o delle sole api regine ad altri apicoltori di recente formazione, interessati a intraprendere tale hobby o professione.

Un aspetto da non trascurare, che pure richiede impegno, pazienza, formazione e perché no un po’ di fortuna, è la parte relativa al marketing, all’immissione e alla diffusione dei propri prodotti nel mercato, al farsi conoscere e comunicare la qualità dei propri prodotti, creare un’immagine affidabile e professionale di sé stessi (o della propria azienda) e della nostra produzione.

Più l’impianto di coltivazione è grande, più si avviano produzioni su vasta scala, maggiori saranno gli introiti, ma va da sé che maggiori saranno anche i costi di avviamento. Sarà utile avvalersi – nel caso non si abbiano le competenze – di un contabile, una figura che ci aiuti a calcolare bene spese e ricavi per evitare, in fase di bilancio, brutte sorprese.

Aziende apistiche, con produzioni annue di circa 150 quintali di miele, possono ottenere, a seconda del tipo di miele prodotto, fatturati fino a centotrentamila euro all’anno. La situazione è molto diversa chiaramente per i piccoli imprenditori, che magari fanno attenzione al biologico e hanno anche una vendita diretta, visto e considerato che il prezzo del miele ha raggiunto se non superato i 12 euro al chilo. Di sicuro chi è agli inizi della professione non riuscirà ad avere subito grossi guadagni poiché si dovranno ammortizzare le spese degli investimenti iniziali, ma se quella di fare l’apicoltore è da sempre stato il sogno nel cassetto, basterà avere passione e pazienza.

In questo lavoro, come in tutti i lavori che dipendono strettamente dall’andamento della natura, delle stagioni ecc. non bisogna avere fretta. I tempi sono lenti, le produzioni seguono il loro ciclo, i loro ritmi, che possono essere incostanti, possono subire brusche impennate o – al contrario – arresti forzati.

Ciò che alla fine premia è la qualità dei prodotti ottenuti e la soddisfazione di aver contribuito, guadagnando bene, a preservare l’ambiente e la vita di queste preziose operaie e del nostro pianeta.

Come diventare Consulente del Lavoro

Il Consulente del Lavoro è quella figura professionale a cui si affidano le aziende per gestire il personale nell’ambito della legislazione vigente in materia di lavoro. Per legge, tutte le aziende sono tenute ad una serie di adempimenti in campo di gestione del personale per cui è necessario affidarsi ad una figura specializzata: il Consulente del Lavoro.  

I Consulenti del lavoro in Italia sono 27.000, hanno circa 100.000 dipendenti, amministrano circa 1.250.000 aziende con 8 milioni di addetti, redigono 1.550.000 dichiarazioni dei redditi e esercitano funzioni di conciliazione o di consulenza di parte o di consulenza tecnica del giudice in oltre 100.000 vertenze di lavoro. 

business e consulenza del lavoro

Quanto guadagna un Consulente del Lavoro

Negli ultimi anni è diventata una professione molto ambita: per un consulente del lavoro competente, conosciuto e affidabile il guadagno mensile può arrivare a superare i 3.000 euro. Lo stipendio medio è di circa 1770 € netti al mese, ma bisogna dire però che essendo un libero professionista, non è facile individuare un reddito preciso di riferimento, dal momento che il guadagno varia in base al numero di aziende che segue, alle loro dimensioni, a quante mansioni svolge, etc.  

Allo stesso tempo, fare una media del reddito è fuorviante, perché dobbiamo considerare coloro che hanno appena iniziato la professione così come i professionisti più affermati e titolari di studi professionali. Ma possiamo tranquillamente affermare che è una professione molto remunerativa: tra le professioni più remunerative in base al reddito dichiarato all’Agenzia delle Entrate, al primo posto ci sono i notai, poi i commercialisti e quindi al terzo posto i consulenti del lavoro. Le prospettive occupazionali sono buone, dal momento che è una figura essenziale soprattutto per piccole e medie imprese, che rappresentano il modello principale del tessuto produttivo italiano.  

Spesso i servizi di Consulente del Lavoro sono offerti ai clienti dagli studi di Commercialista. In questi casi, lo studio si appoggerà comunque ad un Consulente del Lavoro esterno. Nel caso di grandi studi, spesso questi rapporti possono diventare esclusivi, e soprattutto per chi ha iniziato da poco l’attività può essere conveniente essere assunti come dipendenti, dal momento che confrontarsi da subito con la concorrenza di professionisti affermati può essere rischioso. Per questo molti iniziano come dipendenti, con un guadagno minore ma sicuro, prima di intraprendere la carriera da libero professionista. 

Cosa fa il consulente del lavoro 

consulenza lavoro

Le mansioni del consulente del lavoro riguardano tutto ciò che ruota attorno alla normativa in materia di lavoro, sia per le grandi aziende che per le piccole e medie imprese. Le attività principali del consulente del lavoro consistono in: 

  • Inquadrare i dipendenti all’interno dell’azienda; 
  • informazione sugli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori; 
  • tenuta del libro matricola, libro paga e prospetti paga; 
  • Denunciare i lavoratori occupati agli uffici INPS e INAIL e agli uffici del Ministero del Lavoro; 
  • Studio e gestione dei criteri e delle modalità di retribuzione; 
  • Occuparsi della selezione e formazione del personale; 
  • Ricoprire il ruolo di consulente nei contenziosi; 
  • Effettuare servizio di consulenza in materia di lavoro; 
  • Offrire consulenza tecnica di ufficio o di parte; 
  • Esercitare controllo ed eventualmente denunciare attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. 

Per svolgere al meglio questi compiti, il consulente dovrà avere specifiche competenze in ambiti come: 

  • Diritto privato e pubblico 
  • Diritto del lavoro, sindacale e tributario 
  • Elementi della normativa sulla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori in tutti i settori di attività privati e pubblici 
  • Normativa sul mercato del lavoro 
  • Normativa previdenziale e pensionistica 
  • Normativa sui contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) 
  • Adempimenti e scadenze fiscali 
  • Economia aziendale 
  • Elementi di ragioneria 
  • Normativa in materia di tutela della Privacy 
  • Procedure di gestione del personale 
  • Elementi di normativa fiscale e tributaria 
  • Sistemi retributivi 
  • Tecniche di gestione contabile e finanziaria e della contrattazione 
  • Vocabolario tecnico fiscale, del lavoro e della legislazione sociale 

Come si può facilmente intuire, è un lavoro che comporta una gran mole di responsabilità, dal momento che errori o interpretazioni sbagliate delle norme possono portare a grandi danni economici per le aziende. Il Consulente del Lavoro è tutelato legalmente nella misura in cui, secondo sentenza della Cassazione,  

“deve considerarsi responsabile verso il cliente in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge e in genere nei casi in cui possa ravvisarsi negligenza o imperizia, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la responsabilità del professionista medesimo a meno di dolo o colpa grave”. 

cassazione

Il percorso per diventare consulente del lavoro 

Come abbiamo appena visto, le competenze che deve possedere il consulente del lavoro sono molteplici. Per diventare consulenti del lavoro è richiesto una formazione universitaria che sia basata sull’acquisizione di nozioni e competenze economico-giuridiche: i percorsi di studi possibili sono una laurea triennale o quinquennale presso facoltà di giurisprudenza, economia, scienze politiche, per la precisione: 

  • scienze dei servizi giuridici; 
  • scienze politiche e delle relazioni internazionali; 
  • scienze dell’economia e della gestione aziendale; 
  • scienze dell’amministrazione; 
  • scienze economiche; 
  • scienze giuridiche. 

Oppure una laurea quadriennale in giurisprudenza, in scienze economiche e commerciali o in scienze politiche, nello specifico: 

  • giurisprudenza; 
  • scienze dell’economia; 
  • scienze della politica; 
  • scienze delle pubbliche amministrazioni; 
  • scienze economico-aziendale; 
  • teoria e tecniche della formazione e dell’informazione giuridica. 

L’ultima opzione è il diploma universitario o la laurea triennale in consulenza del lavoro

Una volta concluso il percorso di studi, è obbligatorio un praticantato (tirocinio obbligatorio) di diciotto mesi presso uno studio di un consulente del lavoro iscritto all’albo da almeno cinque anni. I primi sei mesi di praticantato possono essere anche svolti durante la formazione universitaria, in presenza di una specifica convenzione universitaria. È obbligatoria l’iscrizione al Registro dei praticanti tenuto dal Consiglio dell’Ordine provinciale. 

Il tirocinio richiede diligenza, assiduità e una regolare frequenza dello studio professionale, in maniera che il praticante possa acquisire tutti i fondamenti scientifici, tecnici, etici e deontologici della professione, insieme alla metodologia e alle competenze necessarie allo svolgimento delle mansioni del Consulente del Lavoro. 

Nello specifico, il praticante deve frequentare lo studio professionale per almeno 20 ore settimanali, sotto diretta supervisione del professionista indicato al Registro come affidatario, partecipando attivamente alle attività caratterizzanti la professione di Consulente del Lavoro. Il Consiglio dell’Ordine provinciale predispone un fascicolo formativo per il praticante, sul quale lo stesso praticante dovrà indicare le attività professionali e formative a cui ha partecipato o assistito, e questo registro dovrà essere convalidato dal professionista affidatario, sottoscrivendo le attività dichiarate dal praticante. 

Iscrizione all’albo 

Una volta completato il percorso di formazione, per esercitare la professione bisogna iscriversi all’Albo dei Consulenti del Lavoro, dopo aver superato l’esame di Stato per ottenere l’abilitazione. 

L’esame di stato si svolge una volta l’anno è costituito da prove scritte e orali sulle seguenti materie: 

  • Diritto del lavoro; 
  • Diritto tributario; 
  • Diritto costituzionale;  
  • Diritto privato; 
  • Diritto penale; 
  • Legislazione sociale; 
  • Economia aziendale. 

L’esame è strutturato in due prove scritte, la prima un tema su materie del diritto del lavoro e della legislazione sociale e la seconda una prova teorico-pratica in diritto tributario, seguite da una prova orale incentrata sulle materie di diritto del lavoro, legislazione sociale, diritto tributario, elementi di diritto privato, pubblico e penale e nozioni di ragioneria, con particolare riguardo alla  rilevazione del costo del lavoro ed alla formazione del bilancio. 

Una volta superato l’Esame di stato, la condizione per esercitare la professione è l’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro, presso l’Ordine provinciale, mediante l’apposita istanza di iscrizione (corredata da marca da bollo e due fototessere) e il versamento di 168 € di tassa di concessione governativa. Per iscriversi all’Albo non devono essere in corso rapporti di lavoro alle dipendenze dello Stato, per cui non si può essere impiegati della Pubblica Amministrazione, sia a livello nazionale che locale. Inoltre l’iscrizione all’Albo è incompatibile con l’attività di giornalista professionista, per i dipendenti degli istituti di patronato o delle associazioni sindacali dei lavoratori, per gli esattori di tribut e, i notai. 

Gli Ordini provinciali sono più di 100 sul territorio nazionale, e sono coordinati dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, organo della pubblica amministrazione che gestisce anche l’organo previdenziale dei Consulenti del Lavoro, l’ENPACL. 

Oltre all’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro è obbligatoria anche la formazione professionale continua, che prevede il raggiungimento di minimo 50 crediti formativi ogni due anni, di cui 6 nelle materie di ordinamento professionale e codice deontologico; in ciascun anno formativo è obbligatorio conseguire almeno 16 crediti. Ogni Consulente del Lavoro può beneficiare, nel biennio, di un debito formativo per un massimo di 9 crediti, i quali dovranno essere recuperati nei primi sei mesi del biennio successivo. I crediti formativi si ottengono attraverso la frequenza di corsi di aggiornamento in aula organizzati dai vari Consigli degli Ordini provinciali o di altri eventi che possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi e da altri soggetti, autorizzati dal Consiglio Nazionale. Per ogni ora di frequenza viene riconosciuto un credito formativo. Attività formative come docenze, pubblicazioni o simili possono contribuire per un massimo di 30 crediti, e il 40% dei crediti complessivi può essere ottenuto grazie ad attività di e-learning.  

Professione massaggiatore

Nell’immaginario collettivo la professione di massaggiatore, soprattutto se declinata al femminile, dà spesso adito a facili ironie e fraintendimenti.
Tale professione, e sottolineiamo professione, paga lo scotto di un pesante pre-giudizio come tutte le professioni che si occupano del benessere e del piacere dell’individuo.

Quella di massaggiatore è una professione in piena regola, che non può essere improvvisata, e che investe chi la esercita di una serie di responsabilità, che richiede una formazione specifica, diversa in base agli ambiti in cui si deciderà di andare a operare.

In realtà già nell’antichità erano note le proprietà benefiche dei massaggi in grado di alleviare dolori muscolari e non solo dovuti a malesseri non per forza di natura organica. Da questa primordiale intuizione molta strada è stata fatta, ma intorno alla professione di massaggiatore c’è ancora molta confusione.

Proveremo, qui di seguito, a fare un po’ di chiarezza.

Le specializzazioni del massaggiatore professionista

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

Come si legge nel decreto legislativo n° 741 del 14.09.94: “il fisioterapista è l’operatore sanitario in possesso del diploma universitario abilitante, che svolge in via  autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti a eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita”.

Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

In questa sede ci occuperemo dei professionisti afferenti alla seconda categoria e cioè ad alcune, tra le tante, professioni di massaggiatore che non rientrano nelle categorie sanitarie come ad esempio:

  • Massaggiatore Olistico
  • Massaggiatore Shiatsu
  • Massaggiatore Sportivo
  • Massaggiatore Estetico

La prima cosa da ribadire è che tali professionisti non sono operatori sanitari e non eseguono prestazioni di tipo medico. Non è negli obiettivi dei massaggiatori non medicali (a prescindere dalle tecniche di intervento che adottano) andare a risolvere o intervenire o curare patologie mediche specifiche. Nel momento in cui va a intervenire, un massaggiatore sa bene – e questo deve essere chiaro anche al suo cliente – che il suo intervento non è e non deve essere sostitutivo di un intervento di tipo terapeutico; infatti, un massaggiatore non medicale non fa diagnosi, non prescrive farmaci né terapie di altro genere.

Poiché mettere “le mani addosso” alle persone è un lavoro di grande impegno e responsabilità, anche i professionisti di questo settore devono mostrare competenze, abilità, devono rispettare un codice etico e soprattutto devono formarsi in maniera adeguata seguendo corsi specifici, fare molta pratica e tenersi sempre aggiornati professionalmente.

Il massaggiotore Olistico e del Benessere

Un massaggiatore olistico si differenzia su molti punti dalle categorie professionali che si occupano di massaggi in area sanitaria. Allo stesso modo non può essere paragonato neanche alla figura professionale di osteopata né a quella di chiropratico.

Sia l’osteopatia sia la chiropratica sono considerate pratiche mediche non convenzionali. Ciò non toglie che un osteopata e un chiropratico (divenuti tali dopo un corso specialistico) possano essere in possesso di una laurea in medicina. Ma tali figure professionali, senza il supporto di un percorso di studi di tipo universitario in medicina non possono – al pari di un operatore olistico – effettuare diagnosi e prescrizioni farmacologiche, rilasciare certificati o effettuare indagini diagnostiche.

Un massaggiatore olistico effettuando interventi non invasivi, si occupa dell’individuo nella sua interezza. Olistico infatti deriva dal greco olos e significa appunto tutto intero.

Spesso capita che nella cura delle patologie, di qualunque natura esse siano, i professionisti della salute si concentrino su ciò che non va, sulla malattia, perdendo di vista l’individuo. L’operatore olistico, in generale, parte dall’individuo nel suo complesso nella sua complessità. Attraverso le tecniche di massaggio mira a far sperimentare al soggetto un’esperienza di benessere. Il massaggio olistico non interviene su una zona soltanto, ma la manipolazione riguarda tutto il corpo del soggetto. Il tatto, il semplice appoggiare le mani sul corpo della persona che si sottopone a un massaggio olistico attiva un flusso comunicativo tra massaggiatore e cliente. I benefici sono a 360°: dalla respirazione che diventa più regolare, alla pelle che diventa più rilassata ed elastica, alla sensazione di benessere generalizzato che agisce direttamente anche sull’umore dell’individuo. Non basterà certo una seduta di massaggio per risolvere tensioni emotive profonde, dare stabilità all’umore di persone ciclotimiche: per queste e altre cose è bene sempre rivolgersi a professionisti del settore come gli psicologi. Ciò non toglie che stress situazionali, momenti “pesanti” della propria esistenza, disagi emotivi transitori, possano trovare sollievo anche grazie ad accurati trattamenti legati al corpo perché – è bene dirlo – l’antica suddivisione cartesiana tra mente e corpo è ormai passata di moda. Mente e corpo sono due aspetti della stessa medaglia, legati indissolubilmente: testimonianza di ciò è l’alta incidenza delle malattie psicosomatiche.

La figura professionale di Massaggiatore Olistico e del Benessere, è una figura ben precisa regolamentata da leggi, considerata attività legittima secondo la Costituzione Italiana (art. 3, 4, 35 e 41) e dal Codice Civile (art. 2060, 2061, 2229) oltre che in virtù della legge 4 del 14 gennaio 2013 (libertà nell’esercizio delle professioni non organizzate in ordini o collegi). Fermo restando il fatto di non sconfinare nelle professioni sanitarie.

Il massaggiatore Shiatsu

Altra categoria professionale molto ambita e ricercata è quella del Massaggiatore Shiatsu.

I massaggi Shiatsu, insieme ai massaggi Ayurvedici e a quelli Thai sono tra le tecniche più conosciute di massaggio orientale.

Lo Shiatsu più che una tecnica di massaggio può essere considerata una filosofia di vita importata dalla cultura giapponese ma che da anni ha conquistato l’Occidente sempre alla ricerca di un modo per creare e mantenere un equilibrio tra mente e corpo, cosa in cui la tradizione secolare orientale eccelle. Le tecniche del Massaggio Shiatsu sono molto antiche: esse si basano su una manipolazione del corpo tramite digitopressioni su punti nodali corporei ed emozionali. Ricordiamo che la parola Shiatsu deriva dall’unione di due parole Shi che significa dito, e Atsu che significa pressione.

Lo Shiatsu è più di una tecnica rilassante o di un metodo per sciogliere le contratture: essa può essere considerata una pratica complessa che mira a “sbloccare” le energie dell’individuo. Potremmo semplificare dicendo che – anche se potrebbe sembrare un paradosso – le tecniche Shiatsu decomprimono tramite una pressione.

Il massaggio Shiatsu interviene non solo sul corpo ma anche sulla mente e sulla parte “spirituale” dell’individuo, per ritrovare l’equilibrio delle parti, creare o ricreare un’armonia. Tale tecnica non ha nulla a che fare con le manovre tipiche di altri massaggi. Nello Shiatsu non si muovono le mani sul corpo in maniera generica, ma si va a lavorare su quelli che sono definiti i Cinque Pilastri dell’Armonia: pressione, respiro, perpendicolarità, postura, sensazione.

Tali tecniche si possono apprendere frequentando un corso di massaggio Shiatsu, formazione specifica da perseguire dopo aver ottenuto un diploma per la professione di massaggiatore. In Italia tale corso è riconosciuto ed è la conditio sine qua non per accedere a una specializzazione secondaria in tecniche orientali, tra cui appunto lo Shiatsu.

Già con la qualifica di massaggiatore – ottenuta tramite diploma – si può accedere al mondo del lavoro. Avere un’altra specializzazione (o più di una) è sinonimo di maggiore competenza, aggiornamento professionale, indice di serietà e affidabilità.

Nello specifico, la formazione Shiatsu presuppone una durata di almeno due anni, ed è una formazione che mira non solo a trasferire all’allievo le principali tecniche di digitopressione, ma si occupa di immergere gli aspiranti esperti in un modus operandi che corrisponde a una filosofia di vita.

Anche un fisioterapista – che ricordiamo essere un professionista del massaggio di tipo medico-riabilitativo – dopo il percorso di laurea in fisioterapia, può ampliare il suo bagaglio di conoscenze tramite la frequentazione di un corso di massaggio Shiatsu.

Ma, attenzione! non esiste un solo tipo di massaggio Shiatsu. Esistono tre stili, proposti da maestri diversi e scuole di pensiero affini ma che hanno preso direzioni differenti:

  • Shiatsu Masunaga – dove la ricerca di equilibrio e armonia avviene tramite il rilassamento dei muscoli e la regolarità del respiro. Questa tipologia, utilizza massaggi fatti con entrambe le mani e col corpo stesso del massaggiatore
  • Shiatsu Namikoshi – la cui caratteristica principale è di associare alle tecniche di digitopressione sui vasi sanguigni e linfatici, sulle ghiandole del sistema endocrino e sulle terminazioni del sistema nervoso anche alcuni principi della medicina Occidentale.
  • Shiatsu Ohashi – in cui la relazione tra il massaggiatore e il corpo di chi riceve il massaggio è fondamentale.

Il massaggiatore sportivo

Altra categoria professionale che si occupa di massaggi non medicali, ma che opera in un contesto molto specifico è quella del Massaggiatore Sportivo.

Il campo di azione è intuitivo. Tale professionista interviene sugli atleti, qualunque sia lo sport da essi praticato e il livello agonistico raggiunto, al fine di migliorare le loro prestazioni o a scopo riabilitativo in seguito a un infortunio – su indicazione del medico curante. Il massaggio sportivo inoltre, praticato con costanza, aiuta a prevenire patologie muscolari. Il massaggiatore sportivo pratica le manovre adatte a ogni fase della gara e – oltre che in palestra o a bordo campo – col suo diploma di formazione specifica potrebbe essere chiamato a operare anche in strutture specializzate in medicina dello sport, negli ospedali o – come tutte le altre categorie di massaggiatori – può operare anche privatamente nel proprio studio.

La qualifica di massaggiatore sportivo si ottiene dopo un corso di formazione regolamentato sia a livello nazionale che regionale.

Massaggiatore estetico

Altro ambito in cui il massaggiatore professionale è molto richiesto è il campo dell’estetica.

Il massaggiatore estetico interviene sul corpo di un soggetto per favorire il suo benessere generale ma mira anche a migliorarne l’aspetto fisico. In base alla sua formazione il massaggiatore estetico può avvalersi di differenti tecniche di massaggio oltre che di materiali che favoriscono l’azione tonificante, drenante, rilassante sul corpo come ad esempio oli, cosmetici, unguenti, materiali naturali come fanghi, alghe, pietre calde o anche strumenti tecnologici come elettrostimolatori. Tra i massaggi estetici più richiesti troviamo il massaggio anticellulite o il massaggio linfo-drenante.

Anche la qualifica di massaggiatore estetico si ottiene dopo un corso specifico.

A prescindere dalla tipologia di massaggio, dalle tecniche specifiche apprese, tutti i corsi di formazione di massaggiatore professionale dovrebbero prevedere una parte di formazione di base sull’anatomia umana, sulle connessioni muscolo-scheletriche, correlati psicologici, fondamenti di fisiologia, del sistema cardiocircolatorio e respiratorio, oltre – ovviamente – alle tecniche di manipolazione corporea specifiche per ogni tipologia di massaggio come ad esempio tecniche per massaggi dimagranti per i massaggiatori estetici, decontratturanti per i massaggiatori sportivi o lezioni ad hoc dedicate all’equilibrio psico-fisico dei chakra, nel caso in cui si decida di specializzarsi nei massaggi orientali. Questo permette a ogni massaggiatore professionale, dopo un accurato ascolto e un’approfondita conoscenza del cliente, di indirizzarlo verso la tipologia di massaggio a lui più funzionale e congeniale: rilassante con movimenti lenti e ampi, tonificante con movimenti più veloci ed energici, massaggi che agiscono su zone precise del corpo o che mirano a effetti specifici e si servono di strumenti e materiali naturali.

In un tempo dove lo stress è diventato una costante che genera malessere psico-fisico, dove si è alla ricerca di equilibrio interiore e benessere e, perché no, di piacere, di esperienze sensoriali appaganti e rigeneranti, ecco che la professione di massaggiatore è diventata sempre più ricercata. Moltissimi sono gli sbocchi professionali e gli ambiti d’impiego di tali figure: dai centri benessere, alle palestre, dai centri estetici ai grandi alberghi al cui interno ormai c’è sempre una spa, dagli impianti termali, ai centri fitness, a domicilio dei clienti, sulle navi da crociera ecc. La figura del massaggiatore professionale è molto richiesta e inoltre nulla vieta a tale professionista di avviarsi alla professione privata. La legge lo consente: quella di massaggiatore – come abbiamo visto – è una professione riconosciuta e regolamentata giuridicamente (legge n° 4 del 14 gennaio 2013), che si può esercitare liberamente purché non sconfini nell’ambito delle professioni sanitarie.

La normativa è relativa ai massaggiatori che operano presso strutture pubbliche o private. Per chi decide di lavorare come libero professionista la regolamentazione giuridica è a livello regionale o locale. In questi casi è bene per un professionista del massaggio che desidera agire come lavoratore autonomo, di aprire la partita iva e informarsi bene su tutte le incombenze burocratico-amministrative e fiscali da adempiere per svolgere la propria professione con serenità e al meglio. Per chi si muove in ambito privato, ancora più importanti sono i corsi di perfezionamento, l’aggiornamento professionale, la cura della propria immagine professionale con pubblicità e operazioni di marketing tipo proporre dei pacchetti, o dei percorsi benessere.

C’è da aggiungere che non esiste un albo professionale dei massaggiatori: chiunque in possesso di attestati o diplomi può operare nel campo dei massaggi, eccetto per i massaggi di tipo terapeutico per i quali, ricordiamo, sono abilitati solo i fisioterapisti.

Data la crescente richiesta di figure professionali di questo tipo, grazie anche a una tendenza – soprattutto negli ultimi anni – a scivolare verso un fenomeno di moda, la professione di massaggiatore può dare molte soddisfazioni anche da un punto di vista economico. Sia che il massaggiatore operi come dipendente (soprattutto se opera in contesti di un certo livello come resort, catene di grandi alberghi, centri termali in località turistiche) sia che decida di intraprendere la carriera privata. Le possibilità di crescita anche intraprendendo il percorso di lavoro autonomo ci sono: lavorare bene, avere uno studio ben tenuto, magari in una zona “in” della città, fornire servizi aggiuntivi come ad esempio aprire uno studio in collaborazione con altri professionisti del settore, potrebbe dare un’immagine di maggiore serietà e affidabilità – due parole che in questo settore sono fondamentali. Lavorare bene, aiuta a dare visibilità. Anche in questo settore il passa-parola funziona molto bene.

Essendo una professione molto ambita, date anche le buone possibilità di guadagno, tantissime sono le proposte di offerte formative: diversi i prezzi sul mercato e pochi i requisiti minimi richiesti per l’iscrizione. Questo potrebbe far incappare in personale poco motivato, persone senza un’etica professionale che invece di procurare benessere possono anche provocare danni o peggiorare situazioni che andrebbero trattate in altro modo. La garanzia di serietà e affidabilità in questi casi è data dal bagaglio formativo ed esperienziale: in questa professione, più che in altre, l’esperienza è la migliore maestra.

A prescindere da quale sarà il professionista che si preferisce, è importante ricordare che gli interventi che esso effettuerà saranno sempre personalizzati. Prima di scegliere un massaggiatore, accertatevi delle sue effettive competenze: più ne ha, più tecniche è in grado di utilizzare per calibrare il trattamento sul cliente specifico, più sarà un professionista preparato e aggiornato.

Bisogna ricordare che gli interventi devono essere sempre personalizzati, ritagliati su voi stessi, come fossero un abito di sartoria: diffidate dunque di quegli esperti che non iniziano la seduta con un’approfondita chiacchierata esplorativa su quelle che sono le vostre difficoltà, i vostri desideri, i vostri bisogni in quel particolare momento. Ogni trattamento è unico e personale e deve partire dall’individuo: cioè da voi, dai vostri desideri, dalle vostre percezioni. Fidatevi e affidatevi. Fatto questo, non resterà che godersi i benefici di un massaggio professionale.

Professione: animatore feste per bambini

Il mondo del lavoro è in continua evoluzione, nuove professioni prendono spazio, lavori che fino a qualche decennio fa non erano contemplati o erano considerati semplicemente dei “lavoretti”, qualcosa di molto lontano dal “mondo del lavoro” vero e proprio (locuzione che evoca all’istante toni seriosi e grevi), dalla scelta di qualcosa di voler fare da grandi.

Complici genitori sempre più indaffarati, famiglie sempre più distratte e bambini sempre più stimolati e incontentabili, la professione di animatore per bambini per feste di compleanno, ma non solo, negli ultimi anni è diventata una professione molto ricercata.

Sì, oggi, quella di animatore per feste per bambini è una professione in piena regola che richiede competenze, impegno e che può offrire sbocchi professionali interessanti e guadagni dignitosi.

C’è mercato per gli animatori per bambini?

Basta fare un giro sul web, digitare “animatore feste bambini”, e ci si può subito rendere conto della grande offerta che c’è: associazioni e agenzie offrono operatori specializzati che permetteranno ai bambini di passare un pomeriggio diverso, divertente e ai rispettivi genitori di trascorrere alcune ore spensierate, certi di aver affidato i propri figli a personale qualificato.
Infatti se l’offerta è così ampia vuol dire che la domanda è altrettanto ampia.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che li aiuti ad auto-organizzare le loro idee creative, che li supporti, li stimoli. Ma il lavoro dell’animatore non è solo questo. Le feste per bambini diventano momenti aggregativi anche per gli adulti che non hanno più tempo, né spazio, per incontrarsi e stare insieme. Ecco allora che la presenza di animatori che prendano in carico i loro figli, garantisce agli adulti uno spazio e un tempo per conoscersi, confrontarsi, chiacchierare spensierati, senza doversi preoccupare della buona riuscita della festa organizzata.

Rivolgersi a personale specializzato soddisfa, infatti, entrambe queste esigenze: i bambini avranno uno o più adulti che dedicheranno loro tempo e attenzione affinché non si annoino, passino del tempo insieme, e divertendosi in tutta sicurezza. Allo stesso tempo le mamme e i papà potranno godersi la festa, senza avere il pensiero di dover stare attenti ai propri bambini o sforzarsi di escogitare giochi adatti a tutti, o essere sempre attenti che non si facciano male, che non litighino tra loro, che tutti mangino qualcosa.

Con poche centinaia di euro (ma i prezzi, come vedremo, variano in base a una serie di fattori) avremo bambini felici e genitori soddisfatti.

Ma chi pensa che fare l’animatore per feste sia “un gioco da ragazzi”, sbaglia di grosso.

Le competenze e i requisiti necessari

L’animatore per feste per bambini, data la particolare fascia di utenza cui si rivolge, richiede impegno, responsabilità, creatività, pazienza, capacità di mettersi in gioco (e non solo di giocare). Saper giocare e far divertire i bambini non è una cosa che può fare chiunque. Non si tratta di vocazione (anche se “amare i bambini” è già un bon punto di partenza). Non è un lavoro che può essere improvvisato.

Se non si hanno necessarie competenze e idonei strumenti diventa un lavoro che può in breve tempo logorare e favorire l’insorgere del burn-out (letteralmente bruciarsi l’operatore). Anche se fare l’animatore non fa parte di quelle che vengono definite professioni di cura, in qualche modo lo diventa: giocare e aiutare i bambini a giocare, è un modo di prendersi cura di loro, del loro tempo, e – indirettamente – del loro sviluppo cognitivo e sociale.

In quanto tale, l’animatore per bambini è un lavoro che implica non poche responsabilità, prima fra tutte, tutelare e vegliare sulla sicurezza dei bambini e sulla loro incolumità fisica. I bambini, soprattutto in gruppo, non sempre hanno un’esatta percezione del senso del pericolo e potrebbe capitare di organizzare giochi che involontariamente possono recare danno soprattutto a quelli più piccoli. La presenza di un animatore riduce di molto la possibilità che avvengano incidenti di questo tipo.

Altra responsabilità è la buona riuscita della festa e cioè la capacità di coinvolgere tutti i bambini presenti e non farli annoiare. Non è detto che a una festa tutti i partecipanti abbiano la stessa età: ci sono sempre i fratellini più piccoli, o il cugino un po’ più grande. Essere in grado di coinvolgere tutti i presenti proponendo giochi e attività che possano interessare i piccoli invitati è una grande dote per chi vuole fare dell’organizzare attività ludico-ricreative un lavoro serio che può dare molte soddisfazioni.

Sicuramente per fare questo lavoro occorrono alcune abilità particolari. Lavorare con i bambini non è una professione per tutti. Intanto non basta essere spigliati, simpatici e creativi. O meglio sono ottime condizioni di partenza. Occorre sì essere socievoli, ma bisogna anche essere in grado di far socializzare, essere capaci di lavorare in gruppo, avere spiccate capacità performative, espressive, comunicative, essere in grado di risolvere problemi (anche se le capacità di problem-solving sono trasversali a moltissime professioni). Altre caratteristiche di un buon animatore per bambini è sicuramente la pazienza, la disponibilità all’ascolto, l’empatia e la sensibilità. E non ultima, la capacità di prevedere le conseguenze di un’azione con la giusta dose di allerta. Persone con caratteristiche di personalità di tipo ansioso, però, non sono i migliori candidati per fare questo lavoro e, in generale, è difficile che possano svolgere con serenità qualunque lavoro con i bambini.

Un altro punto su cui è necessario soffermarsi, è sfatare il mito secondo cui tutto ciò che riguarda i bambini sia ad appannaggio femminile: a scegliere di lavorare nel campo dell’animazione per bambini sono sia uomini che donne, a differenza della professione di educatore; statisticamente, ad esempio, nei nidi e nelle scuole materne c’è una predominanza femminile, forse da ricercarsi nell’archetipico ruolo femminile di accudimento mentre quello maschile incarna meglio aspetti più ludico-ricreativi.

Parlando della figura degli educatori, evidenziamo a tal proposito la netta differenza tra la figura di animatore per bambini e quella di educatore. Quella di educatore professionale è una qualifica ben precisa che si ottiene dopo uno specifico percorso di formazione universitaria, corredata da tirocini pratici. L’educatore professionale opera maggiormente nelle scuole, nidi e materne, e come si può dedurre dal significato etimologico del termine educare, e-ducere, vuol dire condurre fuori, guidare, aiutare a esprimere le potenzialità dell’individuo, del bambino. Ciò implica rivestire anche un ruolo normativo non paragonabile alla capacità che in ogni caso un buon animatore deve possedere per far rispettare le regole durante i giochi di gruppo e a squadre.

Un educatore ha una conoscenza approfondita della psicologia dell’età evolutiva, di metodi e buone pratiche per svolgere al meglio il ruolo che è chiamato a rivestire, oltre a una propria etica e deontologia professionale, e opera maggiormente in ambito scolastico e formativo.

Dunque le figure professionali di educatore e animatore non sono sovrapponibili, anche se le due figure professionali, in relazione all’area ludico-ricreativa, talvolta sembrano svolgere lo stesso lavoro; quello che cambia sono gli obiettivi, e le responsabilità che ogni figura è chiamata ad assumersi.

Anche se la differenza è sostanziale, ciò non toglie che – soprattutto alla luce di quanto evidenziato fino ad ora, soprattutto riguardo le responsabilità – fare l’animatore per bambini implica competenze specifiche dalle quali, chi decide di intraprendere questo tipo di percorso lavorativo, non può prescindere. Tali competenze possono essere acquisite tramite un percorso di formazione specifica.

Chi decide di lavorare con i bambini, anche se l’obiettivo è “semplicemente” farli giocare deve avere un’adeguata preparazione, e non solo relativamente ai giochi da fare – che devono essere al passo con i tempi (soprattutto relativamente ai personaggi dei cartoni animati o dei giochi in commercio) sebbene ci siano alcuni giochi che sono degli ever-green e che hanno divertito e continuano a divertire generazioni di bambini.
Un buon animatore deve innanzitutto avere una conoscenza abbastanza chiara del target con il quale va a operare. La preparazione di un animatore non può prescindere da alcune basi di psicologia dell’età evolutiva. Considerando che di solito la fascia d’età interessata da iniziative legate alla professione di animatore sono bambini di età compresa tra i due e i dodici anni, è fondamentale per un animatore avere delle nozioni di psicologia evolutiva, relativamente al gioco nelle diverse fasce d’età: un bambino di dieci anni non si diverte con le stesse cose che divertirebbero un bambino di due anni. Senza scomodare Piaget, uno dei più insigni teorici della psicologia evolutiva, e senza dover conoscere a menadito tutte le teorie Winnicottiane sulla funzione che svolge il gioco nello sviluppo cognitivo del bambino, è però necessario avere delle nozioni di base anche su questi argomenti.

Numerosi sono i corsi che forniscono un’adeguata preparazione, i cui programmi prevedono lezioni teoriche di Psicologia dell’Età Evolutiva e dello sviluppo del bambino, ma anche un approfondimento sulle disabilità o problematiche riscontrabili di frequente nell’infanzia come i disturbi dello sviluppo o sindromi legate alla difficoltà di tenere l’attenzione, ad esempio la sindrome ADHD (acronimo di Attention Deficit Hyperactivity Disorder), meglio conosciuta come Disturbo dell’Attenzione e Iperattività. La gestione di uno o più bambini con caratteristiche di questo tipo è molto delicata e un bravo animatore per bambini non può ignorare alcuni concetti base. Altro argomento d’interesse per diventare un animatore per feste per bambini sono le dinamiche di gruppo: un animatore si trova ad agire sempre in contesti gruppali e conoscere il funzionamento dei gruppi e avere degli strumenti per gestire o modulare alcune problematiche talvolta inevitabili che si vengono a creare all’interno di essi è fondamentale. In questi corsi di formazione vengono insegnate inoltre le tecniche di animazione, come organizzare giochi (di solito giochi a squadre o di gruppo per facilitare la socializzazione) e laboratori creativi (usando ad esempio materiali di riciclo), come organizzare feste di compleanno, ma anche feste a tema, feste in maschera (dove fondamentale è avere il materiale e l’abilità di truccare i bimbi) e in generale, come organizzare l’intrattenimento dei bambini durante eventi dedicati di solito agli adulti. Un buon corso fornisce anche le basi per il pronto intervento pediatrico PBLS (Pediatric – Basic Life Support) con rilascio di attestato. Infine, un bravo animatore per bambini deve anche essere in grado di elaborare semplici progetti ludico-ricreativi e socio-educativi a seconda dell’ambito nel quale andrà ad operare. Ovviamente tutti i corsi dovrebbero rilasciare un regolare attestato e – in caso di tirocini pratici – anche l’attestazione delle ore svolte.

Parliamo di ambiti differenti poiché la professione di animatore per bambini non si realizza solo nell’ambito delle festicciole private in famiglia o presso appositi locali. Come dicevamo all’inizio, infatti, la figura di animatore di feste per bambini ha perso da tempo l’alone di “lavoretto” estivo per ragazzini in cerca di guadagnare qualche soldino per l’estate, o di studenti che cercano di sbarcare il lunario o per pagarsi gli studi o mettere da parte i soldi per il motorino. Se svolto con impegno e costanza tale lavoro può portare sbocchi professionali interessanti con biblioteche, ludoteche, parchi, centri estivi, campi scolastici ma anche per progetti di più ampio respiro proposti, ad esempio, da Comuni e Municipi, di solito nel periodo estivo, per dare “sollievo” alle famiglie quando la scuola finisce.

Le diverse figure dell’animatore per bambini

Tra i vari ambiti di utilizzo di tale figura professionale, c’è anche l’animatore turistico, che pur avendo delle caratteristiche in comune con l’animatore per bambini, non è una figura a esso sovrapponibile a tutto tondo. L’animatore turistico opera in contesti ristretti: non solo villaggi turistici ma anche hotel, spiagge, navi da crociera, resort, ed è praticamente sempre in servizio, si occupa dell’intrattenimento dei clienti dal risveglio a notte fonda, organizza tornei, feste, spettacoli teatrali e/o musicali, organizza perfettamente il tempo libero dei turisti. Tra gli animatori turistici ci sono però quelli specializzati per l’intrattenimento dei bambini.

Gli animatori turistici lavorano di solito in gruppo, con un responsabile degli animatori a capo del gruppo, mentre l’animatore per bambini può operare da solo o in piccolo gruppo (2-3 collaboratori in base al numero di bambini) e si occupa di organizzare attività tipiche da villaggi turistici: la caccia al tesoro, piccoli spettacoli teatrali o musicali, gare di ballo e di canto, giochi sulla spiaggia per i più piccini e altro.

Altra importante differenza da sottolineare è quella tra l’animatore per bambini e l’animatore sociale. La parola “sociale” stessa ci porta in ambiti di intervento più specifici: area socio-culturale, socio-educativa e area assistenziale e sanitaria. Qui il bagaglio di competenze deve essere di altro tipo, fermo restando la capacità di lavorare con i gruppi e intrattenere, ma anche prevenire o lenire un disagio e di operare in contesti particolari, con bambini, come ad esempio nelle case-famiglia per minori, nei reparti pediatrici degli ospedali. Gli animatori sociali possono operare in collaborazione con Enti e con i Servizi (ASL) presenti sul territorio e svolgono di solito un lavoro d’equipe con altre figure professionali (psicologi, assistenti sociali o mediatori culturali).

Per un animatore per bambini il tipo d’impegno è variabile. Dipende dal tipo di disponibilità e dall’ambito di azione. Si va dalle poche ore pomeridiane (due, tre) una tantum per le feste, a un impegno fisso dalle 4 alle 8 ore al , dal lunedì al venerdì, nei centri estivi, fino a occupare anche l’intero week end se si fa animazione presso lidi attrezzati e stabilimenti balneari durante la stagione estiva. La professione di animatore per feste per i bambini sta via via ampliando le sue aree d’intervento. Oltre a essere chiamati dai genitori, per feste private, ormai quasi tutti i ristoranti – durante cerimonie come pranzi di matrimonio o altre manifestazioni – forniscono, incluso nel prezzo, il servizio di animazione per bambini, comprensivo di un menù pensato ad hoc per loro.

Quanto si guadagna un animatore di feste per bambini?

Per quanto riguarda gli introiti, ci sono differenze in base al fatto che ci si muova individualmente, come ditta privata per intenderci (e ciò comunque comporta rilasciare regolare ricevuta di prestazione d’opera o fattura) o stipendiati da terzi.

I costi sono orari – si va dai 25 ai 50 euro l’ora se si è “dipendenti” di un’agenzia o di una associazione la quale oltre a fornire una assicurazione, dovrebbe fornire tutti i materiali necessari. Il kit del perfetto animatore comprende ad esempio: palloncini, trucchi, microfoni, musica, stereo, colori, giochi, parrucche ecc.

Molte agenzie e associazioni offrono pacchetti completi dove, con l’animazione per i bambini forniscono anche il luogo per la festa (se dotato di gonfiabili anche meglio), il catering e il trasporto per fare in modo che i genitori non debbano pensare a nulla. In questi pacchetti completi niente è lasciato al caso: dall’accoglienza dei piccoli partecipanti, alla pausa per far mangiare i bambini; dai giochi a premi, ai giochi a squadre per sollecitare una sana competizione, a quelli musicali fino al momento più importante per il festeggiato: la torta e l’apertura dei regali.

Di solito questo momento è enfatizzato dalla presenza di personaggi famosi del mondo delle fiabe o dei cartoni animati: non di rado la torta potrebbe essere portata da Topolino o la festeggiata potrebbe scartare i regali seduta sulle ginocchia di una LOL con Cenerentola che passa i pacchetti.

Le possibilità di guadagno si amplificano ovviamente se ci si presenta come ditta individuale, ma bisogna comunque prevedere le spese per i materiali e quelle fiscali. Alle competenze legate alla professione, in questo caso, bisogna sfoderare anche buone doti di marketing e farsi pubblicità. Il passa-parola funziona molto anche in quest’ambito. Conviene quindi accontentare il cliente e, i bambini che – si sa – sono i più esigenti tra i clienti.

Lavorare come agente segreto

Quando si cerca lavoro ogni tanto è bello anche sognare, o pensare a strade alternative. Alzi la mano chi non ha mai desiderato diventare un agente segreto, una specie di 007 dalla vita avventurosa e con un lavoro dei sogni strapagato. Bene, questo è il campo dell’immaginazione, ma come vedremo, diventare un agente segreto vuol dire fare un lavoro molto diverso da quello esaltato nei film, ed esistono comunque dei percorsi formativi da intraprendere che possono portare a quel tipo di carriera.

Facciamo allora una panoramica a beneficio di chi desidera prestare servizio nelle forze di sicurezza segrete dei vari paesi, scoprendo quali mansioni si possono svolgere, e quali sono le tappe della formazione per lavorare in questo campo.

Lavorare nell’intelligence

I lavori che si possono svolgere all’interno delle forze di sicurezza dei vari stati nazionali, non sono propriamente quelli che vediamo legati al nome degli 007 nei film o nei libri. Sicuramente ci sono anche quelle figure direttamente coinvolte sul campo, ma esistono anche numerose nuove professionalità che lavorano maggiormente dietro le quinte che sono divenute di importanza capitale. Vediamo allora come si è evoluto il mestiere di chi garantisce la sicurezza e gli interessi nazionali attraverso le varie mansioni.

Agente segreto

Chiaramente la prima figura che salta alla mente è quella dell’agente segreto tante volte ammirato nei film. Questo tipo di professionalità è comunque altamente qualificata e formata, quindi non parliamo di un semplice arruolato nelle forze dell’ordine. La sua particolarità è quella di passare per un addestramento specifico per situazione delicate e molto specifiche. Pensiamo ad esempio, a tutta l’emergenza che si è scatenata a livello mondiale per il proliferare del terrorismo. Gli agenti segreti sono spesso impegnati nello smantellare in partenza le cellule di potenziali terroristi disseminate sul territorio, e per giungere al risultato è richiesta una conoscenza estremamente specifica delle dinamiche e del funzionamento di queste organizzazioni. Quindi oltre al classico addestramento che si affronta per l’entrata nelle forze dell’ordine basilari, un agente segreto dovrà anche essere adeguatamente formato per queste situazioni.

Inoltre non dobbiamo pensare al classico 007, al giorno d’oggi tra gli agenti segreti la formazione a livello diplomatico è fondamentale. Proprio per questa sua funzione di prevenzione di potenziali situazioni di pericolo per la sicurezza nazionale, l’agente dovrà spesso essere una persona con una approfondita conoscenza delle lingue straniere, per svolgere indagini su scala internazionale. E come accennato non solo indagini, ma anche trattative con i paesi esteri oggetto d’indagine. Insomma una figura di livello assoluto, che spazia a 360° su tutta quella che deve essere la sfera della sicurezza di un paese.

Analista informatico nei servizi segreti

sicurezza informatica per agenti segreti

Con il passare del tempo la protezione e la sicurezza dei cittadini di uno stato, passa sempre più spesso attraverso l’informatica. Anzi la parte predominante delle azioni per la sicurezza nazionale si svolge grazie al servizio di questi cyber-esperti altamente formati e qualificati. L’analista dei dati all’interno di un’organizzazione di intelligence è ormai una figura imprescindibile e di capitale importanza. Il suo compito è quello di raccogliere l’enorme quantità di dati che si ottengono dalle attività di spionaggio, avendo cura di eliminare quelli superflui e sottolineare quelli rilevanti per le indagini. Oltre a questo, all’analista informatico d’intelligence, è richiesta una conoscenza informatica di livello altissimo, comprese tutte le tecniche per le azioni di hacking dei sistemi più complessi. Uno dei campi dove i servizi segreti sono maggiormente attivi, è infatti quello della sicurezza informatica, vero e proprio campo di battaglia tra super potenze nell’epoca moderna. Per fare un esempio attuale, basta pensare alla querelle che si è scatenata tra Cina e Usa, per l’utilizzo dell’aziende cinese Huawei delle infrastrutture sulla quale viaggiano i dati di milioni di persone. Tirando le somme, nell’epoca della guerra dei dati, la parte informatica è senza dubbio il campo di applicazione più delicato nella quale si devono saper muovere gli agenti segreti.

Network Manager nei servizi segreti

Altra figura affine all’analista dei dati è quella del network manager, che agisce spesso in sinergia totale con il comparto informatico dell’intelligence. Questa è la figura responsabile del funzionamento delle reti attraverso il quale passano tutti i dati relativi alle indagini. Pensiamo ad esempio alle attività di spionaggio di potenziali sospetti o gruppi organizzati, che vengo giornalmente monitorati attraverso le più sofisticate tecnologie esistenti. Tutto lo scheletro sulla quale viaggiano le informazioni, e gli apparati che servono per le attività di spionaggio, sono gestite dal network manager, che ha quindi il delicato compito di mettere nelle migliori condizioni il comparto informatico dell’agenzia per la sicurezza. La formazione di questa figura avviene nelle università dell’eccellenza per l’ingegneria informatica, e la richiesta di queste specifiche figure è al momento molto alta, non solo nel campo della sicurezza nazionale, ma in generale in tutto lo spettro delle attività produttive mondiali.

Agenti segreti all’estero

Per fare una panoramica il più possibile completa, vediamo brevemente alcuni esempi di paesi esteri con apparati di sicurezza nazionale molto sviluppati e all’avanguardia in termini di metodologie e tecnologie utilizzate.

Le prime che vengono alla mente sono ovviamente l’FBI e la CIA, le agenzie più famose al mondo, responsabile della sicurezza nazionale statunitense. La prima di occupa dei reati commessi all’interno del suolo americano, mentre la seconda opera esclusivamente in ambito internazionale, riuscendo ad avere una capillare diffusione di agenti e collaboratori nelle intelligence amiche. Ma altre sono famose, ed ognuna con una caratteristica che la contraddistingue dalle altre. Scotland Yard in Gran Bretagna, e in tutti i paesi aderenti al commonwealth, che ha ad esempio il compito di difendere la corona, oppure il celebre KGB prima di epoca sovietica, ed ora russa, protagonista a suo tempo di una battaglia di spionaggio contro gli stati Uniti durante la guerra fredda, ed adesso indicato come responsabile della strategia per l’avanzamento delle forze populiste in tutte Europa. Ma se questa è la situazione all’estero, come vengono organizzate le forze di sicurezza in Italia?

I servizi segreti in Italia

servizi segreti italiani

La situazione per quello che riguarda i servizi segreti in Italia è organizzata principalmente su due strutture distinte:

  • Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) che si occupa della protezione della Repubblica e di tutte le sue istituzioni da tutte le azioni sovversive interne che possono minare gli interessi politici, economici militari, scientifici ed industriali del paese.
  • Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) che si occupa della protezione dello stato da tutte quelle che possono essere le minacce di natura esterna, come attacchi terroristici ne simili.

Ognuna lavora in stretta collaborazione con l’altra per il passaggio di importanti informazioni riguardo gli oggetti d’indagine. Tutte le selezioni del personale passano ovviamente per i canali istituzionali del governo, e possono andare per concorso, ma più facilmente attraverso dei colloqui specifici. Poi ovviamente per queste figure così delicate e strategiche per la sicurezza nazionale, le interviste preliminari sono svolte in estrema profondità, per valutare la validità complessiva del candidato. Tutte le informazioni, riguardo i bandi, passati e futuri delle due agenzie di sicurezza si possono trovare direttamente sul sito https://www.sicurezzanazionale.gov.it.

Come si diventa agenti segreti in Italia?

Vediamo all’iter necessario per diventare un agente segreto del bel paese. Chiaramente il primo passo è quello di controllare presso il sito istituzionale del governo oppure delle singole agenzie quelle che sono le posizioni aperte, o i bandi di concorso. Attenzione che non sempre la selezione avviene tramite concorso, ma spesso basterà avanzare la propria candidatura. Sembra facile? In realtà vi sono requisiti molto stringenti, e le candidature vengono vagliate in maniera molto rigida.

Dal lato dei requisiti, questi sono i fondamentali:

  • Laurea in discipline umanistiche giuridiche, economiche e internazionali
  • Fedina penale pulita
  • Non assumere, o avere precedenti di assunzione, di droghe sia pesanti che leggere
  • Non essere stato un politico, un magistrato, un ministro di culto o un giornalista.
  • Conoscere più lingue straniere

Oltre a questi appena enunciati, vi sono inoltre numerose altre caratteristiche vengono attentamente valutate durante la fase dei colloqui per entrare in una delle due agenzie di sicurezza.

In primo luogo vengono approfondite le competenze per il ruolo richiesto, soprattutto quando questo afferisce alla sfera della sicurezza informatica come accennato in precedenza.

Altra parte importante è quella dei precedenti. Per fare parte dei servizi segreti bisogna necessariamente avere un passato pulito e dimostrabile, e così deve essere anche per i familiari. Non si possono correre rischi di possibili contaminazioni con attività illecite. Ma oltre alle semplici pendenze con la legge, verrà effettuato un controllo accurato su tutto quello che potrebbe essere visto come pericolo: ad esempio se un candidato è un giocatore d’azzardo, se alle spalle ha situazioni economiche difficili. Tutto questo è importante, per evitare il potenziale rischio di corruzione di un agente dell’intelligence.

Infine vengono svolte accurate valutazione sul profilo psicologico del candidato. Si deve capire infatti, se questi è una persona affidabile, perché molto spesso dovrà tenere nascosto l’oggetto del proprio lavoro anche a parenti e amici per non metter in pericolo l’andamento delle operazioni. Quindi massima attenzione al profilo di riservatezza del candidato, che deve dimostrarsi persona integra ed estremamente legata alle istituzioni.

Dopo la lunga valutazione si potrà affrontare un anno di apprendistato, entrando in accademia oppure operando in supporto a colleghi più anziani sul campo.

Come diventare poliziotto

Diventare poliziotto o comunque un appartenente alle forze dell’ordine è uno dei desideri che in molti possono avere, per dare una sicurezza e una stabilità lavorativa alla propria vita.

Contrariamente ad altri lavori che si possono trovare, per entrare in polizia non serviranno curriculum e colloqui di lavoro, o perlomeno non saranno come siamo abituati a vederli per i lavori più tradizionali.

Entrare in polizia richiede infatti un iter ben preciso e dei passaggi da seguire con attenzione. Vi sono inoltre dei requisiti da rispettare, perché essendo un posto di lavoro che si inserisce nella sfera pubblica, la massima attenzione a chi viene assunto è d’obbligo.

Addentriamoci allora, attraverso questa guida, all’interno di tutti i passaggi e le informazioni necessarie per chi fosse interessato ad un futuro lavorativo interno all’arma.

Come entrare in polizia

macchina della polizia con poliziotto

Partiamo specificando il primo passo da fare per avvicinarsi a questo lavoro, cioè i modi per accedere ai posti disponibili negli organici delle forze di polizia.

Da principio per entrare in polizia vi erano due modi distinti:

  1. Fino al 2016 si poteva presentare la domanda di ammissione al Corpo durante il periodo del servizio di leva, accedendo tramite un esame e un concorso riservato all’accademia di polizia statale. Considerando che il servizio militare non è più obbligatorio dal 1 Gennaio 2005, questo sistema d’accesso +è andato sempre più riducendosi, fino a diventare praticamente inutilizzato.
  2. Tramite un concorso pubblico aperto a tutti i cittadini in possesso dei requisiti esplicitati nella comunicazione del concorso stesso sulla Gazzetta ufficiale.

Come accennato poco fa, dal 2016 c’è stata una modifica nelle modalità di accesso all’accademia di polizia.

Con il decreto legislativo n°8 del 28 gennaio 2014, all’articolo 10 vengono aboliti i concorsi pubblici riservati al personale che ha svolto servizio nelle forze armate. Quindi chi ha svolto il servizio militare non ha più quella corsia riservata che garantiva una sorta di precedenza per chi voleva svolgere il concorso per Allievi Agenti della Polizia di Stato.

Da quella data il concorso per entrare nell’arma della polizia è aperto a tutti i cittadini con eguali possibilità di passare le selezioni. Unica condizione da rispettare è quella di avere i requisiti adatti.

I concorsi per l’accesso all’accademia di polizia vengono banditi annualmente, sotto il diretto patrocinio del Ministero degli Interni. Le pubblicazioni dei bandi sono sempre visibili e rintracciabili sulla Gazzetta Ufficiale.

Requisiti per entrare in Polizia

Per partecipare ai concorsi è d’obbligo rispettare alcuni requisiti di base. Senza di questi non sarà possibile essere ammessi alle prove d’esame previste nel concorso. In seguito alle ultime modifiche i requisiti per partecipare al concorso sono:

  • Cittadinanza italiana e pieno possesso dei diritti politici
  • Avere un’età compresa tra i 18 e i 30 anni
  • Ottimo livello d’idoneità fisica e psichica
  • Inclinazione attitudinale al servizio di polizia
  • Essere in possesso del diploma di scuola secondaria di primo grado
  • Non avere mai subito espulsioni da corpi militari o forze armate
  • Non essere mai stati destituiti da pubblici uffici
  • Non avere mai riportato condanne relative a delitti non colposi
  • Non essere mai stati sottoposti a misure di prevenzione cautelare o di sicurezza

Come si può notare alcuni di questi requisiti sono oggettivi, come la cittadinanza il titolo di studio o la pulizia della fedina penale per i reati non colposi.

Altre caratteristiche saranno invece oggetto di un colloquio psico attitudinale più approfondito, per valutare le inclinazioni e la natura psichica del candidato.

Un piccolo discorso a parte merita il requisito dell’età. Questa infatti ha la possibilità di essere messa in deroga, alzando il limite massimo per la partecipazione al concorso. Può infatti essere innalzata fino ad un massimo di 3 anni (portando quindi il limite a 33 anni) solo in relazione all’effettivo servizio militare prestato dai potenziali candidati. Rimane questo, l’unico, piccolo vantaggio a disposizione di chi ha svolto servizio di leva.    

Riguardo ai requisiti vanno fatte altre due precisazioni. La loro validità è da considerarsi effettiva se sono posseduti dal candidato alla data di scadenza della domanda di partecipazione.

Ed infine, la selezione è da considerarsi aperta per ambosessi, pertanto anche le donne possono fare liberamente domanda per l’accesso al concorso allievi.

Il concorso per entrare in polizia

Ora che abbiamo visto attraverso quali meccanismi, e quali sono i requisiti di base per l’accesso ai concorsi, passiamo alle informazioni relative allo svolgimento dei concorsi.

La premessa da fare è che le prove da superare possono variare a seconda della posizione che ci si candida a ricoprire all’interno del Corpo di Polizia. Infatti i concorsi per ricoprire la carica di ispettori o commissari di polizia prevedono un numero maggiore di prove da superare, mentre per diventare poliziotto semplice l’iter da seguire sarà meno complicato.

L’esame per diventare allievo di polizia prevede un semplice questionario, che viene strutturato in questa maniera:

  • Domande con risposta sintetica (qualche riga al massimo) su argomenti di cultura generale e sulle materie previste nei programmi della scuola media dell’obbligo
  • Quesiti in lingua straniera , che viene scelta dal candidato tra quelle previste dal bando
  • Domande di informatica di base

Se lo svolgimento di questo test preliminare ha esito positivo si passa alla fase successiva del concorso, che consiste negli accertamenti dei requisiti.

Il candidato verrà infatti sottoposto alle prove che confermino la presenza dei requisiti fisici, attraverso alcuni test atletici incentrati su forza resistenza e velocità.

In seguito si passerà all’accertamento dei requisiti di natura psichica ed attitudinale, da svolgere mediante dei colloqui approfonditi con personale specializzato nella valutazione di tali caratteristiche.

E’ possibile prepararsi adeguatamente ai vari test, anche in considerazione del fatto che vengono spesso messi a disposizione testi specifici per lo studio finalizzato al superamento dei questionari.

La formazione post concorso

formazione agenti di polizia

Se le prove del concorso vengono superate brillantemente, si concede al candidato l’accesso alla scuola allievi di polizia. Infatti il semplice superamento del concorso non consente di definirsi agenti di polizia a tutti gli effetti, e per iniziare ad esercitare la professione, è necessario passare attraverso un periodo di formazione nelle accademie sparse per tutto il paese.

Tale periodo di formazione è suddiviso in blocchi di 6 mesi.

Durante la prima metà dell’anno si frequenta il corso di formazione in accademia, che prepara il candidato sia sotto il profilo teorico, che su quello prettamente fisico.

Nella seconda metà del percorso di apprendimento, si passa ad affrontare un vero e proprio periodo di prova. Durante questo lasso di tempo si eserciterà da Agenti in prova, spesso affiancati da colleghi con una maggiore anzianità di servizio.

Solo in seguito a questi passaggi, che durano complessivamente 1 anno come abbiamo visto, è prevista l’effettiva nomina ad Agente di polizia, con l’assegnazione ad uno dei reparti. Questi in una fase iniziale dell’esperienza del candidato nel Corpo di Polizia, dovranno obbligatoriamente essere in una regione diversa da quella residenza del candidato. Una misura che oltre a garantire la naturale gavetta, previene il pericolo di eventuali infiltrazioni della malavita nelle maglie della polizia locale.

Quanto guadagna un poliziotto

Ora che abbiamo visto l’iter per arrivare alla qualifica di agente di polizia, addentriamoci nell’argomento relativo al salario di un poliziotto.

Chiaramente essendo un posto pubblico, lo stipendio viene concordato con dei contratti collettivi, stipulati dal governo con le varie sigle sindacali che operano a tutela dei lavoratori nei Corpi di Polizia.

Fin qui abbiamo preso in esame tutto l’iter previsto per diventare agente semplice, quindi il primo gradino per entrare nell’organico dell’arma di polizia.

Ovviamente come in tutti gli altri lavori, anche nel corpo di polizia vi sono delle gerarchie e delle posizioni da scalare per fare carriera.

Inoltre c’è da considerare anche gli scatti di anzianità che entrano in gioco qualora non ci fossero avanzamenti di carriera. Questi si attivano secondo il seguente schema:

  • 17 anni di anzianità per il primo scatto
  • 27 anni di anzianità per il secondo scatto
  • 32 di anzianità per il terzo scatto

Di seguito una tabella riepilogativa di quanto appena detto, con le cifre indicative riportate in base al rinnovo per il triennio 2019/2021 stipulato lo scorso febbraio.

RuoloStipendio baseDopo 17 anniDopo 27 anniDopo 32 anni
Agente semplice e agente scelto1.200 €1.450 €2.900 €3.350 €
Ispettore e vice-ispettore1.700 €1.850 €3.000 €3.500 €
Sovrintendente e vice-sovrintendente1.500 €1.800 €3.000 €3.450 €
Assistente1.300 €1.450 €2.900 €3.350 €
Vice-Questore Aggiunto 2.200 € 3.200 € 5.000 € 5.900 €
Commissario Capo 2.100 € 2.700 € 5.100 € 5.900 €
Commissario e vice Commissario 1.900 € 2.100 € 3.200 € 3.750 €

Come si può notare a partire dal secondo scatto lo stipendio si alza sensibilmente e anche il ruolo ricoperto incide sugli emolumenti in maniera sostanziale.

Per il ruolo di agente di polizia che abbiamo preso in esame in questa guida, lo stipendio che si attesta sui 1200€ netti mensili, lo rende comunque uno dei meno pagati al mondo, se calcoliamo che negli altri paesi europei il salario base di un agente è mediamente di 500€ superiore.

Ma anche se risulta un dei meno pagati al mondo, molto giovani cullano il sogno di diventare agenti di polizia, anche perché la sicurezza di percepire il salario mese dopo mese è assolutamente solida

Professioni possibili: lavorare come consulente d’immagine

Lavoro: come diventare Consulente di Immagine - Trucco e non solo per imparare un nuovo mestiere sempre molto ricercato
Lavoro: come diventare Consulente di Immagine – Trucco e non solo per imparare un nuovo mestiere sempre molto ricercato

Fra tanti lavori possibili al giorno d’oggi sempre più spesso si sente parlare del consulente d’immagine. Una professione relativamente nuova che deriva dagli ambienti delle star di Hollywood che storicamente hanno sempre avuto un collaboratore attento alla questione dell’immagine. Oggi questo lavoro sta diventando sempre più comune e frequente e permette a molte persone di guadagnarsi da vivere facendo qualcosa di vicino alle loro aspirazioni e ai loro desideri.

Ma vediamo nello specifico tutto quello che c’è da sapere riguardo la professione di consulente d’immagine.

Cosa fa un consulente d’immagine?

Come suggerito dalla parola stessa un consulente d’immagine è quella figura professionale che si occupa di tutto quello che ruota attorno allo stile e alla rappresentazione che si dà di sé stessi verso l’esterno. In pratica fornisce un servizio di consulenza dedicato al miglioramento dell’aspetto attraverso il modo di muoversi o vestirsi o comunque in generale presentarsi. Questo servizio riguarda quindi tutto quello che si applica alla sfera della comunicazione non verbale. Molto spesso ci si affida ad un consulente d’immagine nel caso di occasioni speciali, come ad esempio i matrimoni, oppure se si ricopre un incarico pubblico importante.

La professione si è espansa in Italia a partire dal 2010 e sta registrando una crescita costante nell’ultimo decennio. Questo è dovuto anche all’esplosione delle consulenze d’immagine in ambito prettamente commerciale. Infatti il consulente d’immagine si applica non solo alle persone fisiche, ma anche alle aziende. In questo caso il servizio di consulenza è volto al miglioramento dell’immagine pubblica della compagnia e tocca tutti gli aspetti legati alla comunicazione visiva dell’azienda, dal logo agli slogan alla creazione dei contenuti pubblicitari del brand in questione.

Come si diventa consulenti d’immagine?

Il percorso formativo per diventare consulenti d’immagine varia a seconda che si voglia esercitare la professione in ambito commerciale o più strettamente rivolta verso i privati.

Nel campo della consulenza alle aziende la formazione prevede un percorso universitario nell’ambito di materie economiche o nel marketing. Anche corsi di laurea come quello in scienze della comunicazione possono formare adeguatamente per questa posizione, ma chiaramente prima di arrivare ad esercitarla con una posizione importante in aziende o magari mettendosi in proprio si dovrà valutare l’opportunità di affrontare qualche stage.

Nel campo della consulenza d’immagine più classica invece servirà avere maturato esperienze nel mondo della moda o più in generale del fashion. Inoltre è possibile seguire corsi di formazione ufficiali per la professione indetti dalla filiale italiana dell’associazione mondiale dei consulenti d’immagine. Sul sito della AICI italia è possibile avere tutte le informazioni relative ai corsi di formazione che se affrontati con profitto, danno accesso anche alla certificazione di qualità che attesta la professionalità del consulente d’immagine.

Quanto guadagna un consulente d’immagine?

Anche qui le differenze risiedono principalmente nell’ambito in cui si svolge la professione. Molto spesso in ambito commerciale sono agenzie esterne ad occuparsi dell’immagine del brand, ma un consulente d’immagine aziendale assunto internamente nell’organico della società può arrivare a guadagnare anche fra 30 e i 40 mila euro annui. Per chi invece svolge la professione da privato molto dipende dall’esperienza e dal nome che ci si è creati nel corso del tempo svolgendo questo lavoro. Diciamo che al netto dei consulenti delle star e dei vip, che possono arrivare a guadagnare oltre 50 mila euro annui, mediamente una persona che si avvicina a questa professione guadagna in base al livello dei clienti di cui può disporre e anche in base alla continuità della collaborazione. Essendo spesso collaborazioni di tipo intermittente, quindi legate ad eventi particolari, il guadagno si basa sulla parcella chiesto per il singolo evento. Ad esempio per la consulenza completa per una coppia di sposi si può arrivare a cifre vicine ai 1000 euro.

Le sette professioni più pagate nei Big Data

Le organizzazioni nella maggior parte dei settori dell’economia hanno iniziato a raccogliere, organizzare, archiviare e interpretare enormi quantità di dati relativi alle loro operazioni. In un recente sondaggio condotto da NewVantage Partners, il 91,6% dei dirigenti intervistati ha dichiarato di aumentare i propri investimenti nei Big Data. Il 91,7% di questi intervistati ha dichiarato di ritenere che i propri investimenti fossero necessari per trasformare le proprie attività in attività più agili e competitive.

Le sette professioni piu' pagate nei Big Data

Dove sono i lavori di Big Data

A causa della rapida espansione delle applicazioni di big data, la domanda di lavoratori nei Big Data è aumentata notevolmente negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti. Una ricerca LinkedIn riporta una significativa carenza di lavoratori come specialisti dei Big Data a livello americano e nelle principali città. Secondo il Rapportodi Likedin sulla forza lavoro del 2018: “A livello americano esiste una carenza di 151.717 persone con competenze nel settore dei Big Data con carenze particolarmente acute a New York (34.032 persone), nella baia di San Francisco (31.798 persone) e Los Angeles (12.251 persone).”

Per i candidati alla ricerca di un nuovo lavoro è una grande notizia perché permette di capire quali sono i lavori più interessanti nel settore dei big data.

Vediamo quali sono i lavori più ricercati nei Big Data:

Data Scientist

Secondo PayScale, molte opportunità sono disponibili per gli specialisti informatici nel settore IT di talento in grado di estrarre e interpretare dati complessi per le grandi aziende. Collaborando con team inter-funzionali, i Data Scientist compilano e creano vari modelli di dati statistici per raccomandare il management per come modificare i piani di azione e i relativi sistemi informatici.

Qualificazioni preferite – I ricercatori IT di dati dovrebbero avere conoscenze avanzate di diverse tecniche di data mining come clustering, analisi di regressione, alberi decisionali e macchine di supporto vettoriale. Un livello avanzato (come un master o un dottorato) in informatica è di solito richiesto per questo tipo di posizione, oltre agli anni precedenti di esperienza lavorativa in un campo correlato.

Stipendio: Secondo Glassdoor come numero 1 nella loro lista dei migliori 50 posti di lavoro in America 2019, i data scientist possono chiedere uno stipendio medio di 108.000 dollari. Il punteggio complessivo di soddisfazione sul lavoro di 4,3/5 è stato uno dei fattore chiave in questa valutazione massima.

Data Engineer

I Data Engineer, come sottolinea PayScale, utilizzano i loro punti di forza in ambito informatico e ingegneristico per aggregare, analizzare e manipolare enormi serie di dati. Le attività comuni comprendono la creazione e la traduzione di algoritmi informatici, lo sviluppo di processi tecnici per migliorare l’accessibilità dei dati e la progettazione di report, dashboard e strumenti per gli utenti finali.

Qualificazioni preferite – I datori di lavoro in genere richiedono che si siano completati gli studi con una laurea in informatica, ingegneria o in un campo correlato. Preferiscono anche i candidati da tre a cinque anni di esperienza nel settore. Le conoscenze tecniche desiderate includono conoscenza dei sistemi Linux, competenza nella progettazione di database SQL e una solida padronanza di linguaggi di programmazione come Java, Python, Kafka, Hive o Storm. Le competenze trasversali includono eccellenti capacità di comunicazione scritta e verbale e la capacità di lavorare sia in modo indipendente che in gruppo.

Stipendio: i 50 migliori lavori di Glassdoor in America 2019 hanno classificato i tecnici di dati in ottava posizione con un salario medio di 106.000 dollari e un punteggio di soddisfazione lavorativa di 3,9/5.Analista di dati

Analista di dati

PayScale descrive come gli analisti di dati raccolgono informazioni utilizzabili su vari argomenti progettando e implementando sondaggi su larga scala. Il loro compito è quello di reclutare partecipanti al sondaggio, compilare e interpretare i dati presentati e ritrasmettere i loro risultati nelle classifiche e nei report tradizionali, nonché in formati digitali.

Qualifiche preferite – Gli individui in cerca di lavori di analista di dati devono essere ben informati in programmi come Microsoft Excel, Microsoft Access, SharePoint e database SQL. Gli analisti di dati hanno anche bisogno di buone capacità di comunicazione e presentazione, con la capacità di tradurre efficacemente informazioni spesso complicate per gli stakeholder aziendali.

Stipendio: Data Analysts, classificato al 31 ° posto su 50 Best Jobs in America 2019, porta a casa uno stipendio medio di $ 60.000 e ha un punteggio di soddisfazione professionale di 3,9 / 5.

Security Engineer

Gli ingegneri della sicurezza svolgono un ruolo fondamentale nella pianificazione, nell’avversione e nella mitigazione delle catastrofi IT. Riducono l’esposizione al rischio aziendale impostando i firewall dei computer, rilevando e rispondendo alle intrusioni e individuando in modo forense i problemi di sicurezza dei sistemi. Inoltre, creano e implementano piani di test per software e hardware nuovi o aggiornati e stabiliscono protocolli di difesa multilivello per le reti di computer.

Qualificazioni preferite – Una laurea in ingegneria, informatica o un campo correlato è necessaria per questa posizione, insieme a diversi anni di esperienza lavorativa rilevante e, idealmente, certificazioni di sicurezza del settore. Oltre alla loro conoscenza tecnica dei linguaggi dei computer e dei sistemi operativi, gli ingegneri della sicurezza dovrebbero anche possedere solide capacità di risoluzione dei problemi e la capacità di lavorare in modo indipendente.

Salario: gli ingegneri della sicurezza si sono classificati al 17 ° posto tra i 50 migliori lavori in America nel 2019, con uno stipendio medio di 102.000 dollari e un punteggio di soddisfazione professionale di 3,8 / 5.

Database manager

I database manager, formati e altamente specializzati nella gestione dei progetti e nel multitasking, eseguono la diagnostica e la riparazione di database sofisticati. Esaminano inoltre le richieste di business per l’utilizzo di dati, valutano le origini dati per migliorare il flusso di dati e aiutano a progettare e installare sistemi hardware complessi.

Qualifiche preferite – Gli annunci di lavoro per i database manager in genere elencano una laurea in informatica e un minimo di cinque anni in una posizione di leadership nella gestione dei database. I candidati preferiti potrebbero avere esperienze nei database come MySQL, Oracle ed eventualmente nelle nuove tecnologie di database come NoSQL.

Stipendio: Glassdoor i database manager guadagnano una media di 73.545 dollari.

Data Architect

I data architect utilizzano le proprie conoscenze dei linguaggi informatici orientati ai dati per organizzare e conservare i dati in database relazionali e repository aziendali, sviluppando strategie di architettura dei dati per ogni area tematica del modello di dati aziendali.

Qualifiche preferite – Le abilità richieste dai datori di lavoro includono competenze tecniche avanzate (in particolare in linguaggi come SQL e XML), eccellente acume analitico, visualizzazione creativa e capacità di risoluzione dei problemi e forte orientamento dei dettagli. La maggior parte dei data architect ha conseguito almeno un diploma di laurea (spesso, una laurea specialistica) in campo informatico.

Stipendio: gli architetti di dati hanno guadagnato alcuni dei salari più alti nel settore dei big data, una media di 113.078 dollari secondo PayScale.

Recruiter tecnico

I reclutatori tecnici sono specializzati nell’acquisizione e selezione talenti dei big data, IT e altri professionisti tecniche. Lavorano a stretto contatto con le aziende per valutare le loro esigenze di assunzione e quindi cercano nel mercato i candidati più forti per specifiche opportunità di lavoro. Supportano anche i candidati professionisti che reclutano durante l’applicazione del lavoro, l’intervista, l’assunzione e i processi di onboarding.

Qualifiche preferite – I reclutatori tecnici devono avere una conoscenza avanzata delle qualifiche tecniche che i datori di lavoro cercano nel loro potenziale personale. Le soft skills sono essenziali essenziali, dal momento che i reclutatori tecnici di successo devono costruire un rapporto positivo con i candidati al lavoro durante lo screening e le interviste.

Stipendio: Glassdoor ha classificato i reclutatori tecnici al 28 ° posto nella lista dei 50 migliori posti di lavoro in America, con un punteggio di soddisfazione professionale di 4,1/5 e uno stipendio medio di 48.000 dollari.

I 10 lavori più strani al mondo

Mai sentito parlare dei lavori più strani del mondo? Ebbene esistono lavori incredibili che nemmeno immaginiamo possano esistere, eppure ci sono persone che si guadagnano da vivere fornendo servizi bizzarri ai limiti della realtà.

Alcuni ci faranno esclamare “perché non ci ho pensato prima io!?!?!?” altri invece sono talmente strani da non avvicinarsi nemmeno.

Sicuramente ogni volta che ci lamentiamo del nostro lavoro, oppure lo troviamo inutile, pensiamo a questa lista di lavori che definire inusuali è poco!

Mangiatore

Più che un lavoro strano sembra proprio un lavoro dei sogni. Ci sono infatti migliaia di persone al mondo che possono ben dire di lavorare come mangiatori. Ma cosa fa di preciso e come si guadagna da vivere un mangiatore? Beh, quello che fa è semplice, mangia enormi quantità di cibo. ma è come guadagna la parte bella di questo lavoro: esistono due modalità di riconoscimento economico quando si fa il mangiatore. Il più classico riguarda le innumerevoli gare che uniscono le quantità di cibo alla velocità. Queste gare vantano sponsor che possono far decollare il montepremi finale per il vincitore. Esiste poi una variante più moderna, in voga qualche tempo ormai. Quella dei cosiddetti Mukbang, persone che si fanno riprendere mentre mangiano sconsiderate quantità di cibo. Questi sono diventati youtubers famosi, con introiti molto allentanti, sia derivanti dalle visualizzazioni che dalle sponsorizzazioni di aziende alimentari o ristoranti.

Pusherman o spingitore

Il pusherman o spingitore fa un lavoro semplice. Spinge dentro o fuori le persone da determinati posti che ora vedremo. Non lasciamoci ingannare dal nome. Nulla a che vedere col buttafuori delle discoteche, oppure i butta dentro nelle località turistiche appostati fuori dai ristoranti.

I pusherman sono soprattutto noti nei paesi asiatici, come il Giappone ad esempio, e servono per spingere le persone dentro e fuori da vagoni della metro negli orari di punta. Questa figura si è resa necessaria dopo qualche incidente di troppo occorso a chi rimaneva incastrato nelle porte delle metropolitane o dei treni. Tralasciando la stranezza del nome, la professione è comunque abbastanza seria, perché sovrintende alla sicurezza dei passeggieri sulle banchine di attesa prima di prendere il mezzo pubblico.

Spedizioniere di feci

Ad una prima lettura sembra un lavoro assurdo ed incomprensibile. E magari pensandoci un pochino si può immaginare che sia un lavoro svolto nell’ambito delle analisi mediche. Invece è la classica idea che avremmo tutti voluto avere per quanto geniale può sembrare ad un primo sguardo.  Attraverso il sito shitexpress.com si può spedire in totale anonimato proprio quello che pensate ad una qualsiasi persona nel mondo. Il sevizio è anche ben strutturato: si può scegliere il tipo di escremento e anche la tipologia del pacco. Il pagamento avviene in forma totalmente anonima tramite account paypal oppure con criptovalute. La spedizione standard costa attorno ai 18 dollari. L’idea, per la sua originalità, è stata trattata dai maggiori media internazionali facendo balzare agli onori della cronaca i fortunati inventori di questo lavoro che definire bizzarro è riduttivo.

Raccoglitori di gomme da masticare

Lavoro come masticatore di chewing-gum

Anche qui sembra di affrontare un lavoro davvero strano. Ma andando in profondità si scopre che in realtà si tratta di una professione particolare ma redditizia. Partiamo dal presupposto che una comune gomma da masticare impiega circa 5 anni a biodegradarsi, e quindi l’imponente mole di chewing gum sparsa per tutto il pianeta diventa presto una piaga per l’ambiente. L’idea di inventarsi raccoglitori di gomme da masticare è venuta a due ragazzi canadesi Andrew Meades e Joe Kennedy che vedendo la loro città, Toronto, avvolta da questa sporcizia, hanno pensato bene di studiare un piano di pulizia professionale specifico per questo materiale. Hanno dunque aperto la loro azienda, la GTA Gum Removal, che ha subito creato scalpore per l’intento nobile e bizzarro allo stesso tempo. Il successo è stato immediato, ed ora i due ragazzi possono orgogliosamente dire di svolgere un lavoro ben retribuito e totalmente amico dell’ambiente.

Romanziere personale

Spesso ci sentiamo come nei film, o magari nei libri, e pensiamo che la nostra storia, sia essa d’amore o di vita, sia unica ed inimitabile. Ci viene quasi la voglia di scriverne un libro, per raccontarla a tutti. Proprio intercettando questo bisogno nasce la figura del romanziere personale, una professionalità in grado di trasformare una qualsiasi storia in un libro avvincente. Anche molte richieste nelle piattaforme di scrittori freelance vanno in questo senso da qualche tempo. Emblematico il caso di una giovane coppia che ha fondato il sito https://yournovel.com/ dove è possibile trasformare la propria storia in un romanzo vero e proprio con prezzi che variano dai 100 ai 200 dollari in base ai particolari e alla lunghezza della storia.

Cercatore di palline da golf

La storia è davvero bizzarra. E racconta di questo lavoro svolto da Glenn Berger, 40enne della Florida, che all’età di 26 non aveva prospettive lavorative di alcun tipo. Un giorno a Glenn viene un’idea geniale: perlustrare tutti i campi da golf, che in Florida non mancano, alla ricerca delle palline da golf andate perdute sugli ostacoli dei campi, come laghetti, siepi etc..

Ogni anno Glenn recupera l’astronomica cifra di circa 1,5 milioni di palline, rivendendole poi per 1 dollaro ciascuna. Facile a questo punto fare di conto, e capire come quella di Glenn non solo è stata un’idea geniale, ma anche clamorosamente redditizia. Si stima infatti che nei 16 anni di onorata carriera di recuperatore di palline Glenn abbia guadagnato circa 15 milioni di dollari. Niente male per chi non aveva prospettive a 26 anni!

Investigatore genealogico

Sappiamo quali sono le nostre radici? Sappiamo se qualcuno dei nostri avi era un importante generale, o magari un ricco nobile proprietario terriero. L’investigatore genealogico ha questo compito specifico, quello di rintracciare le nostre discendenze. Ma questo lavoro non si regge sulla sola curiosità di chi richiede i servizi di questi segugi familiari. Anzi la maggior parte degli investigatori genealogici s’informa sulle somme lasciate in eredità e non riscosse, per andare poi a ritroso a ritrovare i parenti più prossimi, ancora viventi, del caro defunto. Quindi può capitare di essere avvicinate da persone che ci comunicano il diritto ad avere una grossa somma in eredità per la perdita di un parente che non sapevamo nemmeno di avere. L’investigatore genealogico fa proprio questo, e come compenso si trattiene una percentuale della somma fatta recuperare all’ignaro erede.

Moderatore di assemblee di condominio

Le assemblee di condominio possono essere una giungla di discussioni, litigi e scontri a volte non solo verbali. Spesso l’amministratore del condominio stesso non riesce a tenere a bada i propri condomini, e l’assemblea sfocia in una lunga sequela di litigi che non portano alcuna soluzione. Per ovviare a questo inconveniente nasce la figura del mediatore applicata alle assemblee condominiali. Si tratta di una figura che ha una classica formazione da mediatore, come avviene già per altri ambiti, ma si applica alle riunioni condominiali, quindi con una preparazione maggiore in materia legale e nel codice civile in particolare. Oltre alla formazione di radice legale, questa figura deve giocoforza avere una personalità lama e riflessiva, portata appunto per la mediazione tra le parti. Chiaro, molto spesso le divergenze sembrano non appianabili in alcuna maniera, ma il mediatore trova sempre la strada giusta per giungere ad un accordo soddisfacente tra le parti, anche durante un’assemblea condominiale.

Assaggiatore di cibo per animali

Sembra assurdo pensare che il cibo per i nostri amati amici a quattro zampe debba essere assaggiato da persone eppure è così. E non pensiamo che sia un lavoro da ultima spiaggia per chi non ha trovato di meglio da fare. L’assaggiatore di cibo per animali è una professione reale ed anche ben retribuita che può arrivare fino a 70mila dollari l’anno. Del resto la preparazione per svolgere questa professione è tutt’altro che banale: bisogna avere nozioni di chimica e biologia, oltre a conoscere alla perfezione le caratteristiche del palato e delle papille gustative degli animali domestici. Ovviamente le aziende produttrici non potendo avere delle recensioni dai consumatori finali affidano il compito a queste figure, che fanno in modo che le promesse delle case produttrici in materia di gusto della pappa da offrire ai nostri amici a quattro zampe, vengano mantenute.

Creatore di avatar per l’aldilà

Trovare il modo di alleviare il dolore per un lutto è una delle domande e dei bisogni più ricercati del mondo. La risposta per mettere un freno al dolore derivato dalla perdita di una persona cara, arriva da un’azienda sud coreana che ha inventato un’app in grado di farci sentire vicine le persone scomparse. L’applicazione si chiama “With me” e consente di creare un avatar della persona cara a partire da una foto. Una volta creato l’avatar la tecnologia 3D permetterà a questo di muoversi sul nostro schermo, ci permetterà anche di fare un selfie con lui ed in alcuni casi di interagire con degli script prestabiliti. Il tutto gestito dall’intelligenza artificiale dell’app che proverà così a fari sentire meno soli, anche se sul reale funzionamento qualche dubbio resta ancora oggi a due anni dal lancio