Vivere e lavorare negli USA

Da sempre terra dei miti e delle opportunità gli Stati Uniti d’America esercitano un fascino enorme soprattutto per chi cerca un cambio radicale nella propria vita, e desidera tentare la fortuna come si faceva un secolo addietro.

Certamente le condizioni rispetto a cento anni fa sono cambiate, e non è così semplice trasferire tutto negli Stati Uniti e trovare subito la fortuna tanto sperata. Oltre alla crisi di inizio millennio, anche altre situazioni socio politiche hanno reso più difficile il sogno americano, ma questa zona del mondo rimane pur sempre la parte dove si concentrano le eccellenze assolute, dove risiedono le aziende più grandi e potenti della scena internazionale, e dove sono nati gli ispiratori dei nostri tempi, gente del calibro di Bill Gates e Steve Jobs.

Quindi il suo fascino immutato la rende ancora oggi meta di fuga di cervelli, tra le più desiderate e ricercate, ed allora vediamo cosa si deve considerare se si vuole cullare l’aspirazione di vivere e lavorare negli stati uniti.

I visti per gli Stati Uniti

visto per gli stati uniti
visto per permanenza negli USA

Iniziamo dalla parte più corposa, che suscita le prime domande per chi vuole tentare l’avventura negli States: la parte dei visti. Rimanere sul suolo americano per un tempo superiore ai 90 giorni prevede l’esistenza di un contratto di lavoro attivo, quindi per trasferirsi in America sarà necessario avere già un lavoro precedentemente regolarizzato. Senza contratto di assunzione sarà praticamente impossibile ricevere le autorizzazioni necessarie per vedersi riconosciuto un visto superiore ai 90 giorni di durata.

Visti per chi lavora negli USA

In questa serie di visti rientrano anche quelli che garantiscono permessi di lavoro temporanei legati a viaggi brevi o periodi di studio. Eccone alcuni esempi:

  • B1 – B2: Visto specifico per viaggi di lavoro con periodo limitato, turismo o altre situazioni che prevedono periodo brevi negli Stati Uniti, come ad esempio in caso di trattamenti medici. Per ottenerlo si dovrà comunque dimostrare che la permanenza nel paese sarà temporanea.
  • F: Visto specifico per motivi di studio.
  • H – L – O – P – Q: Sono visti per lavoratori assunti con contratti a tempo determinato, ma il fatto che ne vengano accettati solo un numero predefinito ogni anno li rendono particolarmente difficili da ottenere.
  • I: Si tratta di un Media visa, cioè specifico per chi svolge attività giornalistica o comunque legata all’informazione. Dura 1 anno e si può ottenere tramite l’ambasciata americana nel proprio paese d’origine.
  • J: Visto temporaneo che viene concesso in relazione a tirocini, ricerche accademiche e lavoro alla pari.

La procedura standard per vedersi riconosciuti i visti è quella di compilare la domanda direttamente online (puoi farlo anche qui ed il modulo è il DS – 160) ne prendere successivamente appuntamento con l’ambasciata statunitense, dove si sosterrà un veloce colloquio in cui si spiegherà il motivo del viaggio. Infine si dovranno presentare tutti i documenti necessari all’ottenimento del visto, che elenchiamo qui di seguito:

  • Ricevuta di pagamento della quota relativa al visto (varia a seconda della tipologia)
  • Pagina di conferma della compilazione del modulo online DS – 160
  • Passaporto con validità residua di almeno 6 mesi
  • Attestazione delle risorse economiche sufficienti per risiedere nel paese durante la durata del visto

Le norme che regolano l’immigrazione negli Stati Uniti sono piuttosto rigide, quindi è consigliato fare la massima attenzione se non si vuole incappare in sanzioni: nei casi più gravi la pena è l’espulsione immediata dal paese, e il divieto di entrata per almeno 10 anni.

Altri tipi di visti

Oltre a quelli strettamente legati a lavoro, vi sono altri tipi di visti, che possono interessare chi magari desidera farsi raggiungere da un familiare nella propria avventura statunitense. Appartengono a questa categoria visti come il tipo K o V specifici per il ricongiungimento familiare, oppure il visto di tipo 0 – 1 per le persone con straordinarie capacità (atleti, artisti, attori etc..). Infine quelli più legati al turismo, che hanno una durata inferiore ai 90 giorni. In questo caso basta compilare il modulo ESTA fino a tre giorni prima della partenza. Il costo di questo visto è di soli 14 $ americani, si può richiedere direttamente online al sito https://esta.cbp.dhs.gov/esta/

La Green Card

Quando si parla di trasferirsi negli Stati Uniti, si sente spesso nominare la Green Card. Questa in pratica è l’asso pigliatutto per trasferirsi in America, perché consente di rimanere a tempo indeterminato e di diventare a tutti gli effetti dei residenti ufficiali. Ci sono tre modi per ottenere la Green Card:

  • Ricongiungimento familiare con cittadino americano
  • Avere un impego stabile (proposto da uno sponsor cittadino americano)
  • Partecipare alla lotteria che mette annualmente in palio 50 mila Green Card

La lotteria per l’ottenimento della Green Card è gratuita e può partecipare qualunque cittadino dei paesi ammessi al programma, Italia compresa. Tra i requisiti per la partecipazione anche quello del possesso di almeno un diploma e di un attestato che dimostrai di aver lavorato per almeno 2 degli ultimi 5 anni.

Vivere negli Sati Uniti d’America: il costo della vita

dollaro statunitense
dollaro usa

Contrariamente a quanto si possa pensare il costo della vita medio negli USA non è altissimo, favorito anche da un cambio vantaggioso tra Euro e Dollaro. Chiaramente si tratta di una considerazione sui dati complessivi, e nelle grandi città come New York o Los Angeles, le spese quotidiane sono mediamente alte, sia per quello che riguarda gli alloggi, che nella sfera del tempo libero.

Come noto una delle grandi spese da sostenere annualmente per vivere negli USA è quella dell’assicurazione sanitaria, in quanto la sanità pubblica praticamente non esiste. A questa si aggiungono spese standard che si affrontano anche in altre parti del mondo, come assicurazione auto, costo della benzina (comunque molto più basso rispetto all’Italia).

Con un rapido calcolo si arriva ad una cifra di 3000 $ al mese per un nucleo familiare di 2 persone, che al cambio sono circa 2600 €. Una cifra simile a quella che serve per vivere bene in Italia nelle stesse condizioni, ma calcoliamo che l’assicurazione sanitaria, la voce più pesante dell’insieme americano, non è presente in Italia. Al netto di quella la vita è quindi più conveniente in America.

Per quello che riguarda l’affitto, i contratti di locazione hanno una durata che va dai 6 mesi ad un anno e solitamente viene richiesta una cauzione di almeno 3 mensilità anticipate. Inoltre per accedere ad un regolare contratto si dovranno presentare delle garanzie di ogni tipo, dal contratto di lavoro, alla lista dei precedenti alloggi (farsi fare delle referenze dai precedenti padroni di casa è molto consigliato), fino al visto e al passaporto in corso di validità.

Lavorare negli Stati Uniti d’America.

La cosa migliore da fare se si cerca un lavoro stabile e duraturo negli Stati Uniti è quello di seguire la strada della specializzazione. Difficilmente con lavori a bassa qualifica si riuscirà ad ottenere la possibilità di rimanere in America.

Secondo una recente inchiesta condotta da Business Insider, i settori dove la richiesta è maggiore negli Stati Uniti sono attualmente:

  • Settore medico
  • Settore farmaceutico
  • Settore scientifico
  • Settore tecnologico
  • Settore informatico

Sempre secondo questa ricerca si è in grado di stilare una classifica di quelli che sono i lavori meglio pagati negli USA, in base ai dati dello stipendio annuale medio per ognuna di queste professioni.

  • Chirurgo: 338.000 $ all’anno
  • Anestesista: 350.000 $ all’anno
  • Radiologo: 350.000 $ all’anno
  • Psichiatra: 220.000 $ all’anno
  • Ingegnere informatico: 170.000 $ all’anno
  • Dentista: 165.000 $ all’anno

Considerando che, come visto in precedenza, il costo della vita impone un stipendio annuo di almeno 30.000 $ lordi, i lavori appena citati rappresentano la cima della piramide delle possibilità lavorative. Ovviamente esistono però la maggioranza dei lavori che non garantiscono certamente quelle cifre, ma si attestano su livelli comunque accettabili. Negli Stati Uniti il salario minimo garantito varia a seconda degli stati, ma facendo una media tra le varie posizioni geografiche e i vari impieghi si attesta attorno ai 7,25 $ su base oraria.

Sicuramente il consiglio, anche in base alle leggi per l’immigrazione vigenti, è quello di cercare un lavoro prima di trasferirsi concretamente, e di farlo attraverso i classici canali, come spulciando nelle nostre offerte e idee di lavoro, o magari affidandosi a siti specializzati per la ricerca su suolo americano come ad esempio USA Jobs, direttamente patrocinato dal governo statunitense.  

Altro sistema che spesso è il reale motivo di trasferimento lavorativo, è quello di trovare un impiego in una grande azienda statunitense, con sedi magari in Italia, e richiedere il trasferimento in un secondo momento. In questo modo tutta la parte prettamente burocratica della gestione dei documenti per i visti lavorativi, sarà di responsabilità dell’azienda per cui si presta servizio, rendendo il compito di trasferirsi più facile e sicuro.

Infine è abbastanza sconsigliato cercare d’intraprendere un lavoro in proprio pensando di farlo trasferendosi negli Stati Uniti. I visti per questo tipo di occupazione sono molto difficili da ottenere: prima di tutto sono costosi, in secondo luogo ognuno degli stati americani ha la propria regolamentazione riguardo le licenze. Questo visto, denominato L – 1 viene infine rilasciato solo dopo 1 anno dall’apertura ufficiale dell’azienda.

L’arte di non cercare lavoro

Anni di crisi economica possono fiaccare anche gli spiriti più tenaci, e nella ricerca di un lavoro stabile, alcune persone sembrano essersi arrese al loro inevitabile destino, smettendo giorno dopo giorno di impegnarsi nella ricerca attiva di un impego.

Alcuni ne hanno fatto un’arte, trovando i modi più disparati di racimolare qualche soldo per tirare avanti, altri, i più fortunati, non cercano semplicemente perché la loro condizione economica familiare permette di stare senza far nulla tutto il giorno.

Spesso si confondono queste persone come platea totale dei disoccupati, ma sono un fenomeno sociale differente, che ha visto aumentare il proprio numero in maniera importante durante il periodo della crisi economica post-2008.

Differenza tra disoccupati inoccupati e inattivi

Bisogna capire prima di tutto che esiste una differenza di fondo sostanziale tra la condizione di disoccupazione e quella delle migliaia di inoccupati che ci sono in Italia in questo momento. Vi sono poi gli inattivi che rappresentano un problema crescente da affrontare per lo Stato, soprattutto perché coinvolgono una grande quantità di giovani. La definizione delle tre condizioni aiuta a capire le diversità tra le situazioni in questione

Disoccupato

Un disoccupato è una persona che ha, volontariamente o meno, perso il lavoro e si sta attivando per la ricerca concreta di una nuova occupazione. Questa condizione viene ufficialmente certificata dal centro per l’impiego in cui si iscrive il disoccupato al fine di trovare un nuovo lavoro il prima possibile.

Inoccupato

La figura dell’inoccupato è quella di una persona che si trova senza un lavoro ma senza aver mai svolto alcun impiego retribuito continuativo nel corso della sua vita. La ricerca di un nuovo lavoro per queste figure è un’operazione più difficile rispetto a quella svolta per un disoccupato che può portare con sé un bagaglio di esperienze da sfoggiare per farsi selezionare da un nuovo datore di lavoro. L’inoccupato resta comunque una persona che, seppur in mezzo a molte difficoltà, si iscrive ad un centro per l’impiego oppure ad una agenzia di lavoro interinale, per trovare una soluzione alla sua condizione di mancanza di un lavoro.

Inattivo

L’ultima categoria è quella più problematica, che ha creato una vera e propria piaga sociale accentuata molto dal periodo di crisi economica dell’ultimo decennio. L’inattivo (conosciuto anche con l’acronimo Neet) è una persona che non è impegnata né in un lavoro né in un percorso di studi, pertanto passa la sua giornata a non fare alcuna attività di rilievo. Questa condizione è una drammatica realtà soprattutto per molti giovani del sud Italia, fiaccati dalla mancanza endemica di lavoro nelle loro zone di residenza. Il fatto di non riuscire a trovare nessun tipo di occupazione per moltissimo tempo ha portato un effetto di pessimismo e disillusione in queste persone, che alla fine hanno deciso in maniera quasi consapevole di smettere di cercare attivamente un lavoro. Molto spesso infatti non sono nemmeno iscritti agli uffici di collocamento o alle agenzie per il lavoro, e si mantengono solo grazie a genitori e parenti.

I numeri di chi non cerca lavoro in Italia

Il fenomeno degli inattivi è quindi un problema concreto che dovrà essere affrontato al più presto per non creare una sorta di allarme sociale. I dati da analizzare a conferma di questa tendenza non lasciano spazio ad interpretazioni, e fotografano la situazione in maniera chiara: L’Italia ha il triste primato di giovani tra i 15 e 29 anni inattivi, con una percentuale del 24% sul totale. In pratica 1 giovane su 4 si trova in questa condizione e tra i paesi europei l’Italia guida questa triste classifica seguita dalla Grecia, con una media europea che si attesta al 14%, ben 10 punti percentuali sotto il livello italiano. Tutto questo si va ad inserire nel dato più ampio, quello sulla disoccupazione giovanile, che in Italia ha assunto oramai contorni allarmanti con un 31% di ragazzi senza un’occupazione.

I dati cambiano anche in relazione al sesso, infatti le percentuali cambiano così

  • Uomini occupati 67,1% disoccupati 8,4% Inattivi 26,7%
  • Donne occupate 46,8% disoccupate 9,6% inattive 48,2%

Come troppo spesso accade gli effetti più nefasti di questa situazione si hanno sull’occupazione femminile, con un numero di giovani donne inattive addirittura superiore rispetto a quelle occupate.

All’interno di questi dati generali bisogna poi distinguere quelli degli inattivi all’interno della platea dei disoccupati, per capire se la tendenza è in aumento o se si sta man mano tornando verso una normalità.

Anche in questo caso i dati non sono propriamente confortanti. Rispetto a tutti gli altri paesi europei l’Italia è quello che sconta la minore fiducia nella ricerca di un lavoro, cosa che aumenta sempre di più il numero dei giovani che passano dalla condizione di disoccupazione a quella di inattività. Per dare una misura del problema basti pensare che in Italia ogni 100 persone occupate ce ne sono 15 che sono alla ricerca di un lavoro ma ben 20 che vorrebbero lavorare ma non lo cercano. In pratica la maggior parte dei disoccupati dichiara di volere un lavoro, ma di essere scoraggiato e non cercarlo nemmeno più.

Come vivere senza lavorare

vivere senza lavorare

Ora che abbiamo visto chi sono, e quali sono i numeri del fenomeno dell’inattività lavorativa, veniamo alla domanda che tutti grossomodo si fanno: come possono sopravvivere gli inattivi?

Avere una casa, formare una famiglia e fare una vita sostanzialmente normale è possibile senza avere un impiego, e senza nemmeno cercarlo per giunta?

I metodi ci sono, alcuni sono ovvi e anche piuttosto semplici, altri invece richiedo impegno costanza e tutta una serie di qualità che se impiegate nella ricerca di un lavoro darebbero sicuramente risultati immediati.

Utilizzare gli ammortizzatori sociali

La prima che viene in mente appena si pensa alla condizione di disoccupazione è quella dei sussidi di sostegno garantiti dallo Stato alle persone che si trovano in quella situazione. La prima e più diffusa misura fino ad oggi era la NASPI, la classica disoccupazione non agricola, erogata da tempo alle persone senza occupazione. La misura avrebbe in realtà l’intento di essere un sostegno momentaneo, infatti la sua durata è commisurata a quella dell’ultima esperienza lavorativa, con un minimo di 9 mesi e un massimo di 24. Oltre a questa misura ne esistono altre, non ultima il molto discusso reddito di cittadinanza con relativi tutor, che si prefigge però di avere una funzione di ricerca attiva di lavoro, pertanto per chi è un inattivo di lunga data ma soprattutto di scelta consapevole, non è stata una soluzione adottata, anche per la scarsità del riconoscimento mensile. Per chi non ha particolari spese da sostenere, come affitto o auto ad esempio, anche sostegni come la social card potrebbero bastare, ma attenzione perché probabilmente se si possiede una o più case non si potrà, giustamente, avere accesso a queste misure.

Vivere di rendita

Molti inattivi in realtà si trovano in questa condizione per scelta consapevole, anche perché non hanno il bisogno materiale di lavorare. Questa condizione è una delle più desiderate da chi tutti i giorni deve lavorare per portare a casa la pagnotta, consente di vivere grazie alle rendite familiari o a quelle accumulate in altre esperienze lavorative. Difficilmente un giovane potrà vivere di rendita, anche se recentemente si sono sviluppati delle nicchie di popolazione che hanno fatto fortuna con il trading online, ed in pratica automatizzando il tutto, possono vivere di rendita senza lavorare. Ma non si possono considerare inattivi al 100% in quanto, in definitiva, un lavoro che porta una fonte di reddito ce l’hanno a tutti gli effetti.

Vivere con piccoli lavoretti saltuari

Arrangiarsi con qualche piccolo lavoretto che garantisce il minimo indispensabile è una scelta che è più simile all’inattività di quello che si possa pensare. Decidere di vivere con pochi introiti, magari potendosi permettere di guadagnare cifre basse perché si vive ancora con i genitori o su di una casa di famiglia, è una condizione che rientra tra gli inattivi, in quanto non vi è una reale intenzione di ricercare un lavoro stabile. Magari si decide di mettere a frutto qualche talento, o magari si cercano i classici lavoretti per arrotondare. Le possibilità fornite dal web poi, aiutano questa condizione che se presa come scelta consapevole, può dare la tranquillità tanto sperata attraverso una strada originale.

Il classico “mollo tutto!”

Esistono poi i casi, per la verità estremi, di persone che decidono di mollare tutto, per vivere senza la costrizione del lavoro a tutti i costi. Solitamente arrivano da esperienze di lavoro traumatizzanti, cambiano totalmente vita per recuperare la serenità perduta. Per fare questo si ritirano spesso in luoghi sperduti e decidono di provvedere da sé per ogni tipo di esigenza, auto-producendo praticamente tutto il possibile e acquistando solo lo stretto necessario. Una storia simile è recentemente balzata agli onori della cronaca, quella di Francesco Narmenni, un giovane che ha lasciato un posto fisso come programmatore per inseguire il sogno di una vita senza lavoro, fatta attraverso il risparmio e l’auto-produzione. Insomma, questo ragazzo ha cercato di elevare la non ricerca di un lavoro ad un’arte, una condizione di difficile mantenimento in realtà ad appannaggio delle poche persone che hanno la volontà di perseguire questa strada.

Un sorriso vi farà trovare lavoro

I datori di lavoro vogliono assumere persone felici e sorridenti. Devo dirvi che è proprio vero. Non ci credete?

Un sorriso vi farà trovare lavoro. E tu sorridi?

Vi faccio un esempio molto concreto e casualmente l’esempio utilizza l’ultimo colloquio di lavoro che ho seguito all’interno dell’organizzazione dove attualmente lavoro. Dovevamo scegliere un contabile per la gestione di alcuni lavori specifici nel settore finanziario come pagamenti, acquisti e verifiche finanziare.

Sapete cosa è successo? Al momento mi ero abbastanza sorpreso e ora capirete il perché.

Eravamo alla fase finale della selezione, un colloquio di lavoro con il grande capo. In teoria il candidato “ideale” era già era stato scelto, le carte erano tutte pronte e bastava solo l’ultima firma per procedere con l’assunzione.

Ma prima facciamo un piccolo passo indietro, un annuncio di lavoro viene pubblicato nei classici canali per ricevere i candidati che potrebbero essere interessati a lavorare con la nostra organizzazione. Riceviamo circa 300 applicazioni, una prima fase di selezione riesce a definire una lista di circa 20 persone da invitare ad una prima scrematura professionale, dai 20 candidati i migliori 4 candidati vengono invitati ad un secondo colloquio tecnico con i top manager, un rappresentante dei sindacati e una delle persone, si sono io, che lavoreranno direttamente con la persona che verrà selezionata.

I due candidati che hanno avuto le migliori performance nei test scritti fanno un colloquio di livello medio, medio basso. Forse l’emozione, forse avevano capacità migliori negli scritti o non avevano capacità di public speaking o di presentazione. Invece, i due candidati che erano al terzo e al quarto posto fanno un colloquio molto buono, il migliore candidato al colloquio ha una ottima presentazione e conoscenza tecnica grazie anche all’ultima esperienza lavorativa che era molto simile al futuro lavoro. Il secondo migliore candidato non era il migliore ma dava una buona impressione, ma in accordo con i top manager si è preferito il candidato che ha avuto la migliore performance nell’ultimo colloquio.

Torniamo all’ultima fase della selezione, il colloquio con il grande capo.

Il miglior candidato dell’ultimo colloquio si presenta, parla del più e del meno, racconta della sua esperienza lavorativa e della sua storia. Alla fine del colloquio tutti e tre i selezionatori parlano dell’intervista ma, c’e’ un grande “ma”, qualcosa che mancava. Non era il modo di vestirsi, anche se probabilmente il modo di vestirsi trasandato ha dato una mano a creare quel dubbio. Sapete cosa era? Ve lo dico dopo aver scritto due righe del secondo candidato.

Ecco il secondo candidato, come nel primo colloquio si presenta, parla della propria esperienza lavorativa, della sua storia e il colloquio finisce.

Alla fine del secondo colloquio tutti e tre ci guardiamo e quasi leggendoci nella mente capiamo che il primo candidato non è la persona ideale per la nostra organizzazione, il secondo anche se con meno esperienza o meno conoscenze tecniche ci ha impressionato, sorridente, positivo e vestito in modo frizzante. Decidiamo che e’ il candidato ideale per la nostra organizzazione.

Finita qui la storia? No, non ancora. Completo il lavoro con il grande capo e l’altro collega, re-inizio nuovamente a fare il mio lavoro e casualmente passo nell’ufficio della segretaria. Si accenna al fatto che abbiamo finito il colloquio con i due candidati. E sapete cosa? La segretaria inizia a parlare bene, molto bene, del secondo candidato. Tutto il discorso della segretaria era perfettamente allineato con le nostre conclusioni avute per il secondo candidato.

La conclusione? Sorridete, probabilmente vi farà trovare il vostro lavoro ideale.

Prepararsi ad un colloquio di lavoro

Cercare lavoro è spesso una corsa ad ostacoli, dove l’importante è sbagliare il meno possibile. Rimanendo in tema giocoso, la si può anche interpretare come una caccia al tesoro, e trovare la giusta opportunità può richiedere pazienza e molto tempo da spendere.

Proprio per questo quando si pensa di aver trovato il lavoro adatto, si è sempre molto tesi all’idea di perdere la tanto agognata opportunità, e nei momenti che precedono il colloquio la tensione e la paura di sbagliare salgono di livello.

Un errore in fase di colloquio di lavoro può vanificare tanti giorni di ricerche e per questo l’attesa dell’incontro è sempre un momento in cui porsi molte domande, ed immaginare tutti possibili scenari che potrebbero verificarsi davanti al reclutatore di turno.

Affrontare un colloquio con tranquillità e sicurezza è senza dubbio un buon punto di partenza per il successo dell’operazione, ma da sole queste caratteristiche non possono bastare, e anzi avere un minimo di preparazione aumenta la possibilità di uscire vincenti dalla selezione.

presentazione a un colloquio di lavoro

Cosa considerare prima di un colloquio di lavoro

Appena ottenuto un colloquio di lavoro presso un’azienda è buona regola cercare di capire bene chi sarà il nostro interlocutore. E non si parla esclusivamente del recruiter o del responsabile delle risorse umane che svolgerà materialmente l’incontro. Bisogna ovviamente anche conoscere nel dettaglio alcune cose importanti, che possono fare la differenza ai fini dell’assunzione finale: infatti si deve sempre considerare che non si è i soli a sostenere un colloquio, e quindi è di fondamentale importanza trovare il modo di distinguersi per avere maggiori possibilità di successo.

Conoscere l’azienda

La prima cosa da fare, anche se pare ovvio come consiglio, è quella di raccogliere più informazioni possibili sull’azienda per cui si svolge il colloquio. Sembra davvero banale come consiglio, ma in realtà non sono poche le persone che si trovano spiazzate in fase di colloquio perché non si sono adeguatamente informate rispetto all’azienda. Capita più spesso di quello che si pensi che ad una semplice domanda del selezionatore sulle attività dell’azienda, il candidato non sappia dare una risposta di alcun tipo. Ed avere davanti qualcuno che non si è interessato minimamente agli ambiti di lavoro aziendali, restituisce una pessima impressione e rischia di far saltare immediatamente la nostra candidatura.

Pertanto è assolutamente obbligatorio conoscere prima l’azienda per cui si sosterrà il colloquio, traendo le informazioni dalla rete, per sapere anche banalmente che cosa fa e quali sono i traguardi raggiunti. Ammettere di aver cercato l’azienda prima del colloquio vero e proprio è sicuramente un punto a vantaggio del candidato e dimostra intraprendenza ed interesse verso il potenziale nuovo lavoro.

Conoscere il contesto aziendale

Strettamente legato al primo punto, anche in questo secondo si consiglia di informarsi nel dettaglio prima di un colloquio. Scoprendo informazioni sull’azienda, si ha la possibilità di interpretare anche quello che è il contesto dove essa opera, e queste considerazioni tornano estremamente utili in fase di preparazione.

Capire se il contesto aziendale è estremamente formale o meno, ci dà indicazioni preziose sul come vestirsi per il colloquio, o magari sul tono da tenere durante l’incontro. Il concetto è abbastanza semplice ed applicabile a molti contesti, ma facciamo un esempio per chiarire ancora meglio. Poniamo il caso di voler presentare la candidatura per una stessa mansione, ad esempio per lavorare nell’ufficio stampa aziendale. Decidiamo di proporci contemporaneamente per un’azienda della new economy digitale e per una importante banca d’affari. La mansione è la medesima, ma il modo in cui dovremmo affrontare la selezione è estremamente differente. A partire dall’abbigliamento, che dovrà essere molto più formale per un posto in una banca d’affari, fino al tono del colloquio che in un’azienda della new economy è verosimilmente più rilassato e informale. Inoltre è sempre utile cercare di capire chi avremo davanti al momento del colloquio, sia in termini di età che di posizione, per valutare attentamente l’impostazione che vogliamo dare all’incontro.

Controllare la propria reputazione digitale

Un aspetto da non sottovalutare assolutamente al giorno d’oggi, è quello della reputazione digitale che ci siamo costruiti tramite i social. Spesso si tende ad utilizzare le piattaforme come Facebook o Instagram in maniera piuttosto leggera, ignorando il fatto che i selezionatori controllano anche questi aspetti nella valutazione di un candidato. Quindi, ancor prima di presentare una candidatura in realtà, sarebbe buona regola depurare le nostre bacheche personali da tutta una serie di contenuti inappropriati, che potrebbero destare una cattiva impressione. In alternativa si possono impostare filtri per la privacy abbastanza stringenti, ma comunque è sempre buona norma non esagerare troppo con contenuti bizzarri, che possono veicolare un’impressione sbagliata. Si tende ad avere attenzione eccessiva sul profilo Linkedin, che sicuramente è un canale primario per la raccolta di informazioni professionali. Anche in questo caso è utile controllare però che le informazioni in esso contenute siano coerenti con quelle che veicoliamo tramite il curriculum o la lettera di presentazione. Se nella documentazione inviata all’azienda, che ci ha permesso di ottenere il tanto agognato colloquio, vi sono competenze o esperienze non confermate sul profilo Linkedin, rischiamo di dover giustificare questa discrepanza in fase d’incontro con i potenziali datori di lavoro, mettendoci in situazioni d’imbarazzo che non aiutano la buona riuscita della cosa. Analizziamo quindi i nostri profili, o magari facciamoci aiutare da qualche amico in questo, cercando di metterci nei panni di chi dovrebbe teoricamente affidarci un lavoro.

Come affrontare l’incontro con il selezionatore

Ora che abbiamo visto come preparare il colloquio nei giorni immediatamente precedenti, possiamo passare al fatidico giorno, quello in cui si svolge l’incontro vero e proprio con la persona deputata alla selezione del personale aziendale.

Partiamo con qualche concetto di base, che aiuta ad inquadrare bene l’atteggiamento da seguire per affrontare al meglio questa prova decisiva per l’ottenimento del lavoro.

La prima impressione

Un colloquio è prima di tutto un esplicito invito da parte di un’azienda interessata a conoscere meglio e valutare con attenzione le competenze di un potenziale candidato. Attenzione che quando si parla di competenze non si intende più solamente quelle strettamente professionali, ma anche quelle personali, che vengono identificate con il nome di soft skills. Quindi attenzione anche a piccoli dettagli che possono dire molto sulla nostra personalità e il nostro modo di essere.

Per dare la giusta impressione ecco alcune regole di base che valgono per tutti i colloqui e che sono le fondamenta di una solida prima impressione da dare

  • Arrivare in orario (meglio ancora in anticipo di qualche minuto)
  • Evitare di essere accompagnati da qualcuno
  • Spegnere il telefono
  • Essere puliti e in ordine

La sala d’attesa

Se si arriva con qualche minuto d’anticipo si può sfruttare questo tempo per carpire altre informazioni importanti. Guardarsi attorno, permette di entrare in sintonia con l’ambiente circostante, ed osservare le persone che già lavorano all’interno dell’azienda può farci capire come affrontare il colloquio da li a pochi minuti. Ovviamente quando si attende di essere ricevuti è anche utile evitare di guardare compulsivamente il telefono, e magari si potrebbe optare per sfogliare qualche rivista, preferibilmente del settore d’interesse aziendale. Sembra una banalità, ma alcune ricerche hanno evidenziato come i selezionatori mettano consapevolmente alcuni trabocchetti, che li aiutano a capire la persona che si troveranno di fronte.

La fase del colloquio

Arriviamo quindi alla parte principale, quella che abbiamo tanto immaginato, cioè quella del colloquio vero e proprio. Ovviamente ognuno è diverso da un altro e non si possono sapere prima quali domande e quale piega prenderà l’incontro con il selezionatore. L’unica cosa da fare per prepararsi un minimo a questo momento è quella di pensare prima a quali domande potrebbero essere poste, sapendo che ne esistono alcune di facilmente prevedibili, che spesso sono utilizzate dai reclutatori.

Parlare di sé

Spesso la prima domanda è incentrata su una presentazione del candidato, quindi verrà presumibilmente chiesto di parlare di sé. Pertanto è buona norma preparare prima un piccolo discorso con cui intendiamo presentare noi e la nostra candidatura, facendo però attenzione a non dilungarsi troppo, ma comunque inserendo nella piccola introduzione informazioni sulla carriera svolta ma anche più personali, come luogo di provenienza, interessi e qualità che si pensa di possedere, utili alla posizione per cui ci si propone.

Altre domande da considerare

Oltre alla domanda sulla propria presentazione personale è bene considerare altre tipologie di quesiti che spesso si propongono ai candidati. Sono domande che possiamo anche catalogare come classiche, e proprio perché spesso utilizzate sono ottime per segnare una differenza tra sé e altri candidati e cercare quindi di fare colpo sul reclutatore.

  • Che cosa sa fare bene?
  • Quali sono i suoi punti deboli?
  • Che traguardi ha raggiunto?
  • Perché dovremmo scegliere lei?

Nonostante sembrino domande piuttosto banali, in realtà sono utilizzate come punto di riferimento per capire alcuni aspetti peculiari dei candidati. Preparare delle possibili risposte prima è consigliabile, sforzandosi di essere credibili, ma originali nelle risposte.

Porre delle domande

Ultimo consiglio da attuare è quello di dimostrarsi anche parte attiva nel colloquio ponendo delle domande al selezionatore. Ovviamente ad un primo incontro è sconsigliabile chiedere esplicitamente della paga o delle ferie, concentriamoci piuttosto sul fare domande pertinenti all’ambito lavorativo, cercando magari di prepararle in precedenza potendole sfruttare al momento opportuno durante la conversazione. Riuscire a fare domande interessanti avrà sicuramente un impatto positivo sulla propria candidatura e denota un interesse all’ambito lavorativo che sarà senza dubbio apprezzato

Sviluppatore WordPress – Buffer WP

WP Buffs è il miglior partner di supporto tecnico 24/7 per qualsiasi individuo, azienda o organizzazione con un sito Web WordPress. La costruzione di relazioni solide e durature con i nostri clienti è la nostra massima priorità. Stiamo cercando di aggiungere giocatori al nostro team che sono ossessionati dal rendere felici clienti e partner, essere un membro fondamentale di un team ambizioso e creare un mondo digitale pieno di magnifici siti Web WordPress. Se ti sembra adatto al tuo tipo di conoscenze, continua a leggere.

Missione

La tua missione, se dovessi scegliere di accettarla, è di rendere WordPress far venire mal di testa a tutti i clienti e partner di WP Buffs e trasformare i clienti, partner e l’intero spazio WordPress in entusiasti fan della nostra azienda – WP Buffs!

Abilità tecniche

Questo lavoro è adatto per gli sviluppatori di WordPress. Non è necessario essere uno sviluppatore senior con 20 anni di esperienza, ma è necessario conoscere molto bene come apportare modifiche di base dalla dashboard di WordPress.

PHP, JavaScript, HTML, CSS e l’esperienza delle dashboard di hosting sono tutte considerate utili per questo lavoro, anche se non richieste. Ti assicuriamo che testeremo e controlleremo le tue abilità durante il processo di selezione. Abbiamo bisogno di sviluppatori WordPress in grado di affrontare le sfide tecniche e lavorare insieme al resto del team tecnico.

Esperienza richiesta

  • PHP
  • HTML
  • CSS
  • Editing e sviluppo di temi WordPress
  • Comunicazione scritta inglese fluente e priva di errori

Esperienza consigliata

  • JavaScript
  • Caldera Forms
  • Beaver Builder
  • Elementor
  • ManageWP
  • Sviluppo di plugin per WordPress

Competenze

Non sono solo le abilità di supporto tecnico di cui hai bisogno per lavorare in Buff. È molto importante l’atteggiamento giusto con cui vieni a lavorare ogni giorno presso la nostra azienda.

  • Pratica la trasparenza radicale
  • Prendere decisioni e aiuta il cliente al meglio
  • Concentrati sul cliente che stai seguendo
  • Offri risultati eccezionali nel tempo
  • Controlla almeno due volte i tuoi lavoro per la completezza e correttezza
  • Fornisci l’esempio agli altri
  • Lavora a tempo pieno durante le tue ore lavorative

Se sei sicuro di poter vivere questi valori, sarai la persona perfetta per il nostro team!

Quali strumenti utilizziamo

Se vuoi scoprire quali strumenti utilizziamo presso la nostra azienda, collegati direttamente al nostro sito.

Quanto paghiamo

Lo stipendio per questa posizione dipende dalla tua esperienza, posizione, abilità tecniche e quanto bene puoi aiutarci risolvere i problemi dei nostri clienti. Questo è qualcosa di cui siamo felici di discutere una volta che hai passato il nostro processo di selezione.

Aprire un’attività in proprio: idee e consigli

Sarebbe il sogno di molti. Poter mollare tutto e mettersi in proprio, diventando i veri capi di sé stessi. Ovviamente come in molti lavori e situazioni professionali, questa condizione nasconde dei pro e dei contro che devono essere valutati prima di assumere ogni decisione in tal senso. E naturalmente per decidere in maniera consapevole, è bene conoscere nel dettaglio tutto quello che serve sapere prima di affrontare un’esperienza lavorativa in proprio.

Vi sono moltissimi aspetti da tenere in considerazione, da quelli più pratici e burocratici a quelli più inerenti alla sfera personale e di attitudini.

Vediamo di fare un sunto di tutto quello che c’è da sapere per fornire una guida di massima a chi spera di diventare imprenditore di sé stesso, fornendo consigli e spunti utili per avviare delle attività di successo.

Mettersi in proprio: alcune idee

aprire la propria attività

Prima di tutto dobbiamo avere chiaro cosa vogliamo fare, per avere davanti a noi un percorso preciso e ben delineato. La confusione è assolutamente nemica di questo tipo di attività.

La prima cosa da fare è quindi partire da un’idea che possa essere fruttuosa, e farla crescere con il passare del tempo e dell’impegno profuso. Esempi se ne possono trovare a decine riguardo ad idee brillanti che sono sfociate in attività di successo. In ogni periodo ci sono settori dove lo spazio per emergere è maggiore, e la bravura sta proprio nell’individuare quelli giusti. Ecco quindi alcune idee valide per provare ad avviare un’attività di successo nel prossimo futuro.

Servizi

Le attività nei servizi hanno il vantaggio che spesso non devono essere sostenute da un grande investimento iniziale, in quanto non si tratta di lavori dove bisogna produrre qualcosa di materiale, ma si mettono a disposizione tempo e competenze. Tranne per i casi dove sono richiesti permessi o abilitazioni, basterà davvero poco per offrire i propri servizi al mercato.

  • Aprire una Società di Servizi alle PMI
  • Aprire un micronido
  • Aprire un patronato/CAf
  • Aprire un ufficio postale privato
  • Aprire una scuola privata

Alimentari e ristorazione

Il campo della ristorazione e dell’alimentari è un grande classico in Italia soprattutto, dove però la concorrenza è alta ed estremamente qualitativa. Discorso nettamente diverso se valutiamo l’opportunità nell’ottica di un’attività all’estero. Occhio anche imprese che fanno dell’import export il loro business principale.

  • Aprire un bar
  • Aprire un panificio
  • Aprire una yogurteria
  • Rivendita di capsule di caffè
  • Avviare un agriturismo
  • Aprire un ristorante vegetariano
  • Aprire un fast food
  • Aprire una pizzeria
  • Aprire un frantoio oleario
  • Aprire un caseificio

Viaggi e tempo libero

Un settore in qualche maniera affine a quello della ristorazione che potrebbe dare delle soddisfazioni se ben gestito. Si tratta di fornire soluzioni e attività da svolgere per il tempo libero, ma in alcuni casi la strada potrebbe essere impervia per via dei permessi come nel caso dei locali. Sicuramente in questo caso si devono fare degli investimenti più corposi.

  • Aprire un’agenzia di viaggi
  • Aprire un locale notturno
  • Aprire un vivaio
  • Franchising parrucchieri
  • Aprire un centro scommesse sportive

Mettersi in proprio senza soldi

Chiaramente gli esempi appena visti sono piuttosto classici in molti casi, e non sono pochi gli esempi di chi lascia un lavoro, magari stabile, per aprire un’attività soprattutto nel campo della ristorazione. Molti degli esempi appena portati hanno però la necessità di avere alle spalle dei risparmi da investire, cosa di non poco conto se pensiamo che spesso si cerca di aprire un’attività per dare una svolta anche economica alla propria vita. Pertanto al giorno d’oggi sono fondamentali gli spunti che possono arrivare nel consigliare l’apertura di attività in proprio a costo zero o quasi, dove con un investimento iniziale davvero minimo si può pensare di mettere sul mercato il proprio prodotto o servizio.

L’avanzamento tecnologico in questo senso ha avvicinato questa possibilità, rendendo in qualche maniera più democratico l’accesso alle attività in proprio di quanto non lo fosse precedentemente. Alcuni esempi interessanti di questa tendenza sono:

Servizi di web marketing

Sempre più spesso le aziende si affidano a società per la loro comunicazione esterna e per la loro promozione. Sul web questa pratica è relativamente nuova, e non tutte le agenzie di comunicazione sono state in grado di riconvertirsi a tale cambiamento. Anche il vuoto formativo lasciato dalle università della comunicazione negli scorsi decenni, ha favorito la nascita di figure che con corsi mirati e specializzati sono riuscite a formarsi adeguatamente per fornire questi servizi. Lavorando da freelance il più delle volte, lo spazio per un’attività come questa è ancora abbastanza aperto, e l’investimento iniziale per fornire i propri servizi è davvero irrisorio e alla portata di tutti.

Marketer online

Si tratta di mettere a frutto le proprie capacità e competenze nel campo della creazione di testi e contenuti per il web, finalizzati a vendere dei prodotti. Con il sistema di affiliazioni (il più famoso quello di Amazon) si può anche generare un grosso profitto. Nella pratica si svolge l’attività di rappresentante per una miriade di prodotti attraverso dei contenuti ottimizzati per farli trovare in rete alle persone interessate, e si guadagna una percentuale da ogni vendita generata dal proprio contenuto.

Dropshipping

Un sistema di vendita basato sempre sul commercio online. Si tratta di veri e propri negozi virtuali, dove l’utente che s’impegna in questa attività non possiede materialmente ciò che vende ma si appoggia ad una piattaforma che gestisce il magazzino e la spedizione. Se si hanno basi solide di conoscenze della vendita al dettaglio e all’ingrosso, questa può essere un’opportunità molto profittevole, che può generare guadagni senza troppi sforzi. Bisogna comunque legare il successo di queste imprese a delle strategie di marketing online molto precise, per avere opportunità di successo.

Aprire un Franchising a costo zero

Questa fa parte di un’opportunità più classica, che ha visto il suo massimo splendore nei decenni precedenti, ma che ancora oggi risulta una delle opportunità più ricercate da chi vuole mettersi in proprio. Vi sono dei particolari accordi di aperture di negozi in franchising che non richiedono investimenti iniziali, ma che si basano su una quota mensile fissa di rimborso alla casa madre che ha compiuto l’investimento iniziale. Si tratta in pratica di un pagamento delle spese iniziali differito nel tempo, ma permette di avviare la propria attività con costi estremamente contenuti.

Consigli per mettersi in proprio

Ora che abbiamo visto alcune idee di base, e quelle più moderne ed economiche per avventurarsi nel lavoro in proprio, passiamo ad alcuni consigli utili per l’apertura dell’attività, in modo da capire se questa forma di lavoro si addice alle nostre caratteristiche e peculiarità personali.

Soprattutto quando si decide di cambiare totalmente vita, e di lasciare un lavoro stabile per buttarsi verso uno in autonomia, dobbiamo avere chiari alcuni concetti che torneranno utilissimi nella nostra nuova esperienza.

Avere consapevolezza di quello che ti aspetta

Le differenze tra lavoro dipendente e in proprio sono enormi. Prima di tutto la sicurezza lavorativa sarà molto più fragile e si dovrà convivere con questa condizione. Inoltre anche gli orari, che potranno essere molto più flessibili in meglio, avranno anche il rovescio della medaglia e le molte cose da fare potrebbero impegnarti molto più tempo di quello che facevi da dipendente

Avanzare per gradi

Non bisogna avere fretta di fare tutto e subito. Il consiglio di base è quello di sperimentare le cose su piccola scala prima di trovarsi nella dannosa condizione di fare il famoso passo più lungo della gamba

Stabilire la forma giuridica della tua futura impresa

Ditta individuale, Sas, Snc, Srls, Srl, Spa. Ci sono diverse forme giuridiche con regimi fiscali e contabili diversi tra cui scegliere in base al tipo di attività e al fatturato previsto.

  • La ditta individuale è sicuramente la meno onerosa per iniziare un piccolo business. Il regime fiscale è agevolato e la gestione contabile è semplificata. In questo caso l’imprenditore è illimitatamente responsabile verso terzi e creditori a cui, qualora fosse necessario, dovrà rispondere con il proprio patrimonio.
  • Società di persone (Snc, Sas, SS): contabilità semplificata e quindi minori adempimenti amministrativi. Permane la responsabilità illimitata dei soci.
  • Società di capitali (Srls, Srl, Spa): in questo caso c’è una separazione tra patrimonio personale dei soci e capitale investito. L’amministratore unico è il responsabile della gestione e dei rapporti con creditori e terze parti. La contabilità (ordinaria) è più dispendiosa sia in termini economici che di tempo. Formule consigliate per attività ad alto rischio e/o con elevati investimenti iniziali.

Appoggiarsi ad un commercialista fidato in questa fase è fondamentale per la buona riuscita dell’attività. E questa dovrà essere anche la prima azione concreta da fare prima di partire con la propria impresa.

Fare un piano di business

Avere le idee chiare è imprescindibile. Capire in anticipo quali potranno essere le criticità e i futuri problemi è fondamentale. Inoltre un business plan è utile per capire quali sono le reali forze economiche di cui possiamo disporre e cosa possono potenzialmente generare. In pratica questo piano ci aiuta a capire se la nostra idea sarà facilmente sostenibile dal punto di vista finanziario.

Accedere a finanziamenti

L’ultimo consiglio riguarda la parte più spinosa. Gli investimenti iniziali talvolta possono essere un cruccio, ma esistono molte vie per provare a trovare di volta in volta i giusti aiuti per investire nella propria attività Oltre alle classiche banche, che però hanno ristretto di molto l’accesso al credito soprattutto per le nuove micro imprese, si possono trovare bandi, concorsi, e piani di supporto economico ad alcune attività Ad esempio molto spesso si supportano le imprese agricole in fase di startup, per l’acquisto di macchinari, e questo tipo di risorse sono fornite da enti privati e pubblici diversi dalle banche.

Vivere e lavorare in Francia

A prima vista la Francia non sembra una delle mete più ricercate per chi vuole trovare una soluzione lavorativa all’estero, nonostante la vicinanza geografica. Alcuni dei problemi italiani riguardo al mercato del lavoro sono riscontrabili anche in Francia, ma proprio queste difficoltà possono essere un trampolino per trovare la giusta occupazione.

Vediamo allora un’analisi della situazione francese, con qualche consiglio per chi vuole provare l’esperienza lavorativa in terra transalpina.

Vivere in Francia

lavorare in Francia

Dal punto di vista culturale non è un salto enorme quello di trasferirsi in Francia, anche se qualche piccola variazione sul tema, differenzia i transalpini da noi italiani.

in linea di massima chi si trasferisce in Francia deve fare i conti con un costo della vita più alto, soprattutto se si decide per vivere nella capitale, e la cosa viene ulteriormente aggravata dall’obbligatorietà di alcune assicurazioni personali, come quella sanitaria, in considerazione del fatto che lo stato francese non copre tutte le spese di quel tipo. Il costo annuale per questa assicurazione si aggira attorno ai 700,00€.

Altra componente che può causare problemi è quella della lingua, in quanto in Francia si parla esclusivamente il francese, e non trovano spazio molti termini inglesi entrati nel gergo comune di altri paesi. Conoscere esclusivamente l’inglese, non sarà dunque sufficiente causando ripercussioni non solo in ambito lavorati ma anche sotto l’aspetto sociale.

Lavoro in Francia

Partiamo con una panoramica su quella che è la situazione del mercato del lavoro francese, vedendo quelle che sono peculiarità e possibilità di sbocco lavorativo.

La Francia è un leader globale in una varietà di settori. Le industrie del ferro e dell’acciaio, dei profumi e dei cosmetici del paese sono in rapida crescita.

Molte società multinazionali hanno sede in Francia, tra cui:

  • Airbus
  • Gruppo AXA
  • Citroën
  • Danone
  • L’Oréal
  • Michelin
  • Ubisoft.

Il turismo è una parte vitale dell’economia, il che significa una grande varietà di lavori stagionali nei campeggi o nelle stazioni sciistiche, e ci sono anche opportunità di insegnare l’inglese come lingua straniera.

Il mercato del lavoro in Francia

Alla fine del 2016 il tasso di disoccupazione francese era del 9,7%, in lento miglioramento rispetto al picco massimo dell’ultimo ventennio di circa il 10,5%, toccato nel 2015 (INSEE). Tuttavia, la disoccupazione continua a rimanere elevata per i minori di 25 anni,una fetta di popolazione che ha fatto registrare un 23,3% di disoccupazione nel 2016, tra i tassi più alti in Europa. In questo contesto, la maggior parte dei contratti è flessibile e i contratti a tempo indeterminato sono pochi. Non si prevede che i livelli occupazionali aumentino in modo significativo, tuttavia ci sono posti di lavoro specialmente in alcuni settori (vedi sotto), sebbene tu abbia una migliore possibilità di impiego se parli francese.

Il salario minimo (salaire minimum interprofessionnel de croissance o SMIC) nel 2017 è stato fissato a 9,76 € all’ora (circa 1,480,27 € lordi al mese). Lo SMIC è rivisto il 1 ° gennaio e di nuovo nell’anno se l’indice dei prezzi al consumo aumenta di oltre il 2% dello SMIC. Maggiori informazioni nella nostra guida al salario minimo francese e al salario medio in Francia.

I cittadini dell’Unione europea (UE), dello Spazio economico europeo (SEE – UE più Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e la Svizzera hanno gli stessi diritti sull’occupazione dei cittadini francesi, ad eccezione di alcune posizioni di amministrazione pubblica che richiedono la cittadinanza francese. La maggior parte delle altre nazionalità, tuttavia, di solito è in grado di ottenere un lavoro in Francia solo se non è disponibile un candidato francese / UE adatto per farlo.

Carenze di competenze

Pur avendo la seconda economia più grande nell’Unione europea (UE) e la quinta più grande del mondo, il tasso di disoccupazione in Francia è ancora un problema. Come avviene per l’Italia, uno dei motivi scatenanti di questa situazione è dovuta alle competenze sbagliate che si sono formate e sedimentate nel corso del tempo nella platea di giovani francesi, inducendo spesso le aziende a ricercare dall’estero i profili più adatti per ricoprire le posizioni aperte.

Infatti la mancata corrispondenza tra le esigenze delle aziende e le competenze disponibili nel mondo del lavoro per soddisfare tali esigenze, in particolare nel settore dell’IT, della sanità e dell’ingegneria sta causando una carenza di lavoratori qualificati per coprire i posti vacanti, mentre i lavoratori agricoli, industriali e minerari sono in attivo.

Nel 2017, quasi mezzo milione di lavoratori stranieri erano impiegati da società francesi per riempire posti vacanti lasciati vuoti da lavoratori francesi sotto qualificati. Avere le giuste competenze che i datori di lavoro stanno cercando e le qualifiche per sostenerle, rende la ricerca di un lavoro in Francia non troppo difficile in definitiva.

Curriculum e cover letter per trovare lavoro in Francia

Fare domanda di lavoro in Francia tramite e-mail, moduli di domanda online o, più comunemente, inviando il tuo CV e la lettera di presentazione alla compagnia, è uno dei metodi classici che si possono utilizzare per trovare un’occupazione sul suolo francese. Il primo consiglio è quello di produrli sia in inglese che in francese, anche nel caso di domanda per un ruolo di lingua inglese, visto che molte aziende si aspettano questo da un candidato di livello..

Un CV francese dovrebbe essere non più di una pagina, evidenziando la conoscenza della lingua, le esperienze di lavoro in ordine cronologico inverso e risultati educativi. Non ci devono essere parti poco chiare soprattutto per quello che riguarda la carriera scolastica.

Una lettera di presentazione dovrebbe invece essere succinta, attingendo all’esperienza più pertinente al ruolo per cui ci si propone, in modo da evidenziare la bontà del candidato per quello specifico impiego. Attenzione a non essere troppo disinvolti con l’esposizione dei titoli di studio, in quanto i datori di lavoro francesi hanno come abitudine consolidata quella di richiedere le attestazioni nel caso di assunzione finale di un candidato. Pertanto mentire rischia solo di essere controproducente.

Oltre questa prima fase, il processo di selezione del personale è rigoroso. Le aziende possono tenere fino a quattro colloqui, ed è consigliabile essere informato sulla società a cui si fa richiesta, oltre che conoscere il gergo francese del business di riferimento a cui ci si propone. Infine nella cultura francese è importante la puntualità e presentarsi con abiti eleganti per affrontare al meglio un colloquio e lasciare un’ottima impressione a chi deve selezionare i candidati.

Visti francesi

Per quello che concerne la situazione dei visti per vivere e lavorare sul suolo francese, la situazione è abbastanza fluida e chiara. Non vi sono grosse preclusioni soprattutto per i cittadini dell’Unione europea e per i paesi con accordi di libera circolazione. Infatti essere cittadino dell’Unione oppure cittadino svizzero o croato, non richiede un visto o un permesso per lavorare in Francia. Inoltre, non è più necessario registrarsi come residente una volta arrivato, purché si possieda un passaporto UE valido e si sia in una delle seguenti condizioni:

  • occupato
  • lavoratore autonomo
  • uno studente
  • familiare di un cittadino dell’UE
  • disoccupati, ma con fondi sufficienti per il vostro soggiorno.

Per registrare la residenza, basterà invece recarsi in uno dei municipi locali francesi.

I cittadini non europei dovranno ottenere un permesso per lavorare in Francia. Sarà lo stesso datore di lavoro ad occuparsi di questa procedura, e quindi sarà necessaria di una conferma di assunzione prima che il processo possa iniziare. Una volta trovato un lavoro, bisognerà richiedere un visto per soggiorni di lunga durata tramite l’ambasciata o il consolato francese nel paese d’origine. La normativa vigente prevede di richiedere un permesso di soggiorno entro tre mesi dall’arrivo in Francia, valido per un massimo di cinque anni, e da rinnovare entro due mesi dalla scadenza.

I lavori più richiesti in Francia

Ora che abbiamo visto la situazione generale, sia del mercato lavorativo che dei permessi necessari per stabilirsi in Francia, diamo un’occhiata a quelle che sono le figure professionali statisticamente più richieste e che danno la maggiore possibilità di trovare un impiego.

  • Ingegnere informatico

Come accennato in precedenza questa figura sconta una mancanza di formazione di competenze di base, e non è una novità vederla tra le più ricercate, e non solo in Francia.

  • Ingegnere meccanico

Essendo patria di grandi colossi dell’automobile, la Francia è sempre alla ricerca di ingegneri da inserire nell’organico delle grandi aziende automobilistiche del paese.

  • Operatori sanitario

Dall’infermiere, ai radiologi fino ai tecnici di laboratorio. La Francia non fa eccezione, e come per l’Italia anche qui iniziano a scarseggiare le figure legate alla sanità.

  • Impiegato commerciale

Tutto quello che ruota attorno alla vendita in tutte le sue forme. Sia dalla grande distribuzione (di cui la Francia è maestra), sia nelle posizioni manageriali della gestione della forza vendite.

  • Impiegato nella ristorazione

Con una grande tradizione alle spalle per quello che riguarda la ristorazione, e il traino decisivo del turismo, i lavori come il cuoco o il cameriere godono sempre di ottima salute, soprattutto per contratti di tipo stagionale.

  • Badante

Come avviene per molti paesi europei, l’invecchiamento generale della popolazione sta portando ad una richiesta alta di personale qualificato nella cura dell’anziano. Con stipendi che partono da 10€ all’ora a salire.

Nei prossimi 20 anni i robot porteranno maggiori diseguaglianze sociali e lavorative

Secondo uno studio di Oxford Economics i robot assorbiranno circa 20 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030, estendendo la tendenza al peggioramento la disuguaglianza sociale e al contempo aumentando la produzione economica complessiva.

Lo studio evidenzia le crescenti preoccupazioni che l’automazione e i robot, pur offrendo vantaggi economici, stiano sproporzionatamente uccidendo posti di lavoro scarsamente qualificati e aggravando lo stress sociale ed economico.

Lo studio di Oxford Economics, una società privata di ricerca e consulenza con sede in Gran Bretagna, ha detto che la migrazione di lavoro dall’aumento dei robot non sarà equamente distribuita in tutto il mondo o all’interno dei paesi.

Lo studio ha osservato che I robot hanno già assorbito milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero e ora stanno guadagnando terreno nei servizi, aiutati dai progressi nella visione artificiale, nel riconoscimento vocale e nell’apprendimento automatico.

Nelle regioni meno qualificate, le perdite di posti di lavoro saranno due volte più alte di quelle nelle regioni con qualifiche più elevate, anche nello stesso paese.

La ricerca arriva in mezzo a un intenso dibattito sull’aumento di tecnologie come automobili e autocarri a guida autonoma, preparazione robotizzata di alimenti e operazioni automatizzate di fabbrica e magazzino e il loro impatto sull’occupazione.

Molti analisti sottolineano che l’automazione ha generalmente portato a una maggiore creazione di posti di lavoro di quella che distrugge, ma che negli ultimi anni la tendenza ha creato un gap di competenze che ha lasciato fuori molti lavoratori.

Secondo l’ultimo studio, l’attuale ondata di “robotizzazione” probabilmente alla fine aumenterà la produttività e la crescita economica, generando all’incirca un numero uguale o maggiore di posti di lavoro rispetto a quelli che distrugge.

Al culmine della previsione, i ricercatori vedono un “dividendo di robotica” di 5 trilioni di dollari per l’economia globale entro il 2030.

“Abbiamo scoperto che i lavori in cui sono richieste funzioni ripetitive sono i più colpiti, con quelli come il lavoro di magazzino sono a rischio immediato”, hanno scritto gli autori.

“Nei decenni a venire i lavori in ambienti meno strutturati e che richiedono compassione, creatività o intelligenza sociale saranno probabilmente portati avanti dagli umani”.

Ha aggiunto che “i robot giocheranno sempre più in settori quali la vendita al dettaglio, l’assistenza sanitaria, l’ospitalità e i trasporti, nonché la costruzione e l’agricoltura”.

L’impatto sarà disomogeneo a seconda del paese e delle regioni all’interno di ciascun paese,
“L’automazione continuerà a guidare la polarizzazione regionale in molte economie avanzate – e questa tendenza si intensificherà con il diffondersi dell’automazione nei servizi”.

Ma hanno messo in guardia contro i politici che agiscono per rallentare l’adozione della tecnologia robotica.

“Invece l’attenzione dovrebbe essere quella di utilizzare il dividendo della robotica per aiutare coloro che si trovano in regioni vulnerabili a prepararsi per i maggiori sconvolgimenti futuri”, hanno scritto.

“Preparare e rispondere agli impatti sociali dell’automazione sarà la sfida decisiva del prossimo decennio.”

Lavori senza candidati

Sembra quasi paradossale da dire, ma si sta assistendo ad un fenomeno bizzaro nel mondo del lavoro odierno. Si tratta di quello dei molti posti di lavoro che denunciano una mancanza quasi cronica di candidati, con aziende grandi, ma anche medie e piccole imprese, in difficoltà nel trovare i giusti profili professionali cui affidare importanti mansioni ai fini dello sviluppo aziendale.

I motivi di questa tendenza sempre più dannosa e difficile da arginare sono molti, ma sicuramente la radice di questi mali arriva dalla carente pianificazione formativa e scolastica che l’Italia ha evidenziato negli ultimi decenni. 

Vediamo allora di esaminare alcune delle carenze, per trovare anche la giusta soluzione e dare qualche consiglio a chi si mette alla ricerca di un lavoro.

futuro per il lavoro

Carenze di formazione e competenze sbagliate

La prima tendenza evidente è quella di una distanza notevole tra la domanda di mercato e quanto offre la macchina della formazione scolastica ed universitaria. Si vedono al giorno d’oggi sempre più esempi di head hunter che lamentano un gap enorme tra quanto viene loro richiesto e quello che riescono a racimolare nel bacino dei potenziali candidati. Ma la situazione si sviluppa su due facce della stessa medaglia. Anche per lavori meno qualificati ci si trova in situazioni di stallo, dovute alla sovraistuzione di molti dei potenziali nuovi assunti. Una fotografia che rimanda ad una situazione di notevole difficoltà, dove è sempre più evidente la mancanza di orientamento alla formazione che hanno patito i giovani negli ultimi decenni.

Infatti sembra proprio che molti ragazzi siano compresi in un limbo dalla quale sia difficile uscire, con competenze specifiche in settori ormai saturi e senza sbocchi, che li rendono sovraistruiti per le mansioni meno qualificate, e impreparati per quelle più specializzate.

Gli esempi sono molteplici e non lasciano spazio a molte interpretazioni. 

La sovraistuzione

Come detto quello della sovraistuzione è un nodo critico della difficoltà nel reperire personale. Questo fenomeno con il tempo ha dato vita ad abberrazioni lavorative che hanno fatto scuola, come ad esempio la grande presenza di laureati nei call center, che sono oramai portati ad esempio per questo tipo di problematica.

Per fare un altro esempio pratico basta guardare ad alcune eccellenze italiane, che rischiano di andare in grave sofferenza a causa della mancanza di una formazione adeguata alla mansione: stiamo parlando dei distretti della pelletteria in Toscana e del tessile in Piemonte. 

In queste due regioni la tendenza è marcata e non accenna a diminuire, con gravi ripercussioni sulla realtà produttiva, che se non ancora visibili, potrebbero però farsi sentire pesantemente nei prossimi anni. 

La mancanza di addetti specializzati nella lavorazione della pelle, o della materia tessile, non trova il giusto riscontro nei percorsi di studio scelti dai ragazzi. Infatti le iscrizioni ai licei continuano ad aumentare, mentre la frequentazione delle scuole professionali diminuisce sempre di più facendo registrare un calo di quasi 5 punti percentuali nell’ultimo periodo (dal 19,14% del 2014 al 14,68% del 2019). Questa situazione si trascina alcuni problemi operativi per le aziende, primo fra tutti quello di doversi sostituire alla scuola per la formazione professionale dei lavoratori di domani. In secondo luogo, costringe nella maggior parte dei casi a fare buon viso a cattivo gioco, dovendo forzatamente assumere personale sovra-istruito. Un dato emblematico di questa tendenza è dimostrato dalle stesse imprese che nel triennio 2014-2016 ha dichiarato di aver assunto personale con eccesso di istruzione nel 31,6% dei casi, con un picco di oltre il 34% se il candidato ha meno di 29 anni. 

Competenze sbagliate

L’altra faccia della medaglia presenta il conto di una serie di politiche di orientamento al lavoro completamente fallite con il tempo. In pratica vengono formate troppe competenze inutili, di cui il mercato ha già fatto ampio utilizzo fino a saturare la richiesta. Molti giovani, malamente orientati dalle istituzioni scolastiche, hanno invece continuato ad inondare le università in alcuni corsi super infalzionati, creando come conseguenza un tappo nel mercato del lavoro e le aberrazioni occupazionali di cui abbiamo accennato in precedenza.

La situazione adesso vede le aziende in difficoltà nel reperire figure molto qualificate e preparate in ambiti molto specifici, come quello dell’informatica e delle nuove professioni digitali. Esempi emblematici della tendenza sono alcune difficoltà nel reperire analisti e progettisti di software (addirittura nel 60% dei casi) o elettrotecnici o tecnici programmatori che non si trovano nel 57% dei casi.

Gap tra domanda e offerta

Scatta quindi l’allarme per il gap consistente che va delineandosi tra domanda e offerta di lavoro. Siamo nella situazione in cui in Italia non manca il lavoro, ma è carente tutto quello che viene prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, con aziende e apparato scolastico che in questi anni non hanno saputo dialogare in maniera proficua per sfornare i giusti talenti del domani.

Un rapporto di Unioncamere del 2018 (rapporto Excelsior) dimostra in maniera evidente come la situazione di disallineamento sia difficile da arginare: delle oltre 4 milioni di assunzioni previste su scala nazionale in tutto il 2018, nel 26% dei casi è stato difficile trovare un profilo adeguato alla richiesta. Un dato allarmante e in ascesa, se contiamo che ha fatto registrare un aumento del 5% rispetto al 2017. Questo per quello che riguarada soprattutto le nuove occupazioni del futuro, ma la grande difficoltà nei prossimi anni si rischia di toccarla con mano in settori come quello del commercio e del turismo, che sono destinati a raccogliere oltre il 25% dei nuovi assunti. Qui il problema sarà quello precedentemente affrontato della sovra-istruzione, con l’obbligo per le imprese di ristorazione o del turismo di assumere laureati (solitamente in materie di stampo umanistico) per le mansioni di cameriere o cuoco. 

Gap occupazionale nella sanità

Capitolo leggermente distaccato merita la situazione della sanità. In questi anni si è accentuata una tendenza che vede la mancanza cronica di personale medico negli ospedali italiani, tanto da costringere alcune regioni come Veneto e Molise ad assumere a tempo determinato dottori già in pensione per ovviare al problema almeno momentaneamente. Una situazione che con il processo dei pensionamenti (aggravato dall’applicazione di quota 100) porterà ad una situazione vicina al collasso già nel 2025 secondo le stime del sindacato dei medici ANAAO Assomed. Per quella data sono previsti infatti circa 16.700 medici specialisti in meno in tutta Italia, con situazioni particolarmente critiche in regioni come la Sicilia (2.250 medici mancanti nel 2025), il Piemonte (2.000 unità) la Lombardia (1.900 unità) La Toscana e la Puglia (1.700 unità). L’abolizione di rigidi tetti di spesa per le regioni riguardo la sanità, con l’articolo 11 del decreto Calabria, ha provato a dare un primo impulso per la risoluzione del problema, che appare però ancora distante, richiedendo dunque uno sforzo sinergico tra il ministero della sanità e dell’istruzione per provare ad arginare la tendenza. 

Consigli per sfruttare il gap occupazionale

i lavori del futuro

La fotografia della situazione è impietosa al momento, ma va letta soprattutto dal lato delle imprese e delle aziende che non trovano soddisfatta la loro richiesta di personale formato. Per chi è alla ricerca di lavoro questa invece potrebbe trasformarsi in una gigantesca opportunità, per entrare nel mondo dell’impiego dalla porta principale, riuscendo a posizionarsi in una nicchia di domanda che potrebbe essere molto profittevole, sia come stabilità lavorativa che come retribuzione. 

I consigli sono abbastanza semplici, ma se fossero così scontati non ci sarebbe la situazione appena descritta.

Ovviamente per i più giovani è consigliato affrontare con la massima attenzione e serietà il momento dell’orientamento, a partire dal ciclo di studi secondario (quello delle superiori per intenderci), per evitare di imboccare una strada formativa che ad un certo punto è inevitabilmente destinata a chiudersi. 

Attenzione quindi a non sottovalutare la frequentazione degli istituti professionali, utili per formare professionalità che come abbiamo visto saranno comunque ampiamente richieste negli anni a venire. 

Se si vuole imboccare la strada della specializzazione invece, è bene farlo essendo ben coscienti che questa deve essere molto specifica e orientata verso le nuove tecnologie. Avere una cartina che possa presentarci l’atlante delle nuove professioni digitali (lo trovi qui), è utile per immaginare quale potrebbe essere il proprio lavoro del futuro, e per affrontare nel migliore dei modi l’enorme cambiamento dinamico in atto nel mondo del lavoro. Infatti, se pensiamo che l’economia tradizionale, come l’abbiamo sempre conosciuta, occupa il 60% del mondo occupazionale, dobbiamo anche immaginare che questa è destinata a diventare marginale nel giro di pochi anni, soppiantata da quella che viene chiamata la new economy dell’industria 4.0. In questo immediato futuro la domanda di lavoro sarà prevalentemente basata sulla richiesta di high skills, cioè quelle competenze molto specifiche, che saranno necessarie specialmente nelle aree delle data science, quindi analisi predittive del mercato, machine learning e intelligenza artificiale.

Lo stesso discorso vale anche per i meno giovani, che possono comunque correggere la loro formazione passata, sfruttando le iniziative per la riqualificazione già introdotte da alcuni piani regionali e messe in atto da alcune aziende impegnate a formare le competenze del futuro. 

La parola d’ordine per il futuro del lavoro sarà quindi quella della chiarezza. Chiarezza di un percorso fin dall’inizio, scegliendo le migliori nicchie per la propria propensione lavorativa e specializzandosi per trovare sempre l’occupazione più adatta ad ognuno. 

Stage e lavoro: tutto quello che devi sapere

Sempre più spesso lavoro e stage sono due mondi che si intersecano in maniera profonda per venire in aiuto sia delle aziende che dei moltissimi giovani in cerca di un’occupazione. Per molto tempo lo stage, o tirocinio, è stato la porta d’ingresso verso il mercato del lavoro, lo spazio in cui iniziare a mettere alle spalle un po’ d’esperienza prima di essere assunti in maniera stabile.

Purtroppo nel corso del tempo alcune aziende hanno abusato di questa forma di assunzione, venendo meno a quello che dovrebbe essere il fine ultimo di questa modalità di collaborazione, cioè la formazione del lavoratore attraverso un periodo di rodaggio in relazione alla nuova mansione.

Ma per capire come muoversi al giorno d’oggi riguardo al tirocinio presso un’azienda, vediamo quelle che sono le caratteristiche principali di tutto quello che ruota attorno a questa forma di lavoro molto discussa e controversa.

Cosa significa fare uno stage in azienda

Partiamo ovviamente con il definire in maniera precisa quelli che sono i punti focali di un periodo di stage in azienda, per capirne finalità e modalità.

Lo stage aziendale, comunemente conosciuto anche come tirocinio, non è altro che un periodo di formazione professionale che fornisce al potenziale candidato all’assunzione l’opportunità di maturare esperienze e competenze in un determinato ambito lavorativo.

Si tratta di una modalità di formazione molto mirata, che impegnando sul campo il neo assunto, dà modo di acquisire esperienza attraverso situazioni reali, ed al contempo funge come campo di prova realistico per valutare e confermare precedenti competenze acquisite attraverso lo studio.

Un periodo di prova come questo può inoltre fornire preziose informazioni sulle attitudini e le capacità di un candidato, consentendo all’azienda di valutarne la consistenza e la preparazione.

Tipologie di stage aziendali

Ovviamente non esiste un solo tipo di modalità di questa fattispecie lavorativa che si declina soprattutto in base a quelle che sono state le scelte in ambito di formazione scolastica e universitaria. Anzi molto spesso il periodo di stage si svolge contemporaneamente al percorso di studi, garantendo al candidato anche i crediti formativi utili al raggiungimento del titolo di studio stesso. E proprio su questa differenza di periodo si differenziano le due tipologie di stage più comuni:

Stage curriculare

Questo avviene durante il percorso di studi dei candidati e si rivolge esclusivamente a loro. Si inserisce sia nella formazione di tipo universitario che in quella della scuola secondaria di secondo grado (quindi principalmente istituti professionali e tecnici). Nel caso di uno stage curriculare la retribuzione non è obbligatoria da parte dell’azienda ospitante, cosa che crea a tutt’oggi numerose polemiche per l’abuso di questa forma di prestazione da parte delle società. Il pagamento avviene in pratica grazie al rilascio dei crediti formativi utili al completamento del percorso di studi.

Stage extra-curriculare

Questo si colloca temporalmente nella fase intermedia, quella di transizione tra il periodo di completamento degli studi e la ricerca di un lavoro stabile. Prevede una retribuzione minima, che viene stabilità su base regionale tra le varie giunte. Questa sorta di stipendio in realtà oscilla mediamente tra i 300 e gli 800€ mensili, non garantendo quindi una retribuzione sufficiente al sostentamento. Questi stage, che come detto sono regolamentati su base regionale, hanno soprattutto finalità di inserimento e reinserimento nel mondo del lavoro, impiegando spesso anche persone rimaste in disoccupazione o mobilità. Pertanto sono fondamentali anche come funzione sociale, perché consentono di rientrare nel mondo del lavoro anche a chi è over 40 e magari ha perso l’occupazione in seguito a qualche crisi aziendale.

stage come ingresso nel mondo del lavoro

I requisiti per uno stagista

Il lato dei requisiti per iniziare uno stage, o per mettere in organico un nuovo stagista, sono in realtà una serie di condizioni più orientate a regolamentare le imprese piuttosto che a modificare le possibilità d’ingresso dei potenziali nuovi assunti. Se infatti per questi ultimi non ci sono particolari paletti, per le aziende vengono messe in atto alcune misure il cui scopo sarebbe quello di impedire un uso improprio di questo tipo di manodopera.

Lo stagista: quali requisiti deve avere?

Non esistono, in base alle normative attualmente vigenti, dei limiti d’età entro cui un potenziale neo assunto possa svolgere un periodo di stage. Le uniche prescrizioni in merito riguardano le differenze tra stage curriculare ed extra-curriculare.

  • Nel caso di uno stage curriculare il candidato dovrà necessariamente essere iscritto ad un percorso di studi per accedere al periodo di tirocinio in azienda
  • Nel caso di stage extra-curriculare si dovrà invece presentare, salvo casi particolari e concordati, un DID, cioè il Documento di Immediata Disponibilità al lavoro, rilasciato dai centri per l’impiego per attestare la condizione di disoccupazione del tirocinante.

Stagisti per le imprese: limitazioni attuali

Come detto per arginare l’utilizzo improprio della figura dello stagista, vengono applicati alcuni paletti ai quali devono attenersi le aziende interessate a questa forma di assunzione. Prima di tutto il numero di tirocinanti in organico deve rispettare queste proporzioni:

  • Aziende con numero di dipendenti da 1 a 5: massimo 1 stagista
  • Aziende con numero di dipendenti da 6 a 19: massimo 2 stagisti
  • Aziende con 20 dipendenti o più: Stagisti nella misura di massimo 10% del totale organico

Queste sono indicazioni di massima che possono talvolta cambiare su base regionale, ma che comunque si applicano nella stragrande maggioranza dei casi.

Anche le tempistiche di mantenimento in organico di uno stagista variano e sono regolamentate, sempre in linea generale con qualche piccola variazione su base regionale. Per dare comunque un’idea sui tempi, diciamo che la durata minima è di 2 mesi di stage mentre la massima è solitamente di 12 mesi. La proroga è possibile una volta soltanto e deve comunque rispettare i tempi di durata massima. Nell’ambito delle tempistiche sono contemplate anche sospensione ed interruzione. La prima si attua in casi come la chiusura per ferie dell’impresa, oppure maternità e malattie gravi. La seconda può essere richiesta in qualsiasi momento da ognuna delle tre parti promotrice del periodo di stage (quindi sia il tirocinante che l’ente promotore che l’azienda stessa)

La figura dell’ente promotore per uno stage

L’ente promotore è una figura essenziale nell’attivazione di tirocini. Ha la responsabilità di sottoscrivere il contratto di stage, che altrimenti, senza la sua firma, non avrebbe valore.

Secondo la normativa, infatti, gli stage in azienda devono essere promossi da un soggetto terzo, per l’appunto l’ente promotore, che costituisce un punto di riferimento sia per l’azienda che per lo stagista, svolgendo inoltre un’attività di monitoraggio sulla conformità del processo.

Per poter operare nell’attivazione di tirocini, l’ente promotore deve essere accreditato presso il Ministero del Lavoro, e/o avere un accreditamento regionale o un’autorizzazione ad attivare stage nella regione di riferimento dell’azienda.

Per quanto riguarda gli stage extracurriculari, l’ente promotore può essere un’Agenzia per il Lavoro accreditata dal Ministero del Lavoro, che operi a livello regionale o nazionale.

Per gli stage curriculari, invece, l’ente promotore è solitamente un’istituzione scolastica, un’università o un ente di formazione accreditato dalla Regione di riferimento.

Ecco i compiti specifici dell’ente promotore:

  • Stipula una convenzione con l’azienda, controllando che al suo interno siano contenuti i dati legali di azienda ed ente promotore, nonché gli aspetti normativi che regolano il contratto.
  • Redige un progetto formativo che riporta obiettivi e modalità di svolgimento dello stage, oltre ai dati anagrafici dello stagista e alle informazioni sul suo percorso.
  • Verifica che l’azienda nomini un tutor con valenza formativa, che affianchi lo stagista passo per passo nel suo percorso di stage.
  • Nomina un tutor con responsabilità di supervisione, che offra assistenza a stagista e azienda per tutto il periodo di durata dello stage.
  • Assicura il tirocinante contro infortuni e responsabilità civile.

Differenze tra stage e apprendistato

Spesso si sente parlare in maniera quasi intercambiabile di stage e apprendistato, utilizzando i due termini come sinonimi. In realtà le due fattispecie sono estremamente diverse nella sostanza, anche se nella pratica le aziende stesse vedono in queste due forme di lavoro una valida alternativa ai contratti classici.

Rispetto allo stage che abbiamo definito qualche riga fa, l’apprendistato è un contratto diretto somministrato dall’azienda al lavoratore, che si prefigge gli stessi obiettivi dello stage formativo, ma lo fa su periodi più ampi. Senza entrare troppo nello specifico possiamo dire che una delle differenze fondamentali è costituita dall’età dei candidati che, se nello stage non ha limiti, per il contratto di apprendistato ha nella maggioranza dei casi il limite massimo di 29 anni per accedere a questo tipo di contratto.

Come detto anche la durata varia sensibilmente, e si passa dai 12 messi massimo di uno stage, a periodi di apprendistato che possono raggiungere anche i 3 anni presso la stessa azienda, e senza interruzioni del rapporto di lavoro. Inoltre un’impresa che assume apprendisti, soprattutto se in grande percentuale all’interno del proprio organico, deve sottostare ad alcune clausole di stabilizzazione di queste figure, per arginare il fenomeno dell’abuso di questa forma di contratto.