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Libero professionista: professioni, tasse contributi e guadagni

I liberi professionisti, in inglese freelance, sono una sotto categoria di lavoratori autonomi, i quali offrono prestazioni professionali di tipo intellettuale sotto corrispettivo.

In questo articolo esploreremo in dettaglio questa categoria di lavoratori.

Vedremo come diventare un libero professionista, come aprire una partita IVA e il regime fiscale e verranno trattati altresì temi quali: le spese deducibili, la disoccupazione, la maternità, la tariffa oraria media di un libero professionista e se è possibile esercitare la professione senza partita IVA.

Cosa significa essere un libero professionista

Siamo soliti dividere i lavoratori in due grandi categorie: i lavoratori dipendenti o subordinati e i lavoratori autonomi.

Come anticipato, i liberi professionisti rientrano nella categoria dei lavori autonomi, ma si distinguono perché il lavoro da questi svolto è di tipo intellettuale. In altre parole, un libero professionista non produce o non commercializza un prodotto. Viene da sé che lavoratori in proprio quali: avvocati, consulenti, grafici, o programmatori sono dei liberi professionisti, mentre: artigiani e commercianti, sono dei lavoratori autonomi.

Un altro aspetto caratterizzante del libero professionista è l’iscrizione ad un albo. Avvocati, agronomi, geometri, geologi o ingegneri, ad esempio, sono iscritti ad un albo specifico per la loro categoria.

Tale caratteristica è un parametro ufficioso per distinguere, almeno in Italia, il libero professionista dal freelance. Quest’ultimo, in genere è comunque un lavoratore autonomo che guadagna grazie alle proprie abilità intellettuali e creative, ma non è iscritto ad un albo. Tuttavia, tale distinzione tra libero professionista e freelance non è specificata da alcuna norma. Consultando il Codice Civile infatti, all’articolo 2222 (Contratto d’opera), si apprende che esiste una sola grande categoria, quella del lavoratore autonomo colui cioè che: non ha vincoli di subordinazione nei confronti del committente.

Chi sono i liberi professionisti?

Chi sono quindi i liberi professionisti? Tutti colori che autonomamente svolgono una professione di tipo intellettuale senza avere alcun vincolo di subordinazione.

L’iscrizione all’albo, in passato, prima dell’avvento di numerose professioni digitali, era pressoché una condizione propria in ogni libero professionista. Pensiamo a:

  • medici;
  • ingegneri;
  • architetti;
  • agronomi;
  • avvocati;
  • geologi;
  • giornalisti.

In Italia ci sono 27 albi professionali differenti i quali, nel loro insieme, contano oltre 2.5 milioni di lavoratori.

Tuttavia, oggi esistono liberi professionisti che non sono iscritti all’albo, anche perché non tutti i nuovi lavori e le nuove professioni hanno un albo di riferimento. Pensiamo ad un Social Media Manager, ad un copywriter, due professioni che possono essere svolte autonomamente, che svolgono un’attività intellettuale ma che non hanno un albo di riferimento.

Allo stesso modo anche la partita IVA non è condizione essenziale per definire un libero professionista. Come vedremo, un libero professionista può essere tale pur non possedendo regolare partita IVA.

Essere un libero professionista, inoltre, è un’attività che può essere svolta in completa autonomia, oppure aprendo un’azienda, assumendo dipendenti ed è in questo caso che, il libero professionista diventa un imprenditore, colui cioè che possiede un’impresa, e in questo caso che è prevista l’apertura di un’impresa.

Libero professionista o ditta individuale: differenze

Spesso l’aspirante libero professionista si chiede se sia il caso di aprire una partita Iva come lavoratore autonomo oppure costituire una ditta individuale. La ditta individuale è tale quando, nelle intenzioni del lavoratore, vi è la volontà di aprire un’impresa.

Vi sono sostanziali differenze quindi tra il libero professionista e la ditta individuale. Il libero professionista esercita un lavoro di tipo intellettuale, mentre la ditta individuale è specifica per altre categorie di lavoratori, in particolare: artigiani e commercianti. Questi ultimi o svolgono attività prettamente individuali, è il caso dell’elettricista, dell’estetista o del muratore, oppure, come nel caso dei commercianti l’attività si basa sulla vendita di beni e servizi.

Inoltre, un libero professionista non deve iscriversi al registro delle imprese, un procedimento obbligatorio invece per chi apre una ditta individuale o un negozio.

Come diventare libero professionista

Diventare libero professionista significa compiere una scelta di vita ben precisa: svolgere una professione in proprio, mettendo a frutto anni di studio e competenze acquisite senza rapporti di subordinazione verso un datore di lavoro.

È una scelta che richiede coraggio, voglia di mettersi in gioco, ma anche conoscenze approfondite del mercato.

Soprattutto tra i giovani si inizia ad esercitare la libera professione o subito dopo aver completato un percorso di studi, mettendosi in proprio, ed aprendo un proprio studio da: avvocati, come consulente o come ingegnere, oppure iscrivendosi e offrendo servizi in una dei tanti marketplace dedicati ai freelance, come ad esempio: Fiverr o Upwork.

Esistono dunque due tipologie distinte di liberi professionisti. Coloro che seguono un percorso classico: completano il percorso di studi, si iscrivono all’albo e iniziano la propria carriera lavorativa e coloro che invece si avvicinano alla professione autonoma per vie meno convenzionali, mettendo a frutto in loro talento e creatività e offrendo servizi intellettuali ugualmente richiesti e utili per i consumatori e le aziende.

Libero professionista: aprire la partita IVA

Un libero professionista, quando inizia a svolgere la professione in modo continuativo, è tenuto ad aprire la partita IVA. Aprirla è un passo decisivo che, prima o poi, ogni lavoratore autonomo, deve compiere. In Italia, come si evince da quanto riportato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze su un totale di circa 464.000 partite Iva, il 72,2% fanno riferimento a persone fisiche. Circa la metà del totale sono partite Iva aperte secondo il regime forfettario.

Aprire una partita IVA, implica sostenere alcune spese. I costi sono: per il commercialista, il quale avvia tutte le procedure e richiede una parcella annuale per gestire la P.Iva anche se può essere aperta anche autonomamente. Oltre a tale voce bisogna considerare i contributi INPS, il cui minimo da versare è di circa 250 EUR mensili.

Aprire una partita Iva per un libero professionista è un procedimento piuttosto rapido, in genere sono sufficienti solo 24 ore per poter ricevere il proprio numero identificativo. La maggior parte dei liberi professionisti optano per un regime forfettario che è una soluzione meno onerosa e che permette al freelance di iniziare regolarmente l’attività. Il regime forfettario è consentito fino ad un fatturato annuo di 65.000 EUR, superati i quali bisogna optare per l’apertura di una partita Iva classica.

Tornando al regime forfettario, tale modalità, permette al libero professionista di calcolare il reddito imponibile evitando di dedurre tutte le spese sostenute ma queste vengono appunto sottratte forfettariamente, sulla base di un’aliquota che dipende dal tipo di attività che si svolge. È sufficiente dare uno sguardo alla tabella presente sul sito dell’Agenzia delle Entrate, per verificare il proprio coefficienti di redditività, il quale nella maggior parte dei casi è del 67%.

Una volta quindi applicato il reddito imponibile bisogna applicare un’ulteriore imposta del 15% la quale sostituisce varie voci tra cui: imposta sul reddito, addizionale regionale e Irap. Tale imposta è ridotta al 5% per i primi 5 anni.

Libero professionista: spese deducibili

Vi sono due possibilità per un libero professionista: aprire una partita Iva con il regime ordinario oppure optare per il regime forfettario. Nel secondo caso non vi è alcuna possibilità di scaricare i costi. Le spese infatti risultano già dedotte in maniera forfettaria.

Optare per il regime ordinario, al contrario, permette di dedurre tutta una serie di spese che solitamente affronta un libero professionista, ad esempio:

  • costi per la formazione;
  • spese in hardware e software;
  • spese in attrezzature.

Tutte le spese per essere considerate deducibili devono avere alcuni requisiti contenuti nel DPR n.917 del 1986, articolo 54: redditi da lavoro autonomo.

Le spese risultano deducibili quando rispettano tre requisiti risultando:

  • effettive
  • inerenti
  • congrue

Tali requisiti si traducono in molti aspetti pratici: ad esempio se un libero professionista lavora da casa, effettivamente ha alcune spese derivanti dal proprio lavoro, ad esempio le utenze: luce e Internet. Queste sono deducibili? Lo sono, perché rispettano i requisiti, ma al 50% dato che una parte di queste non è utilizzata per la professione.

Risultano invece deducibili al 100% altre tipologie di spese, ad esempio quelle inerenti ai beni strumentali propri del lavoro svolto. È quindi il caso di: computer, stampante, telefono.

Di sicuro interesse è altresì la possibilità per un libero professionista di scaricare le spese per l’auto, per la benzina e per gli interventi di riparazione. In questo caso, è deducibile il solo 20% delle spese sostenute. Mentre per quanto riguarda i viaggi di lavoro, questi sono scaricabili al 100% ma solo se la trasferta implica lo spostamento da un comune all’altro. Per quanto riguarda i viaggi, ad ogni modo, esiste un limite di deducibilità fissato a 10.000 EUR annui.

Libero professionista: fatturazione

Una volta aperta la P.Iva il libero professionista può emettere regolare fattura per tutti i lavori svolti. La prestazione del servizio e l’emissione di fattura è disciplinata dal Decreto del Presidente della Repubblica del 26/10/1972 n. 633. In particolare, si può fare riferimento all’articolo 3 (prestazione di servizi) all’articolo 5 (esercizio di arti e professioni), all’articolo 10 (operazioni esenti dall’imposta).

Nell’emettere la fattura, il libero professionista chiede il compenso pattuito per il proprio lavoro. Nello specifico, il lavoratore autonomo si impegna a offrire la prestazione dietro compenso ma senza vincolo di subordinazione.

La fatturazione per un libero professionista può concretizzarsi solo dopo l’apertura della partita Iva, quest’ultima ha anche la funzione di sancire che la prestazione fornita non ha un carattere occasionale, ma si tratta di un lavoro regolare e stabile.

Dal punto di vista fiscale, bisogna ancora fare riferimento al D.P.R. n. 633 del 1971, in particolare l’articolo 21, specifica che la fattura deve contenere la cosiddetta base imponibile e l’IVA del 22% (in regime ordinario). Si può altresì inserire in fattura l’eventuale rimborso spese, il quale si concretizza quando il libero professionista ha sostenuto dei costi esterni alla prestazione ma necessari per portarla l termine.

Più semplice risulta l’emissione della fattura nel caso il libero professionista sia in regime forfettario. In questo caso oltre al compenso stabilito bisogna solo aggiungere il contributo integrativo del 4%.

Libero professionista: senza partita Iva

Alternativamente ed entro determinate condizioni un libero professionista può anche non avere la partita Iva. Una possibilità spesso adottata da coloro che hanno iniziato da poco una nuova attività.

Per lavorare come libero professionista senza partita Iva, la condizione basilare è che la prestazione fornita sia di tipo saltuario o occasionale.

In un tale scenario si può comunque emettere fattura ma al compenso stabilito bisogna aggiungere la ritenuta d’acconto pari al 20% oltre che apporre una marca da bollo quando il compenso pattuito supera i 77,47 EUR.

Si specifica che lavorare senza partita IVA, è una possibilità offerta solo ai lavoratori liberi professionisti che non sono iscritti ad un albo. Inoltre, la collaborazione non può coinvolgere il lavoratore per più di 30 giorni durante l’anno e il totale dei compensi maturati durante l’anno non possono superare i 5.000 EUR.

Libero professionista: tariffa oraria

I guadagni di un libero professionista sono molto variabili. Se non è difficile stimare lo stipendio medio di un operaio, di un cameriere o, in generale, di qualunque lavoratore subordinato, per i liberi professionista stimare la tariffa oraria o i guadagni non è semplice.

L’elevato numero di partite Iva con regime forfettario, lascia pensare che la maggior parte dei liberi professionisti non superi i 65.000 EUR di fatturato annuo. Tuttavia, uno dei vantaggi della libera professione risiede nel fatto che il lavoratore sulla base delle proprie competenze e conoscenze può stabilire autonomamente la propria tariffa oraria e arrivare a guadagnare molto di più rispetto ai guadagni attesi previsti per figure subordinate.

Il libero professionista, in generale, stabilisce la propria tariffa oraria tenendo conto di numerosi aspetti:

  • i costi fissi (affitto, utenze);
  • hardware e software;
  • prezzi medi della concorrenza;
  • esperienza.

I suddetti punti portano a determinare la tariffa oraria che può essere stimata da un minimo di 25 EUR per chi è agli inizi fino ad un massimo di 150 – 200 EUR per chi è un libero professionista affermato e riconosciuto.

Libero professionista: disoccupazione

In Italia, come evidenziato dall’AGI, tra il 2020 e il 2021 si sono registrate meno 345.000 Partite Iva. Quali diritti hanno i liberi professionisti? Spetta loro una disoccupazione? Un lavoratore dipendente o subordinato ha diritto, in genere, all’indennità di disoccupazione NASPi.

Per quanto riguarda i liberi professionisti le cose sono un po’ diverse. Questi hanno diritto all’indennità di disoccupazione qualora rientrino nella categoria dei lavoratori parasubordinati, ai quali è riservata una cassa specifica: Dis-Coll. Pertanto, il lavoratore parasubordinato, a condizione che abbia versato almeno un mese di contributi alla gestione separata, ha diritti all’indennità.

Mentre per quanto riguarda i liberi professionisti “puri” non parasubordinati non versando alcuna aliquota previdenziale non ha diritto ad alcuna indennità di disoccupazione.

Nessuna indennità di disoccupazione è prevista anche nel caso in cui il libero professionista sia iscritto ad una gestione previdenziale di categoria, salvo casi eccezionali e specifici per ogni cassa previdenziale di categoria. Queste, talvolta possono prevedere un’indennità di disoccupazione nel caso in cui il lavoratore subisca in grave incidente o soffra di problemi di salute.

Libero professionista: maternità

Restando in tema di tutele e diritti delle donne, è rilevante riportare cosa avviene in caso di maternità.
La libera professionista che risulta iscritta ad una cassa di previdenza, ad esempio un avvocato o un ingegnere ha diritto ad un’indennità di maternità. L’indennità è corrisposta direttamente dalla Cassa di previdenza di categoria.

La libera professionista ha diritto quindi ad un’indennità totale di 5 mesi, a partire da due mesi dalla nascita del bambino fino ai successivi tre. Si evidenzia che la futura madre e libera professionista può ugualmente continuare a lavorare e ricevere comunque l’indennità. Quest’ultima è pari all’80% del reddito dichiarato l’anno precedente.

Qualora la libera professionista non sia iscritta alla Gestione Separata è comunque prevista un’indennità di maternità, questa volta corrisposta dall’INPS. Per accedervi, tuttavia, bisogna aver versato almeno 1.020,96 EUR al mese negli ultimi 12 mesi.

Libero professionista: chiedere un mutuo

Un ulteriore aspetto che spesso pone un freno alla libera professione riguarda la possibilità di fornire effettive garanzie ad una banca o un qualsiasi istituto per il credito, nel caso di voglia aprire un mutuo, ad esempio per acquistare la prima casa.

Per ottenere un mutuo, la banca infatti richiede garanzie queste possono essere facilmente verificate nel caso in cui il lavoratore sia dipendente a tempo indeterminato. La busta paga di quest’ultimo infatti permette alla banca di comprendere se il lavoratore è in grado di restituire la cifra richiesta.

Per chi ha una partita Iva, le cose cambiano. Al libero professionista viene richiesta una copia del reddito dichiarato negli ultimi anni ed è discrezione della banca concedere il mutuo o meno. In generale, ovviamente, più alto e prolungato nel tempo risulta il reddito più sono alte le possibilità che la banca conceda il mutuo.

Il libero professionista, la cui attività è caratterizzata da entrate variabili nel tempo, può avere maggiori difficoltà rispetto ad un lavoratore subordinato. Spesso per riuscire ad ottenere un mutuo gli viene richiesto o la figura di un garante o il possesso di un bene immobile da utilizzare come garanzia.

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