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Lavorare come startupper: cosa fa, cosa studia e quanto guadagna

Avrai sicuramente sentito nominare almeno una volta la parola “startup”, la vera innovazione dell’imprenditoria del XXI secolo. 

Alla guida delle startup c’è ovviamente uno startupper. 

In cosa consiste il suo lavoro? Quali sono le sue mansioni? Cosa deve studiare? Quanto guadagna? 

Siamo qui per cercare di spiegarlo meglio! 

Cos’è una startup

La startup è un’azienda che ha fatto propri tre valori fondamentali: 

  1. innovazione;
  2. velocità;
  3. scalabilità (cioè la capacità di adattare rapidamente un modello in base alle richieste).

Si tratta di aziende giovani, estremamente dinamiche e competitive, che si pongono l’obiettivo di risolvere un problema specifico e per farlo sparigliano le carte del proprio mercato e sfruttano meglio delle società più classiche tutti i mezzi a loro disposizione. 

A capo di una startup c’è un fondatore, un general manager che si occupa dell’ideazione, della creazione e dell’avviamento della società. Appunto, uno startupper.

Chi è lo startupper

Lo startupper è il manager e fondatore a capo di una startup. Dalla sua idea devono partire tutte le azioni che rispondono ai criteri di innovazione, velocità e scalabilità propri di questo modello di business. 

Quali sono i suoi compiti

Definire le mansioni di uno startupper è molto complicato, perché si può creare un business di questo tipo in praticamente ogni campo e settore immaginabile. 

Cerchiamo però di dividere il lavoro in fasi. 

La prima è ovviamente quella dello studio del mercato. Ovviamente, il mercato è fatto contemporaneamente di consumatori e di altre aziende: ad entrambe è necessario riservare attenzione, sia per capire da quale problema sviluppare un’idea, sia per capire chi sono i competitor e come si stanno muovendo. 

Fatta questa approfondita analisi iniziale è necessario sviluppare l’idea di business. Di cosa si tratta? Quale problema affronta? Con quali tecniche? Cosa offre di diverso rispetto ai competitor? In che modo è innovativa? Quale sarà il prezzo dei suoi servizi? Quanto tempo ci metterà a diventare scalabile? In che modo è sostenibile a lungo termine? Quali professionisti dovranno lavorare con lei?

A questo punto, quando tutti questi punti sono chiari, si può aprire l’azienda a livello fiscale e burocratico ed iniziare ad organizzare e ricercare: 

  • procedure; 
  • attrezzature, se previste; 
  • professionisti;
  • una sede fisica, se necessaria; 
  • clienti, ovviamente. 

Quando la startup è avviata è necessario standardizzare la proposta, in modo che sia più rapida e flessibile, e che soprattutto non comporti uno spreco di risorse (che le startup, iniziando da piccoli budget e praticamente senza personale, non hanno). 

Man mano che i clienti aumentano, le richieste si diversificano, i professionisti diventano operativi la startup deve essere fatta crescere, sotto tutti i punti di vista. Dalla formazione alla ricerca del personale, dalla ricerca e sviluppo alla vendita, tutti i piccoli meccanismi ed ingranaggi devono combaciare, incastrarsi e funzionare a dovere in modo fluido.

Startupper e imprenditore: una grande differenza

Uno startupper è a tutti gli effetti anche un imprenditore, ma tra queste due figure la differenza è fondamentale. 

L’imprenditore deve ambire a creare un business sostenibile e profittevole: in sostanza, deve mantenere alti i profitti nel tempo. 

Lo startupper ovviamente deve fare lo stesso, ma muovendosi in un contesto incerto, flessibile, variabile. Inoltre, la sua idea deve essere al 100% originale, inedita ed innovativa, al limite con il visionario. Inoltre, gioca contro il tempo. 

Dove l’imprenditore ha davanti decine di anni per mantenere in crescita i propri guadagni, il lavoro dello startupper è in rush: deve arrivare ad un alto livello in pochissimo tempo, conservando flessibilità e replicabilità.

Inoltre, l’imprenditore apre la propria attività con l’ambizione di conservarla per anni e anni. Lo startupper, invece, arrivato al punto prefissato di solito vende la propria attività e ne apre una nuova, partendo da una nuova idea creativa ed inventiva.

Gli studi

Considerata la varietà di possibili offerte e servizi da proporre con la propria startup è praticamente impossibile identificare un percorso di studi unanime per tutte le persone che vogliono diventare startupper. 

Due delle considerazioni da tenere a mente sono: 

  1. più il servizio o il prodotto offerto è tecnico e specialistico, più sarà necessario conoscere il campo in cui ci si sta muovendo. Per esempio, se si ambisce a creare un software gestionale è necessario avere conoscere informatiche. Se si vuole sviluppare un motore di ricerca per annunci di lavoro è bene conoscere almeno minimi principi di HR management. E così discorrendo, per tutte le possibilità del mercato; 
  2. come membro unico del consiglio direttivo, uno startupper deve avere conoscenze almeno di base in tutti i campi del management: dalla finanza alla gestione del personale, dalla comunicazione all’organizzazione della produzione, dalla vendita all’acquisto. Oppure, fondare la società con dei soci più esperti dei singoli settori ed estremamente fidati.

Le caratteristiche di uno startupper

Anche nel mestiere di startupper è necessario essere in possesso di capacità e abilità specifiche, e di capacità interpersonali. 

Identificare le prime è davvero molto difficile. Probabilmente, tutte si possono riassumere nell’unica etichetta “conoscere il proprio prodotto o servizio e le sue tecniche di sviluppo ed erogazione”. 

Vista la varietà di settore in cui una startup può fondarsi, si può trattare di competenze in ingegneria, economia, finanza, comunicazione, editoria, e chissà quanti altri campi! 

Le capacità soft, quelle interpersonali, sono invece decisamente più interessanti. 

La prima grande categoria è quella delle competenze manageriali, come abbiamo già detto. La startup è di solito fatta dal solo startupper, che almeno in un primo momento deve potersi occupare di tutte le mansioni da solo: 

  • ideazione; 
  • erogazione; 
  • fiscalità e burocrazia; 
  • selezione del personale; 
  • acquisti per la società; 
  • vendita; 
  • comunicazione per pubblicizzare l’attività. 

Se la società cresce nel tempo è possibile delegare alcune di queste mansioni ad un socio o ad un altro manager con competenze più specifiche. 

Poi, ci sono tre capacità assolutamente indiscutibili ed imprescindibili per questo tipo di imprenditore. Esse sono: 

  • visionarietà: l’idea di partenza della startup deve essere innovativa, creativa e rispondere ad un bisogno che il mercato non sta già coprendo. Non è un caso che la maggioranza delle startup abbia un ruolo nel settore informatico, che è ovviamente il più orientato al futuro e alla modifica radicale e sostanziale del mondo e del suo aspetto;
  • tenacia: le startup sono progetti che partono da bassissimi budget e rare possibilità di successo. Le stime dicono che ⅔ delle startup muore entro i primi tre anni dall’apertura, per la dispersione dei capitali e per l’accesso di pochi incassi. I giorni cattivi in una startup saranno fisiologicamente più di quelli buoni, anche dopo l’avvio dell’attività. Le startup sono realtà dinamiche, flessibili, che devono resistere ad ogni genere di intemperia finanziaria e di mercato. Quindi, anche i loro fondatori devono essere altrettanto tenaci;
  • leadership: considerando la natura burrascosa delle startup, lo startupper non può non essere un caposquadra efficace, che sa motivare il team, selezionare i migliori, spronarlo anche nelle condizioni di difficoltà più incontrollabili.

Guadagni, carriera e futuro del mestiere di startupper

A seconda del tipo di startup fondata e soprattutto del suo successo nel mondo (specialmente nei primi tre anni, i più critici per queste attività), lo stipendio medio di uno startupper si aggira tra i 20.000 e i 40.000 euro lordi l’anno. 

Tre tipi di startupper, secondo Francesco Inguscio

Francesco Inguscio è il fondatore di Nuvolab, ci sono fondamentalmente tre tipi di startupper. 

  • Il kamikaze: non inizia il propria lavoro con un metodo, un piano di spesa preciso, un certo rigore delle azioni. Cavalca l’onda, è un leader naturale ed un ottimista incrollabile, che approfitta delle difficoltà per riemergere.
  • Quello che crea procedure: il compito di questo startupper è creare una routine contemporaneamente scalabile (cioè da far crescere in modo esponenziale e non lineare), sostenibile e replicabile, in diversi contesti, mercati, paesi. Il suo obiettivo è creare una linea fluida che funzioni a prescindere dalle condizioni esterne.
  • Il soldato: è l’esatto opposto del kamikaze. Razionalizza ogni mossa, sa con assoluta certezza quanto spenderà e per quali azioni, riesce a formulare teorie che spesso si verificano. 

Alcuni casi celebri

Anche italiani

Prova ed errore: il metodo delle startup

Il metodo delle startup e degli startupper è praticamente sempre quello di “prova ed errore”. 

In sostanza per ogni azione viene destinato un piccolo budget, spesso di poche decine di euro. Se non funziona, si cambia linea; se invece funziona, si investe in modo più corposo. 

La tecnica tipica di queste attività è l’A/B test, cioè l’emissione sul mercato di due prodotti, servizi o strategie contemporanee, per valutarle separatamente e capire quale delle due funzioni più efficacemente.

Il paradosso dell’aereo bombardato

Le startup, anche quelle di maggior successo come Tesla, sono “vittime” del paradosso dell’aereo bombardato. 

Durante la seconda guerra mondiale nelle basi aeronautiche inglesi tornavano pochissimi aerei, tutti danneggiati nelle stesse aree: tutti gli altri erano stati abbattuti o dati per dispersi. 

Inizialmente gli ingegneri si concentrarono sul rafforzamento delle zone della carlinga che tornavano più danneggiate, pensando che fosse proprio lì il problema che non faceva resistere le flotte ai bombardamenti. 

Poi, la svolta: se gli aerei danneggiati tornavano, significava che la loro carlinga nei punti danneggiati era abbastanza solida da farli rientrare. Il vero problema era nelle aree non danneggiate, cioè quelle più deboli e che probabilmente avevano causato la morte dei piloti e la perdita degli altri velivoli.

Questo paradosso viene usato per spiegare che ogni azione di successo scelta da una startup è l’esito di decine di fallimenti ed insuccessi.

Anche per questo motivo è bene non focalizzarsi troppo sui colossi di enorme successo, come AirBnB, Tesla appunto, Google. Il loro è un caso eccezionale, che si verifica una volta ogni migliaia. 

Decisamente più istruttivo ed importante è capire come mai le startup che falliscono sono fallite: conoscendo i loro punti deboli (come per gli aerei inglesi) è più facile capire come irrobustire la procedura in alcuni suoi aspetti.

Growth hacker: la punta di diamante della crescita

Il growth hacker è probabilmente la punta di diamante delle startup di maggior successo. Abbiamo dedicato un intero articolo alla sua figura, articolata e a metà strada tra almeno altri tre mestieri. 

Il motivo per cui è così prezioso per le startup e gli startupper è che il suo obiettivo è una crescita fulminea, scalabile e replicabile: esattamente gli obiettivi del modello di business in cui lavora più frequentemente. 

Gig economy e futuro delle startup

Con la dicitura “gig economy” si intende un nuovo modello di imprenditoria e di lavoro che non punta più alla sostenibilità e alla solidità nel tempo, ma alla versatilità dei ruoli, alla flessibilità delle procedure e alla riduzione delle distanze mondiali. Quest’ultimo punto in particolare è fondamentale per le startup, che di solito non hanno né il budget né una sede fisica in cui far arrivare professionisti da tutto il mondo: con loro si lavora a chiamata o a progetto, a distanza, il più delle volte. 

La gig economy, con i suoi punti di forza e le sue debolezze, è esattamente il settore in cui si muovono la maggioranza delle startup, che devono focalizzarsi su una crescita esponenziale e molto rapida, prima di essere vendute ad un prezzo astronomico in confronto all’investimento iniziale. 

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