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La mancanza di formazione è un problema globale

L’inarrestabile avanzata delle tecnologie digitali, i continui mutamenti demografici e non ultima la pandemia globale causata dal Covid-19 stanno modellando il mercato del lavoro sotto molti punti di vista.

Secondo l’ultimo report pubblicato dalla Boston Consulting Group, un problema particolarmente urgente da risolvere e riscontrato da molte aziende, consiste nel trovare personale preparato in grado di venire incontro alle competenze richieste dall’attuale mondo del lavoro.

In particolare, le aziende sono costrette nei processi di selezione del personale o ad assumere un dipendente sotto qualificato o troppo qualificato per le mansioni richieste. Questo disallineamento comporta una perdita in termini di produttività e fatturato riscontrabile a livello globale.

La perdita di produttività, dovuta alla suddetta circostanza, è definita con l’espressione trappola delle qualifiche (qualification trap in inglese). Una perdita che secondo le stime è pari all’11% del Pil mondiale.

In questo articolo, partendo dall’analisi condotta dal Boston Consulting Group, si esplora sui mutamenti in atto nel mercato del lavoro, toccando tematiche quali, lo smart working, le sfide che attendono l’economia nei prossimi anni, l’importanza dei percorsi di formazione e il futuro delle aziende in italiane.

Corrispondenza delle competenze, generazioni a confronto

Per ovviare al problema del qualification trap è necessario ripensare i modelli e i comportamenti partendo dall’organizzazione della scuola, coinvolgendo sia le aziende che i lavoratori.

Dal lato delle aziende appare imprescindibile creare le condizioni adatte per cui un lavoratore riesca a scegliere in quale ambito concentrare la propria formazione e il proprio sviluppo. Un approccio, in altre parole, incentrato sull’uomo, non più visto come una mera componente della forza lavoro ma inteso come un collaboratore paritario che possa dare un sostegno attivo alla creazione di una società ed di un’economia pronta a rispondere alle sfide del futuro.

Appare evidente quindi, ripensare agli attuali modelli di sviluppo del capitale umano. In primo luogo, il concetto di istruzione standardizzata per tutti non può funzionare ancora per molto e in secondo luogo, l’idea di un unico lavoro che accompagni l’intera esistenza dell’individuo non è più applicabile.

Il cambiamento e il progresso tecnologico devono iniziare ad essere applicati anche al mercato del lavoro apportando un nuovo pensiero flessibile, strumenti per l’apprendimento costante (life long learning) e rapido oltre che, garantire un’effettiva mobilità.

Bisogna prendere atto che le tipologie di lavoratori oggi sono disomogenee, perché cresciute in ere molto differenti tra loro. Esistono i così detti baby boomer, coloro che sono nati tra il 1946 e il 1964 quando l’uomo ha iniziato ad affacciarsi nello spazio aperto; la Generation X nati tra il 1965 e il 1980, una generazione cresciuta con i Personal Computer; i Millennials nati tra il 1981 e il 1996 che hanno vissuto l’evoluzione del cellulare da strumento per le chiamate ad un dispositivo Smart in grado di svolgere migliaia di operazioni e infine i nativi digitali della Generazione Z nati tra il 1997 e il 2012.

Ogni generazione ha un suo tratto distintivo, dei valori, una conoscenza ed un’esperienza molto diversa dall’altra, per riuscire a massimizzare le caratteristiche di ognuna è evidente che bisogna ripensare ai modelli di formazione e di sviluppo professionale.

Saper riconoscere e affrontare efficacemente le suddette differenze generazionali, contribuisce a ridurre la mancata corrispondenza delle competenze (skills mismatch), da non confondere con il divario di competenze (skills gap).

Solo nei paesi l’OCSE la mancata corrispondenza delle competenze riguarda due lavoratori su cinque cioè 1,6 miliardi di persone nel mondo e si traduce in una perdita di produttività mondiale pari al 6%.

Quali sfide attendono l’economia del futuro

Le sfide che l’economia si troverà ad affrontare sono supportate dalle seguenti considerazioni utili ad avere un quadro riguardo la situazione attuale:

  • 1,3 miliardi di persone nel mondo o sono iper-qualificate per la mansione che svolgono o hanno competenze insufficienti, un dato che entro il 2030 aumenterà di 100 milioni di unità
  • Nel 1970 negli Stati Uniti, i tassisti laureati erano meno dell’1%, secondo l’ultima rilevazione la percentuale dei conducenti laureati è del 15%

Per un corretto sviluppo dell’economia mondiale è necessario sin da subito correggere lo skills missmatch, il report della Boston Consulting Group individua sette sfide da affrontare:

  • Formazione dei lavoratori: si prevede che entro il 2022 si avrà il 27% di professionisti specializzati in attività che oggi non ancora esistono;
  • La maggior parte dei lavoratori non è coinvolta nei processi di apprendimento continuo nonostante i lavori e le competenze sempre più diventano rapidamente obsoleti.
  • Molte persone non hanno motivazioni e responsabilità all’interno dei luoghi di lavoro. Basti pensare che solo il 28% dei dipendenti si dedica all’auto apprendimento.
  • L’accesso alle opportunità di lavoro è molto limitato, il 41% delle persone riesce a trovare lavoro online, il 14% grazie ai social network tuttavia, ben 3 miliardi di persone soprattutto localizzate in Asia e Africa non hanno accesso alla rete Internet.
  • Il capitale umano ha poche possibilità o volontà di muoversi per la ricerca del lavoro. Il 90% di richieste di lavoro vengono effettuate entro un raggio di 100 chilometri dalla propria abitazione.
  • Alcune categorie di lavoratori hanno molta difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro. In particolare, tra categorie svantaggiate come ad esempio i disabili solo un terzo riesce a trovare lavoro negli Stati Uniti.
  • I valori e le esigenze del lavoratore sono in mutamento, la Generazione Z ad esempio è disposta ad accettare una riduzione del 10% del proprio stipendio pur di lavorare meno ore e solo il 36% di loro è interessato ad un avanzamento di carriera.

Intervenire tempestivamente sui suddetti punti evita la così definita trappole delle qualifiche. Avere dei lavoratori non qualificati infatti, si traduce in minore produttività e maggiori costi da sostenere per i percorsi di formazione che ricadono direttamente sulle aziende.

Il problema inoltre, ricade anche sui lavoratori poco qualificati in quanto, a causa delle scarse competenze è esposto al rischio di perdere la posizione lavorativa, provocando sentimenti di incertezza sul futuro e limitando di fatto lo sviluppo della carriera.

Una questione quest’ultima, va ricordato, che si inserisce in un contesto nel quale i licenziamenti di massa sono già una prassi adottata da molte aziende sempre più dedite all’automazione dei processi e all’uso delle tecnologie dotate di intelligenza artificiale.

L’importanza di rivedere i percorsi di formazione scolastici e universitari

Quando uno studente esce dal sistema scolastico ed inizia la ricerca di un lavoro, si ritrova oggi, con un titolo che molto spesso non combacia con le competenze richieste da un’azienda.

Le competenze digitali e lo sviluppo di soft skills quali: intelligenza emotiva, problem solving, adattabilità, lavoro di squadra, sono requisiti poco approfonditi dagli istituti scolastici e universitari, ancora fermi agli approcci richiesti dalla produzione industriale su larga scala che si fondava sul presupposto che una mansione intrapresa rimasse la medesima per l’intera età lavorativa del dipendente.

Una direzione verso cui molte aziende specializzate in formazione stanno via via guardando con interesse, riguarda l’uso della blockchain.

Dai dati raccolti, uno dei problemi principali riguardo l’infondere una formazione adeguata agli studenti al fine di prepararli al mondo del lavoro è inerente alla scarsa propensione dei giovani a sottoporsi a corsi di formazione esterni al contesto scolastico.

La tecnologia blockchain sembra sempre più essere utilizzata per venire incontro a questa esigenza, grazie alla distribuzione di token premio per coloro che riescono a completare un percorso di formazione online. Lo studente una volta ricevuto il token potrà scambiarlo o convertirlo, ricevendo denaro o coupon o sconti.

La blockchain è inoltre sempre più utilizzata dalle Università come strumento per certificare e validare la frequentazione di un determinato corso. In tal senso, fa riflettere la nascita della Woolf University, un’Università senza un luogo fisico ma gestita direttamente ed esclusivamente da app. Un’innovazione supportata dalla tecnologia Blockchain che permette agli studenti di selezionare i moduli formativi sulla base delle loro preferenze ed esigenze.

Di cosa hanno bisogno le imprese italiane

L’importanza di una formazione adeguata a rispondere alle esigenze delle imprese e ai cambiamenti del mercato del lavoro è l’obiettivo del Gruppo di lavoro Politiche di Genere. In un’intervista, la Vicepresidente Lara Botta ha ribadito le responsabilità del Gruppo nel promuovere soluzioni in grado di arginare il mis-match tra la formazione richiesta e le imprese.

L’obiettivo del Gruppo di lavoro è informare gli studenti di quali siano le necessità e le richieste attuali delle imprese così che possano scegliere consapevolmente la carriera universitaria da intraprendere. Nel 2017, l’organizzazione ha promosso il progetto STEAMiamoci, il più grande programma di orientamento per studenti sostenuto da Campus Orienta e Class Editori. Una manifestazione divisa in 13 tappe che ha visto la partecipazione di 250.000 ragazzi.

Il progetto, svolto in collaborazione con Assolombarda si è occupato anche di raccontare le esperienze di lavoro svolte da imprenditrici di successo al fine di migliorare la consapevolezza e la motivazione nelle studentesse, incentivandole ad intraprendere percorsi di studio soprattutto nelle materie scientifiche, le quali saranno sempre più trainanti per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Secondo il Fondo Monetario inoltre, basterebbe lavorare sulla riduzione del gender gap che influenza altresì le scelte professionali e accademiche per guadagnare ben 15 punti percentuali di Pil solo in Italia.

Un futuro nel quale l’uomo sarà al centro del lavoro

Il lavoro oggi è caratterizzato da un’istruzione standardizzata, precariato, e lunghi tirocini. Un’impostazione che rende praticamente impossibile evitare gli skills mismatch. Per superare questi problemi è necessario creare condizioni di lavoro che consentano al lavoratore di scegliere come e dove utilizzare il proprio tempo e le competenze, ciò significa, in altre parole, permettere al lavoratore di adattarsi alle mutevoli esigenze delle aziendali. I soggetti coinvolti in questo processo sono diversi:

  • I dipendenti che devono assumersi la responsabilità di sviluppare le loro competenze, scegliendo quei percorsi che possano valorizzare i propri talenti e punti di forza.
  • I sistemi scolastici e universitari che hanno il compito di fungere da intermediari e mediatori tra i datori di lavoro, le scelte dei governi, e i futuri lavoratori, tenendo altresì in considerazione l’evoluzione e lo sviluppo delle nuove competenze e tecnologie.
  • I datori di lavoro che devono garantire ai dipendenti percorsi di lavoro finalizzati all’autorealizzazione personale oltre che, considerare i singoli lavoratori come una risorsa fondante della crescita aziendale.
  • I governi che devono garantire pari opportunità a tutti di sviluppo e occupazionali.

Promuovere e implementare i suddetti cambiamenti non è facile, secondo le statistiche, la maggior parte dei datori di lavoro oggi hanno molti problemi e questioni irrisolte da affrontare prima di riuscire a garantire la giusta motivazione e l’autorealizzazione ai propri dipendenti.

Competitività da difendere

Nel report dal titolo Restart pubblicato su “La rivista nazionale dei giovani Imprenditori” sono affrontati diversi temi tra cui quello della competitività un fattore, tra gli altri, a cui tutti i paesi dovranno lavorare per garantirsi un futuro sostenibile.

Il report che analizza la situazione italiana, pone l’accento sulla tematica del gender gap nell’imprenditoria femminile. L’Italia è fanalino di coda in Europa con uno sconfortante 22% di donne al comando delle imprese.

Eppure, è la Banca Mondiale in uno studio a sostenere che una maggiore uguaglianza tra i generi aumenterebbe la produttività del 20%.

Secondo l’autrice del capitolo dedicato alla crescita, su “La rivista nazionale dei giovani Imprenditori” Anna Mareschi Danieli Vicepresidente di Daniele & C. Officine Meccaniche, può essere l’Europa l’attore principale a guidare i processi di integrazione.

Per fare ciò, è necessario un cambiamento che riguardi sia la gestione politica che economica oltre che, una rivoluzione culturale. L’autrice auspica una maggiore sinergia tra la Commissione Europea e i governi dei paesi membri.

Le nuove sfide del futuro dunque, sembrano essere affrontabili solo attraverso un ‘Europa davvero federale e dotata di corretti strumenti per gestire le politiche monetarie ed economiche.

Il progresso si chiama Smartwork?

Il Covid-19 oltre che gli innumerevoli problemi che ha causato all’economia ha anche costretto molte aziende a trovare soluzioni per continuare le proprie attività da remoto. È indubbio che questo aspetto ha permesso a molte realtà lavorative di implementare una nuova forma di lavoro smart anticipando di molti anni quello che probabilmente sarebbe comunque avvenuto.

Il lavoratore dal suo punto di vista, ha dovuto scoprire un nuovo modo di lavorare, imparando ad usare strumenti tecnologici utili per monitorare e pianificare le attività , oltre che rivedere i propri spazi e le proprie abitudini.

A differenza di altre forme di lavoro a distanza come ad esempio il telelavoro, per Smart Work si intende anche la possibilità di lavorare in altri luoghi, diversi dalla propria abitazione come possono essere gli spazi dedicati al Coworking. Questi ultimi sono centri che dispongono di tutto il necessario per lavorare da remoto, hanno una scrivania, un computer, una stampante e il telefono.

Ma lo Smart working è davvero un passo avanzi verso il progresso? Del tema si sono occupati alcuni studiosi in un dibattito tenutosi presso l’Università di Modena e Reggio Emilia dal titolo: “Smart Working: una prospettiva critica”.

Il dibattito partendo dalla Legge n.81 del 2017 che definisce il lavoro agile come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro di tipo subordinato (..) senza una postazione fissa (..)” precisa che le finalità perseguite riguardano “l’incremento della produttività e la conciliazione dei tempi di vita con il lavoro”.

È davvero così? Sembra di no secondo Allen, Golden e Shockley (2015) che analizzando vari studi condotti sul tema sono arrivati alla conclusione che lo Smart Work ha un effetto limitato riguardo la riduzione del conflitto lavoro-famiglia.

In particolare, emerge che il dover stare a casa comporti un maggior carico di lavoro in termini di faccende domestiche da sbrigare soprattutto nelle donne a causa delle aspettative stereotipate presenti all’interno di molte famiglie.

Anche per quanto riguarda l’insorgere di patologie inerenti allo stress da lavoro o burnout, i dati raccolti sebbene mostrano una lieve ma significativa riduzione dello stress per coloro che lavorano in modalità agile, non tengono conto che il dover essere sempre connessi ad internet rende difficile per un lavoratore interrompere ad orari prestabiliti le proprie attività, rischiando spesso di venire coinvolto anche in orari fuori dalle ore previste nei contratti.

In tal senso, non è un caso che molte aziende stanno inserendo nei contratti di lavoro un giorno dedicato alla settimana in cui il dipendente può esimersi dal rispondere ai messaggi.

Inoltre, studi pongono l’accento sugli aspetti sociali e psicologici che una persona può subire se costretta per molte ore a lavorare in solitudine, senza alcun contatto umano se non via digitale così come sottolineato in uno studio dell’Università di Torino: “Gli smart workers tra solitudine e collaborazione”.

Lo studio affronta il tema dello Smart Work da diversi punti di vista, soffermandosi sul rischio di solitudine sociale e professionale dello smart worker. Secondo alcune ricerche, esiste una correlazione tra l’insorgere del burnout e il lavoro in solitudine (Ericson-Lidman, Strandberg 2007), tuttavia, gli studi presenti sul tema sono ancora contrastanti.

In una prospettiva in cui sempre più dovrà essere l’uomo al centro del lavoro, appare evidente come anche le forme di lavoro agile presto subiranno ulteriori modifiche per evitare che queste diventino presto terreno fertile per aumentare le già forti disparità salariali.

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