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Professione Mediatore Culturale

I crescenti movimenti migratori dell’ultimo secolo e la globalizzazione hanno creato un contesto di sempre più frequenti intrecci etnici, culturali, religiosi e linguistici tra persone provenienti da realtà molto diverse tra loro. Questo profondo mutamento del tessuto sociale ha comportato la nascita di una figura professionale che si occupi di facilitare l’interazione, la collaborazione e la convivenza negli ambienti multiculturali, sia tra i cittadini di origini e culture varie che con le istituzioni pubbliche. 

Si tratta di un ruolo delicato e importante, anche se non ancora definito del tutto dal punto di vista normativo: al momento non sono definite a livello nazionale il profilo professionale, le qualifiche, le mansioni e l’inquadramento contrattuale della figura del mediatore culturale. La situazione varia molto da regione a regione, certe volte anche da comune a comune. 

Andiamo a vedere in che cosa consiste la mediazione culturale, come e quando è apparsa questa figura professionale, quali sono i compiti dei mediatori e come si sviluppa la loro professione. 

Che cos’è la mediazione culturale 

Nonostante si parli comunemente di mediazione culturale, dal punto di vista linguistico è più indicato il termine mediazione interculturale

Partiamo dal termine mediazione: si tratta per definizione di una attività, posta in essere da un terzo imparziale, volta a consentire che due o più parti raggiungano un accordo (che può essere di varia natura) ovvero superino un contrasto già in essere tra loro. Tra le varie forme di mediazione che possiamo trovare c’è la mediazione dei conflitti, che può essere interpersonale, professionale, sociale, civile, penale, Internazionale e via dicendo, così come la mediazione commerciale, che consiste nel fare da tramite tra un venditore e un cliente al fine di produrre tutto quello che serve per concludere una vendita, sia dal punto di vista relazionale che burocratico e amministrativo.  

Avvicinandoci all’ambito di nostro interesse, possiamo individuare la mediazione linguistica, che consiste principalmente nella traduzione da una lingua verso un’altra. Arriviamo infine alla mediazione culturale, che in genere viene considerata sinonimo di mediazione interculturale. In realtà la mediazione interculturale è una forma particolare di mediazione culturale: la mediazione culturale consiste nell’avvicinare le persone a ambienti, concetti, modi di vedere e modi di espressione culturali a loro sconosciuti, e in quest’ambito possiamo fare rientrare figure come le guide turistiche, le guide museali, i divulgatori scientifici, gli animatori culturali e simili. 

La mediazione interculturale invece è un’attività professionale che riguarda principalmente l’ambito del sociale, della sanità, dell’educazione, della giustizia e dell’accoglienza. Il fine ultimo di questa attività è facilitare la comunicazione, della convivenza e dell’interazione tra culture e modi di vivere diversi, non semplicemente la loro comprensione. 

Il termine intercultura indica un insieme di tecniche, proposte, attività educative e sociali che si prefiggono il miglioramento della qualità di vita in un mondo e in una società multiculturali. Dobbiamo partire dal presupposto che è possibile trovare modi e modalità di convivenza pacifica e interazione positiva tra culture e modi di vivere anche molto diversi tra di loro. 

Al giorno d’oggi la multiculturalità è un dato di fatto: la monocultura non esiste in nessuna parte del globo se non in pochissimi angoli isolati dal mondo. In ogni società, in ogni paese convivono più visioni, modi di vivere e di vedere, più religioni, lingue, classi sociali, culturali, sessi, tendenze sessuali. Tutte queste differenze coesistono di fatto, più o meno apertamente. 

La relazione tra diversi può essere di vari tipi. Ignorarsi, interagire ma tenendo la guardia sempre alta, interagire con violenza cercando di cambiare l’altro o di annientarlo, convivere in pace e in armonia. 

L’interculturalità è quindi un pensiero, o meglio un tipo di progettualità che cerca di rendere pacifica la convivenza e positive le interazioni tra diversi. Per raggiungere questo scopo si prefigge la facilitazione della conoscenza e del rispetto reciproci e degli scambi positivi, attraverso il dialogo, il confronto, il decentramento (ovvero la capacità di accantonare il proprio punto di vista per immedesimarsi nei panni dell’altro), la partecipazione e la ricerca di soluzioni in comune. 

La mediazione interculturale la si può quindi definire una forma di mediazione con obiettivi interculturali. Non semplice mediazione linguistica, dato che non si tratta solo di tradurre da una lingua a un’altra, per quanto il mediatore deve sapere tradurre perfettamente riuscendo ad adattare le lingue al contesto della situazione. Ma non si tratta nemmeno di mediazione culturale nel senso di spiegare e chiarire concetti culturali sconosciuti, per quanto sia uno dei presupposti fondamentali per favorire l’interazione. La mediazione interculturale mette insieme queste due forme di mediazione, linguistica e culturale, si spinge oltre.  

Come si è sviluppata la mediazione culturale in Italia 

Per moltissimo tempo l’Italia ha conosciuto la migrazione dall’altro lato del flusso migratorio: dalla metà del diciannovesimo secolo fino a oggi, milioni di cittadini Italiani hanno lasciato la propria terra per trovare una vita decente altrove. Oggi, nonostante non si utilizzi più molto spesso il termine emigranti, ci sono circa 5 milioni di cittadini nati in Italia e residenti all’estero, e inoltre possiamo trovare tra i 60 e 80 milioni di oriundi, i discendenti dei migranti italiani, in particolare in Nord e Sud America e nell’Europa settentrionale.  

Con la ricostruzione avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale e la veloce industrializzazione che ne è seguita, il paese è uscito dalla povertà ed è diventato una delle maggiori potente industriali al mondo. Questo inizialmente ha portato prima alla diminuzione del flusso emigratorio, poi, vero la fine degli anni ‘70, alla formazione di un flusso di immigrazione in entrata

I primi migranti per alcune nazionalità erano solo uomini che lavoravano nell’agricoltura, nell’edilizia o nel commercio, mentre per altre nazionalità c’erano solo donne che lavoravano nella collaborazione domestica, come donne di servizio o assistenti di cura per anziani, bambini e persone malate. Si trattava in moltissimi casi di un’immigrazione invisibile, verso cui non vi erano interventi particolari in termine di riconoscimento dei diritti.  

Per la fine degli anni ‘80 il numero degli immigrati salì notevolmente, a causa soprattutto di arrivi significativi dal Marocco e dall’Albania. Nel 1990 fu adottata la prima legge quadro, detta legge Martelli, che regolarizzava la presenza dei cittadini stranieri sul territorio italiano, dando loro un riconoscimento ufficiale e dei diritti. 

Con l’arrivo in Italia prima delle popolazioni di origine magrebina negli anni ‘80 quindi albanese negli anni ‘90‘ si sono generate situazioni nuove e che richiedevano una nuova legislazione, innanzitutto negli ambiti lavorativi, scolastici e sanitari, ma in seguito anche in quelli della gestione dell’ordine pubblico, della giustizia, della l’amministrazione pubblica, degli sportelli di informazione, delle banche e in vari altri ambiti. Nel frattempo i numeri e le aree di provenienza delle nuove popolazioni aumentavano esponenzialmente. 

Si è reso evidente quindi l’individuazione di una nuova figura professionale, quella del mediatore culturale, che fosse in grado di tradurre la lingua  ma anche di spiegare la cultura, aiutare a risolvere problemi, proporre soluzioni, mediare nei conflitti, progettare e valorizzare le risorse per una convivenza pacifica tra i cittadini di origine straniera da una parte e la popolazione e le istituzioni italiani dall’altra. 

Negli ultimi anni, con l’arrivo dei flussi di profughi dall’Africa e dalle altre zone del mondo in guerra, la figura del mediatore interculturale gioca un ruolo fondamentale nei Centri di Accoglienza Temporanea per adulti e per minori. 

Tra il 1990 e il 1995 vengono attivati i primi corsi per mediatori Interculturali, generalmente finanziati dalle Regioni o dal Ministero del Lavoro, alcuni anche dal Fondo Sociale Europeo. Inizialmente questi corsi erano frequentati in maggioranza da italiani, ma successivamente che ci si è resi conto del fatto che non si trattava solo di mediazione linguistica (tradurre da una lingua all’altra) né esclusivamente di mediazione culturale (avvicinare un concetto o una disciplina culturale a chi non ne è a conoscenza) In questo caso si tratta di mediare tra due culture, due visioni del mondo, due sistemi di pensiero. 

Ci si è resi conto in breve tempo che per ricoprire questo ruolo è necessaria quindi, oltre alla conoscenza della lingua di origine e dell’italiano, anche una buona conoscenza sia della cultura di origine degli immigrati che quella del paese di approdo. Il profilo ideale del mediatore interculturale si è delineato in maniera chiara: un immigrato che ha una buona conoscenza del paese e della cultura d’origine e che ha vissuto abbastanza in Italia da conoscerne bene la lingua, le usanze, la cultura, il sistema politico, sociale, amministrativo e culturale. A questi requisiti va poi affiancata una formazione per dare una migliore conoscenza del territorio e delle istituzioni e strumenti per mediare.  

I vari percorsi formativi hanno maturato la necessità di suddividere la formazione in un primo livello, base e poi in un secondo livello, specialistico settoriale. Soltanto nel 2015 esce il primo manuale con le linee guida per un corso di base per i mediatori culturali.  

Cosa fa il mediatore culturale 

La mediazione interculturale consiste nell’aiutare a trovare soluzioni giuste tra due parti, che molto spesso sono coinvolte in un rapporto molto asimmetrico. Da una parte c’è l’immigrato, o richiedente asilo o profugo, che si muove in un ambiente sconosciuto, spesso sapendo poco o per nulla la lingua, la cultura, e soprattutto le leggi e regole amministrative del luogo; dall’altra parte troviamo gli operatori dei vari servizi sociali, sanitari, educativi, di sicurezza o di giustizia, che si muovono nel loro ambiente abituale, con procedure e meccanismi conosciuti, dando spesso per scontata la conoscenza di leggi e normative. 

Il mediatore culturale si definisce come un operatore competente che funge da collegamento tra gli immigrati e il contesto territoriale e sociale in cui vivono e lavorano. Ad esempio funge da interprete tra insegnanti e allievi immigrati, tra personale medico-sanitario e rifugiati, tra impiegati pubblici e richiedenti asilo.  

Il mediatore interculturale è una persona adulta, che generalmente proviene da una delle aree di origine di una delle popolazioni immigrate e che vive da almeno due anni in Italia. Deve possedere almeno un diploma di scuola superiore e avere ottime competenze linguistiche sia in lingua madre che in italiano. 

Inoltre il mediatore deve essere in grado di comprendere e interpretare i codici culturali sia del paese d’origine che di quello di accoglienza, al fine di facilitare la comunicazione tra persone che parlano lingue diverse o con differenze culturali rilevanti e che potenzialmente possono dare origine a malintesi o conflitti. 

Il mediatore Interculturale interviene in un gran numero di attività: dall’intermediazione linguistica all’accompagnamento nei percorsi individuali, alla facilitazione degli scambi tra cittadini immigrati e operatori di servizi e istituzioni. Il suo lavoro consiste nell’analizzare i bisogni e le risorse di un singolo utente o di un gruppo e progettare ed orientare iniziative e strumenti che aiutino l’integrazione. Il suo compito è assicurarsi che entrambi gli interlocutori abbiano compreso correttamente parole, significati e concetti, anche complessi, al fine di interagire tra di loro sulla base di un dialogo chiaro ed efficace. 

Le funzioni della mediazione sono multiple: traduzione, comunicazione interpersonale tenendo conto delle differenze culturali, etniche, religiose, di genere e di vissuto; saper ascoltare ed essere empatici; riconoscere e valorizzare le differenze. 

Gli ambiti di intervento del mediatore sono: il sistema educativo e formativo, salute, giustizia, pubblica amministrazione, sicurezza e accoglienza di primo livello; e, alla fine, anche nel settore privato di no-profit (Protezione Civile, Croce Rossa, ONG, associazionismo laico e religioso). 

I servizi di mediazione interculturale si differenziano in base alle aree di specializzazione, alle situazioni e alle necessità, ordinarie o dettate dalle necessità per le quali vengono impiegati. 

Nel primo periodo di accoglienza, il mediatore culturale spesso fornisce assistenza diretta all’immigrato: lo accompagna presso strutture sanitarie per effettuare esami e accertamenti medici e in Questure, tribunali e uffici pubblici per sbrigare le pratiche burocratiche previste dalla legge. Ne favorisce poi l’inserimento sociale proponendo corsi di lingua italiana per stranieri o l’iscrizione a corsi di formazione e percorsi di istruzione per stranieri adulti. Per i minori è previsto invece un iter specifico per l’inserimento scolastico. 

Altre tipiche mansioni del mediatore interculturale sono tradurre documenti e aiutare l’extracomunitario a compilare moduli, dichiarazioni e ad espletare tutte le pratiche burocratiche necessarie. 

La figura del mediatore linguistico-culturale è utile non solo ai migranti ma anche a chi eroga servizi di accoglienza, servizi medico-sanitari, servizi di istruzione e formazione professionale, perché aiuta le strutture a relazionarsi al meglio con gli stranieri. Il mediatore interagisce con gli operatori, il personale e i volontari di enti e organizzazioni, comunica i bisogni e le richieste più comuni degli utenti immigrati, avverte su possibili reazioni e comportamenti che persone con un diverso sistema di codici e valori culturali potrebbero avere di fronte a determinate situazioni, prepara materiale informativo multilingue dedicato. In questo modo, la struttura può migliorare il proprio servizio per l’utenza straniera. 

Quadro normativo 

La definizione, a cominciare dal nome, il ruolo e l’utilità del mediatore Interculturale sono solo abbozzati nei testi di legge: 

  • N° 40 del 6 marzo 1998 e decreto legislativo nr 286 del 25 luglio 1998 “Testo unico delle disposizioni e concernenti la disciplina dell’immigrazione”; 
  • Dpr nr 394 del 31 agosto 1999 (norme sulla condizione dello straniero), 
  • per il sistema sanitario: la legge nr 7 del 2006, art. 7; 
  • nell’ambito dell’istruzione, circolari ministeriali nr 205 del 26 luglio 1990 “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale” e quella del 1° marzo del 2006. 

La Conferenza di Padova nel 2002 promossa dal Ministero del Lavoro, costruisce la prima ricognizione sistematica delle caratteristiche possibili del mediatore interculturale e la prima mappatura degli enti pubblici e privati che se ne occupano, raccolti nella ricerca del Cisp del 2003, e il tavolo del Cnel (2000), in cui partecipano tutti gli attori coinvolti in questo tema. 

Il documento finale elaborato dal tavolo del Cnel ha proposto degli standard sia per il percorso formativo che per l’attività lavorativa del mediatore, sulle quali anche le regioni e gli enti locali hanno basato le loro iniziative per “normare” il profilo professionale. 

Norme regionali 

In merito alla definizione della figura del mediatore interculturale, a livello regionale, sono state 11 le Regioni che hanno prodotto specifici riferimenti normativi. 

La prima a normare la figura professionale del mediatore interculturale è stata la Toscana nel 1997. Seguita dal 2000 al 2006 da Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta. 

La definizione della figura del mediatore nelle varie delibere regionali varia da una all’altra. Viene definito come “operatore interculturale”, “tecnico”, “immigrato con esperienza di migrazione che conosce i codici linguistici e culturali della popolazione migrante di riferimento”, “accompagnatore di relazioni”, “ponte di collegamento tra culture diverse”. Alcuni non specificano né ruolo né competenze, anche se offrono più ambiti di intervento. 

Invece, la Regione Marche, con la legge regionale del 2 marzo 1998, è una delle prime regioni a dedicare un articolo (articolo 18) al mediatore interculturale, specificando che “i comuni e le comunità montane per la realizzazione di quanto previsto dalla presente legge possono avvalersi di immigrati esperti e qualificati”. 

In alcune regioni o province sono stabiliti anche dei registri con un elenco di mediatori culturali che però, non costituiscono un vero albo professionale. Questo strumento serve per accreditare e distinguere il millantatore dal mediatore, sia per facilitare il loro reperimento in caso di necessità. 

Lavorare come Mediatore Culturale

Il mestiere del mediatore interculturale in Italia soffre particolarmente della mancanza di un quadro normativo chiaro e di una precarietà diffusa, sia nelle modalità di assunzione che sia nella retribuzione e nelle condizioni di lavoro. 

Le modalità di assunzione e di inquadramento contrattuale dei mediatori sono determinate in parte dalle caratteristiche del servizio e del settore di riferimento e in parte dagli orientamenti del datore di lavoro, che può essere nell’ambito scolastico ed educativo o socio-sanitario, così nell’amministrazione penitenziaria. Le forme di rapporto lavorativo possono variare dall’impiego occasionale, il cosiddetto contratto a chiamata, alla consulenza per il settore pubblico, alla libera professione con partita IVA, fino all’assunzione in enti no profit a tempo determinato o indeterminato (in pochissimi casi). 

Le tariffe corrispondono a lavoro svolto su base oraria, giornaliera o mensile. La situazione di precarietà è purtroppo ricorrente e diffusa dovuta alla scarsa durata dei progetti, e quindi non consente alla professione di intavolare contrattazioni di carattere collettivo. La tariffa oraria varia dai 5 € fino ai 60 € l’ora, in base alle competenze e alla specificità del progetto. La scuola e il carcere sono in genere i settori in cui le ore di mediazione vengono pagate meglio. Purtroppo c’è una corsa al ribasso delle tariffe orarie, incoraggiata dalle stazioni appaltanti che mettono in competitività sia gli enti che offrono servizi di mediazione che singoli mediatori liberi professionisti. Fino a quando la professione non avrà un vero e proprio riconoscimento normativo a livello nazionale, purtroppo non sarà possibile fissare degli standard per la categoria.

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