Disparità salariale nella Euro zona

Eurostat ha recentemente pubblicato il rapporto sul salario minimo nell’eurozona. L’analisi condotta nel Febbraio 2020 mette a confronto l’entità dei salari minimi dei maggiori stati europei nel gennaio 2010 con quelli del gennaio 2020.

Il rapporto fa riferimento allo stipendio netto, il totale meno le tasse e contributi sociali versati che sono diversi da paese a paese. Eurostat fornisce questi dati ogni due anni. I dati riscontrano un aumento del salario minimo nel gennaio 2010 rispetto al gennaio 2020, in ogni stato europeo. I paesi che più hanno aumentato la media del proprio salario minimo sono la Romania del 2,5%, la Lituania del 10,1%, la Bulgaria 9,8%, l’Estonia 7,7 % e la Repubblica Ceca 6,7%. In Europa sono 21 su 27 i paesi che prevedono un salario minimo stabilito per legge.

L’analisi condotta è stata classificata in tre gruppi diversi e sono stati considerati alcuni stati non membri dell’EU, rappresentati in rosso nella tabella.

Salari minimi riconosciuti in Europa

Il Lussemburgo garantisce un salario minimo di gran lunga più alto rispetto alla media europea. Il salario minimo lordo più alto riconosciuto per legge è quello del governo del Lussemburgo. Chi lavora in questo paese non può ricevere meno di 2142 EUR lordi. Risultano distaccati altri paesi che comunque garantiscono buste paga lorde elevate, l’Irlanda 1656 EUR, i Paesi Bassi 1636 EUR, il Belgio 1594 EUR, la Germania 1584 EUR.

In fondo alla classifica invece troviamo la Bulgaria dove un regolare contratto parte da 312 EUR lordi. I contratti risultano molto diversi da zona a zona dell’Europa per via anche del costo della vita. I salari minimi divengono più alti se ponderati con il potere d’acquisto.

L’Italia non riconosce per legge un salario minimo e questo rappresenta un argomento molto dibattuto.

Le proposte della Commissione UE

L’Italia è tra i pochi paesi in Europa che non garantisce un salario minimo stabilito per legge. La commissione europea ha tra le priorità l’obbligo di prevedere un salario minimo in tutti gli stati dell’Europa. È già presente una bozza di legge per ora al vaglio dai commissari di Bruxelles.

I parametri previsti dalla bozza di legge garantirebbero lo stipendio base per un cittadino italiano intorno ai 950 EUR lordi mensili.

L’importo è stimato sulla base della proposta del Commissario del Lavoro Europeo Nicolas Schimit, che ha sostenuto l’ipotesi di stabilire l’importo, calcolato come il 60% della retribuzione media del paese di riferimento. L’Italia ha il salario lordo mensile intorno ai 1570 EUR, il 60% di questo importo equivale a 950 EUR.

Italia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria e Cipro sono i paesi dell’Europa che non garantiscono per legge un salario minimo.

A onore del vero bisogna dire che in Italia pur non essendoci una legge che prevede un salario minimo garantito esistono altre forme di contrattazione i così detti contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) inseriti nel diritto del lavoro italiano. Questi consistono in un contratto stipulato tra le organizzazioni che rappresentano i lavoratori dipendenti e datori di lavoro.

Contrattazione dei salari in Italia – I CCNL

In Italia i salari e le regole vengono concordate attraverso il contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). I CCNL sono definiti dal diritto italiano e regolano gli aspetti normativi ed economici.

Finalità

I contratti collettivi stabiliscono le regole nei rapporti lavorativi tra lavoratori e datori di lavoro e sono specifici a seconda del settore, ad esempio trasporti, pubblico impiego, commercio. La contrattazione si svolge a diversi livelli.

A livello inter-confederale sono definite le regole generali, a livello nazionale sono definite le regole a seconda della categoria lavorativa. Le contrattazioni collettive possono avvenire anche a livello territoriale o aziendale.

Il datore di lavoro stipula gli accordi con le organizzazioni sindacali oltre che per l’importo e le condizioni lavorative anche per casi quali: cassa integrazione, licenziamenti collettivi o trasferimenti di azienda.

Il dibattito politico italiano

I due schieramenti politici sono ben lontani dal trovare un accordo. Il governo Pd -M5S attualmente maggioranza di governo, riconosce la necessità di introdurre un salario minimo anche in Italia è ciò che si evince nell’ultima bozza sulle linee programmatiche. Nel documento appare la voce: «individuare una retribuzione giusta (“salario minimo”), garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori».

Agli occhi degli analisti non sembra una proposta ben definita, le idee del governo italiano sul come effettivamente introdurre il salario minimo trovano frizioni tra i due schieramenti che appaiono distanti nel raggiungimento di un accordo. L’unico punto di convergenza riguarda la necessità di tutelare quelle persone che sono costrette a lavorare con guadagni orari molto bassi, intorno ai 3- 4 EUR / l’ora.

Le proposte sono due, la prima è contenuta nel DDL Catalfo a firma M5S, e risulta bloccata da mesi in Senato. Il provvedimento sul salario minimo prevede in 9 EUR lordi la retribuzione minima oraria. La misura ha acceso un dibattito e coinvolto tutte le parti sociali, la critica principale sollevata dalle opposizioni, risiede nel fatto che tale importo porterebbe un aumento dei costi alle imprese stimato del 20%.

Il Partito Democratico propone una commissione di esperti che integri il salario minimo con i CCNL. Le attenzioni sono rivolte all’ottenimento di una legge che non preveda un salario minimo troppo elevato (che porti le aziende a considerare i rischi/benefici derivanti dall’avere lavoratori in nero), né un salario minimo garantito troppo basso che porterebbe ad una fuga dalla contrattazione collettiva.

Differenze in busta paga tra uomo e donna nel mondo

Il Word Economic Forum ha stimato che di questo passo la parità retributiva tra i generi verrà raggiunta tra 257 anni. Nel mondo non esiste alcun paese che riesca a garantire una parità salariale tra uomini e donne, sebbene risulti esserci una correlazione negativa tra il livello di sviluppo di un paese e il “gap” retributivo uomo donna.

Secondo il Global Wage Report 2018/19 dell’International Labour Organization, nel mondo, le donne hanno una busta paga del 20% minore rispetto agli uomini. Le disparità retributive sono tra le maggiori ingiustizie sociali di oggi. Colmare il gap è tra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile 2030 dell’ONU: “la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutti e la parità di retribuzione per lavoro di pari valore”.

Colpisce come nel mondo i divari retributivi siano indipendenti dal livello di istruzione. Infatti, le donne risultano più istruite degli uomini, ma guadagnano meno. Inoltre, le imprese a conduzione prevalentemente femminile risultano avere salari più bassi. Il fattore che influisce maggiormente è la maternità che porta ad interruzioni o riduzioni dell’orario di lavoro e limitazioni nel raggiungimento di ruoli dirigenziali all’interno delle imprese.

Differenze di salario tra uomo e donna in Italia

In base ai dati Eurostat in Italia il gender pay gap italiano è pari al 5,5%, migliore di tanti paesi europei. L’Italia appare particolarmente attenta nel mantenere gli stipendi tra uomo e donna tutto sommato alla pari. La differenza salariale trai i due generi è solo del 5,5% in favore degli uomini, decisamente meglio rispetto al 19% del Regno unito, al 18% degli Stati Uniti, al 15,8% della Francia, e al 15% della Spagna.

Il dato però non deve trarre in inganno in quanto l’indicatore Istat è denominato come non aggiustato o non rettificato, lo sostiene la professoressa Luisa Rosti dell’Università di Pavia che spiega come le disparità tra uomo e donna in ambito lavorativo non consistono solo nella retribuzione media oraria.

Bisogna tener conto anche del minor numero di ore lavorative effettuate dalle donne e dalla diversità in termini di occupazione. Per un dato più accurato bisogna osservare il Gender overall earnings gap. L’indice considera tutte le variabili che possono in qualche modo portare una disparità di genere. Il dato si attesta in Europa al 39,6% e al 43,7% in Italia. La vera disparità in Italia consiste nella retribuzione per ora lavorata e nella differenza del tasso di occupazione.

Il caso svizzero

A riprova che il tema delle disparità salariale tra uomo e donna non sia esclusiva dei paesi meno sviluppati o meno civili dal punto di vista dei diritti, risulta emblematico lo sciopero generale in Svizzera per le pari opportunità delle donne, avvenuto in data 14 giugno del 2019.

Uno sciopero in Svizzera è già di per sé una notizia considerata l’alta qualità della vita e il fatto che l’ultimo sciopero generale si svolse nel 1918, da allora ci furono solo alcune proteste di settore e il primo sciopero femminile nel 1991 per le pari opportunità.

Le lavoratrici in Svizzera guadagnano il 20% in meno rispetto ai lavoratori uomini. Lo sciopero del giugno 2019 comprendeva anche la richiesta di maggior rappresentanza in Parlamento e una maggiore attenzione ai temi inerenti alla maternità.

Il gap salariale all’interno di una grande azienda quotata in borsa

Henry Ford sosteneva: “Esiste una sola regola per l’imprenditore: fare il migliore prodotto possibile al minor costo possibile, pagando i massimi stipendi possibili”. L’idea di Ford, fondatore della celebre casa automobilistica Ford Motor Company, appare oggi quanto mai distante.

All’interno di una stessa azienda e a seconda del ruolo ricoperto possono esserci situazioni in cui un manager arrivi a guadagnare fino a 300 volte in più rispetto ad un operaio.

Affrontando le disparità salariali all’ interno dell’eurozona è necessario fare una citazione sulla situazione mondiale che coinvolge tutte le più grandi imprese quotate sui mercati finanziari e non solo.

Le vere disparità salariali infatti non sono date esclusivamente dall’economia interna variabile da paese a paese, in quanto come si è già visto nell’articolo, questo gap tende a ridursi se ponderato al costo della vita.

La vera piaga in tema di salari consiste nella crescente differenza tra i più alti dirigenti di azienda e il lavoratore di ruolo più basso.

Le grandi differenze in termini di salario degli alti dirigenti rispetto ai lavoratori collocati in basso nella piramide aziendale sono state calcolate dall’ “Executive Paywatch” del sindacato americano AFL-CIO.

Si evince che i guadagni dei CEO (Chief Executive Officer) sono aumentati del 23% in dieci anni. Il dato fornisce una proporzione dell’entità se paragonato al 1990 quando il rapporto tra lavoratore medio e top manager era di 1 a 42. Questo rapporto è salito di 8 volte in trent’anni. Una differenza che non si vedeva dal 1920, gli anni che precedettero la prima grande depressione.

Il gap salariale all’interno delle aziende italiane

L’Italia è assolutamente in linea con gli stati occidentali più sviluppati, basti pensare che nel 2010 l’amministratore delegato di Unicredit ha percepito una buona uscita di 40 milioni di Euro. Le retribuzioni derivano per la maggior parte dalle stock option.

26 persone nel mondo posseggono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone

Il report di Oxfam riporta dati allarmanti sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. La crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi individui è un trend in costante aumento sia nei paesi occidentali ma anche nei paesi meno sviluppati.

L’argomento è stato trattato anche alla conferenza di DAVOS nel 2019.

26 persone nel nostro pianeta detengono la ricchezza equivalente a quella di 3,8 miliardi di persone, quasi la metà dell’intera popolazione mondiale. In Italia la situazione non è molto differente, il 20% più ricco tra gli italiani detiene il 72% dell’intera ricchezza nazionale.

Il dato fa ancora più impressione se consideriamo che il numero dei milionari negli ultimi 10 anni è raddoppiato.
Il 60% della popolazione detiene solo il 12,4% della ricchezza nazionale. I dati sono stati divulgati dall’ Oxfam Italia e riportati durante la conferenza internazionale di Davos.

Per fare qualche paragone basti pensare che Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo e proprietario di Amazon possiede un patrimonio di 112 miliardi di dollari che equivale all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un paese con 105 milioni abitanti.

Ad aggravare il quadro c’è il fatto che gli individui più ricchi godono di una fiscalità più bassa. Negli ultimi decenni, nei paesi sviluppati la più alta aliquota d’imposta è passata dal 62% del 1970 al 38% del 2013.

In alcuni paesi come il Brasile o il Regno Unito il 10% della popolazione più povera paga imposte in proporzione più alte rispetto al 10% più ricco.

Secondo Oxfam gli sforzi dei governi dovrebbero essere rivolti ad ottenere un maggior gettito da parte dei più ricchi nel tentativo di ridurre le disuguaglianze.

Se solo si aumentasse dello 0,5% il pagamento di imposta si otterrebbe un gettito pari al costo per l’istruzione di 262 milioni di bambini che ancora oggi nel mondo non hanno accesso all’istruzione e alla sanità.

Non risulta ancora un adeguato sistema di controllo che contrasti i super ricchi nel trasferimento delle loro risorse nei paradisi fiscali. Si ritiene che il 30% della ricchezza privata generata in Africa sia trasferita offshore, il che sottrae 15 miliardi di $ ai governi africani.

Gli scenari sono allarmanti, il vero timore è che un così alto accumulo di ricchezza privata, oltre che generare forti disuguaglianze e ingiustizie, riduce anche i poteri dei governi nazionali nell’adottare politiche volte ad una bilanciata distribuzione della ricchezza.

Ad oggi ci sono multinazionali che hanno redditi equivalenti o superiori ad interi stati, i loro processi decisionali riescono ad influenzare gli scenari geopolitici in misura uguale e spesso anche maggiore rispetto agli stati stessi. Ciò porta ad una progressiva perdita di potere da parte dei governi in favore delle aziende private che quindi riescono a continuare ad accumulare ricchezza.

La situazione è paradossale, non è raro infatti leggere di milionari che mettono a disposizione enormi capitali per contrastare disuguaglianze, nella sanità, nella cultura e nel soccorso in caso di gravi emergenze naturali.

Un esempio su tutti è Bill Gates. Il celebre fondatore di Microsoft Corporation, in vent’anni ha donato oltre 45 miliardi di dollari in iniziative mirate alla riduzione della povertà e per il clima.

Louis Tomlinson, famoso cantante ha donato 2,6 milioni di euro alla Charity Believe in Magic, destinato al sostegno dei bambini affetti da gravi malattie terminali. Shonda Rhimes, famosa e ricca produttrice televisiva, sostiene la cultura con donazioni milionarie ogni anno. Miley Cyrys sostiene i senza tetto e le persone emarginate offrendo pasti gratuiti e vestiario.

Tuttavia, è impensabile immaginare un mondo dove le disuguaglianze debbano essere contrastate dalle iniziative di alcuni ricchi privati e assistere ad una progressiva perdita da parte dei governi nazionali di farsi carico delle disparità sociali.
Sono tematiche ampie e dibattute che a oggi non sembrano trovare alcuna soluzione.

Una distribuzione ottimale delle risorse sconfiggerebbe tutti i problemi relativi alla fame, alla sanità, e riuscirebbe a garantire l’accesso all’istruzione, alla sanità e al lavoro.

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