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	<title>Cercalavoro.it &#8211; cerco lavoro, offerte di lavoro</title>
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		<title>Innovare la propria carriera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2020 02:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colloquio Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Innovare la propria carriera lavorativa può essere una scelta dettata da esigenze diverse. Un libero professionista, ad esempio potrebbe rendersi conto che il suo lavoro non è più al passo con i tempi, sentendo l’esigenza di cambiare qualcosa. Un sentimento quest’ultimo che può riguardare altresì un lavoratore dipendente, spinto magari dalla volontà di nuovi sbocchi [&#8230;]</p>
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<p>Innovare la propria carriera lavorativa può essere una scelta dettata da esigenze diverse. Un libero professionista, ad esempio potrebbe rendersi conto che il suo lavoro non è più al passo con i tempi, sentendo l’esigenza di cambiare qualcosa. Un sentimento quest’ultimo che può riguardare altresì un lavoratore dipendente, spinto magari dalla volontà di nuovi sbocchi professionali. Innovazione, competitività e produttività sono dei punti fermi per il mercato del lavoro, gli sconvolgimenti in atto inoltre, <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/non-sara-piu-come-prima/" data-wpel-link="internal">spingono verso un ripensamento</a> indipendentemente dal settore di appartenenza.</p>



<p>In questo articolo si forniscono gli strumenti necessari e utili al fine di innovare la propria carriera, come trovare nuovi stimoli, come sviluppare nuove competenze con uno sguardo rivolto a come cambierà il lavoro nel futuro.</p>



<h2>L’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro</h2>



<p>Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il 20 gennaio 2020 ha organizzato la “<a rel="noreferrer noopener external" href="https://www.lavoro.gov.it/priorita/Pagine/L-impatto-della-digital-transformation-nella-PA.aspx" target="_blank" data-wpel-link="external">Giornata della Digitalizzazione: Innovazione e Lavoro, l’Italia è pronta alla sfida?</a>”. All’iniziativa hanno partecipato tra gli altri, la Ministra del lavoro e delle politiche sociali Nunzia Catalfo, la Ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Grazia Strano, la Direttrice Generale dei sistemi informativi, dell’innovazione tecnologica, monitoraggio dati e della comunicazione, alcuni rappresentanti del settore privato che lavorano a stretto contatto con la pubblica amministrazione e cariche dirigenziali.</p>



<p>Il tema principale affrontato è stato quello di “<em>trovare un raccordo tra il mondo del lavoro e le competenze dei cittadini</em>”.</p>



<p>Dalla conferenza si evince come è e sarà sempre più “<em>la tecnologia a guidare il modo di lavorare, comunicare e pensare</em>”, così afferma nel suo intervento Gianluca Di Cicco partner Deloitte.</p>



<p>Per innovare una carriera lavorativa, appare evidente tenere in considerazione quali sono gli scenari attuali; “<em>la rivoluzione digitale non è solo tecnica, ma sociale e antropologica</em>”, dichiara Tiziano Treu, Presidente CNEL.</p>



<h2>Come rinnovare il proprio lavoro</h2>



<p>Da dove partire per restare a passo con il mondo del lavoro? A questa domanda risponde <a href="https://www.payscale.com/career-news/2019/04/7-easy-ways-to-renew-your-career-right-now" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Anne Holub</a>, una scrittrice ed editrice specializzata in tematiche digitali, in un articolo per PayScale.</p>



<h2>Mettere in ordine la propria scrivania</h2>



<p>Prima di fare qualsiasi passo è utile riordinare la scrivania e le idee. Nel fare pulizia potrebbero riaffiorare vecchi progetti e appunti, abbandonati per mancanza di tempo. Riprenderli in mano può essere un buon inizio al fine di rivalutare le potenzialità di tutti i progetti ideati negli ultimi anni.</p>



<h2>Aggiornare il curriculum</h2>



<p>Con il passare degli anni le nuove competenze acquisite devono essere aggiornate sul curriculum. Innovare la propria carriera, significa rimettersi in gioco, in un mercato del lavoro che considera positivamente esperienze, risultati, e <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/5-consigli-per-scrivere-un-curriculum-vincente/" data-wpel-link="internal">successi raggiunti negli anni</a>.</p>



<h2>Prendersi una pausa</h2>



<p>Può essere utile prendersi qualche giorno per riflettere sul proprio lavoro esplorando le nuove opportunità che la rete propone. Una ricerca meticolosa può portare a scoprire nuove strade da percorrere. È altresì utile confrontarsi con un amico o un mentore riguardo le nuove idee e progetti.</p>



<p>Quando si ha un’opportunità di confronto con persone dall’alto profilo professionale è un’occasione da non lasciarsi sfuggire, queste figure possono aiutare nel gestire le sfide e fornire utili consigli per ottenere il supporto finanziario di cui si ha bisogno, sostiene Bianca Miller Cole per la rivista Forbes.</p>



<h2>Imparare qualcosa di nuovo</h2>



<p>Apprendere nuove nozioni attraverso corsi online e conseguire certificazioni è un buon modo per innovare il proprio lavoro. Tra le necessità più richieste dal mercato del lavoro ci sono:</p>



<p><strong>Conoscenza delle lingue</strong>: studiare una nuova lingua non solo arricchisce il curriculum ma è anche un ottimo modo per tenere la mente allenata.</p>



<p><strong>Studiare le tecnologie emergenti</strong>: in futuro si farà sempre più uso di robot. Conoscere e saper maneggiare i processi legati all’intelligenza artificiale è un ottimo modo per stare un passo avanti e sviluppare conoscenze all’avanguardia.</p>



<p>Sostiene John Coleman di Harvard Business Review: “<em>Coloro che si dedicano all’apprendimento sono quasi sempre più felici e socialmente e professionalmente più coinvolgenti, rispetto coloro che non lo fanno</em>”.</p>



<h2>Uscire dalla solita routine</h2>



<p>La diffusione delle forme di <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/smart-working-in-tempo-di-crisi/" data-wpel-link="internal">lavoro agile o Smart Work</a>, possono portare un distacco tra la vita reale e il mondo digitale. Per evitare di trascorrere lunghi periodi a casa, un consiglio è quello di sperimentare nuovi posti da dove poter lavorare quali ad esempio una caffetteria, una biblioteca o un parco. Una soluzione altresì percorribile è quella di affittare uno spazio in un co-working, un’idea che permette sia di lavorare, sia di stabilire nuove relazioni sociali e contatti lavorativi.</p>



<h2>Trovare nuovi stimoli al lavoro</h2>



<p>Al giorno d’oggi il mondo del lavoro è in una fase di passaggio, alcune persone sono ancora legate ad una concezione del lavoro sempre più desueta, secondo la quale un lavoratore svolge la medesima attività, nel medesimo ufficio per l’intera durata della propria carriera lavorativa. Altre persone invece, cambiano spesso lavoro e interessi, alla continua ricerca di occasioni e opportunità.</p>



<p>Innovare la propria carriera lavorativa può essere un’esigenza dettata da un calo di motivazione verso il solito vecchio lavoro, tuttavia può costituire un freno la paura di abbandonare un posto sicuro e rimettersi in gioco.</p>



<p>In un articolo per la <a href="https://www.forbes.com/sites/forbescoachescouncil/2018/03/23/relight-your-spark-15-ways-to-renew-motivation-at-a-long-term-job/#49751286cae1" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">rivista economica Forbes</a> si indaga come rinnovare la propria motivazione sul posto di lavoro, così da avere la spinta necessaria per un avanzamento di carriera.</p>



<h3>Chiedersi quali sono le novità all’interno dell’azienda</h3>



<p>Ogni azienda è sempre alla ricerca di una novità, un atteggiamento proattivo verso l’innovazione aiuta a mantenere una mentalità aperta, oltre che alimentare le motivazioni. In altre parole, ogni professionista dovrebbe avere chiara la direzione verso cui sta andando e quali sono gli obiettivi da raggiungere.</p>



<h3>Non dimenticare il significato profondo del proprio lavoro</h3>



<p>Quando la routine scandisce le giornate lavorative, può essere utile fermarsi a riflettere sul vero scopo del proprio lavoro. Ricordarsi che l’attività che si sta facendo aiuta a risolvere i problemi di altre persone, ricordare i successi conseguiti nel tempo, aiuta nel ritrovare la motivazione e spingersi verso nuovi risultati.</p>



<h3>Pensare a ciò che è possibile cambiare</h3>



<p>Cosa si può fare per migliorare la situazione? Porsi questa domanda aiuta a costruire il futuro, perché rispondendo si inizia a tracciare una strada da percorrere. Provare ad intraprendere nuove attività diverse dalle classiche responsabilità quotidiane, aiuta a stabilire nuovi obiettivi da raggiungere.</p>



<h3>Lavorare ogni giorno come se fosse il primo</h3>



<p>L’atteggiamento migliore da mantenere sul posto di lavoro è essere curiosi e determinati nel voler scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Iniziare una giornata con questo obiettivo permette di aprirsi verso nuove opportunità e di affrontare con maggiore leggerezza la giornata.</p>



<h3>Cercare di divertirsi</h3>



<p>Fare ogni giorno qualcosa di diverso, come se fosse un gioco, creando varietà alle proprie giornate aiuta a mantenere un morale positivo. In tal senso può essere utile introdurre delle nuove abitudini, come lavorare con la musica in sottofondo o organizzare momenti di svago post lavoro con i propri colleghi.</p>



<h2>Il lavoro tra tecnologia e innovazione</h2>



<p>Lenovo Group Limited è una azienda multinazionale specializzata in nuove tecnologie con sede a Pechino. La società si occupa della progettazione e dello sviluppo software per personal computer, tablet, smartphone e server.</p>



<p>In una ricerca condotta nell’<a href="https://news.lenovo.com/pressroom/press-releases/new-global-study-by-lenovo-reveals-technology-creates-more-diverse-work-environments/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">ottobre 2019 da Lenovo</a>, che ha coinvolto un campione di 15.000 persone, si evince che il 58% ritiene sia la tecnologia causa di un ambiente di lavoro sempre più diversificato, sia che questa aiuti a migliorare la carriera lavorativa. Il 52% inoltre, considera positivo l’impatto dell’intelligenza artificiale nella risoluzione delle parti “<em>noiose</em>” di un lavoro.</p>



<p>Lo studio che ha coinvolto i lavoratori di tutto il mondo provenienti da Stati Uniti, Messico, Brasile, Cina, India, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia e Italia, ha messo in luce come secondo gli intervistati <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/lintelligenza-artificiale-e-una-minaccia-per-i-lavoratori/" data-wpel-link="internal">la tecnologia potrebbe eliminare i posti di lavoro</a>, una preoccupazione presente in oltre la metà dei lavoratori.</p>



<p>Tecnologia e intelligenza artificiale sono e saranno sempre più due aspetti da tenere in considerazione per chiunque è intenzionato a innovare la propria carriera lavorativa.</p>



<p>Secondo Dilip Bhatia, Vicepresidennte, User and Customer Experience di Lenovo&nbsp;“<em>La nuova generazione di lavoratori, che si aspetta metodi di lavoro più flessibili, è cresciuta con dispositivi tecnologici “always-on” e ne sta promuovendo una rapida adozione negli ambienti di lavoro, sfumando di fatto la linea di demarcazione fra tecnologie consumer e aziendali</em>”. Secondo&nbsp;Bob O’Donnell, Presidente e Chief Analyst di TechNalysis Research: “<em>È legittimo nutrire preoccupazioni sull’impatto delle tecnologie sui lavoratori, ma è altrettanto facile non tenere conto delle cose che i nostri dispositivi fanno per rendere più facile e appagante il nostro lavoro.&nbsp;I vantaggi offerti dai dispositivi tecnologici hanno un impatto più profondo che mai sul nostro modo di lavorare. In futuro renderanno i nostri ambienti di lavoro ancora più interessanti e produttivi</em>”.</p>



<h2>Innovare o cambiare il proprio lavoro?</h2>



<p>Trovare una carriera lavorativamente appagante può essere un lungo e tortuoso percorso. Sono poche infatti le persone che entrano nel mondo del lavoro sapendo esattamente cosa fare. Secondo la <a href="https://www.northeastern.edu/graduate/blog/6-signs-time-change-careers/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Northeastern University di Boston</a>, una persona di 50 anni ha in media svolto 12 lavori diversi. Nel 2016, ben 12 milioni di cittadini americani hanno cambiato lavoro verso un settore completamente diverso dal precedente.</p>



<p>A seconda dell’età e dell’esperienza maturata, ogni fase di una carriera lavorativa può offrire l’opportunità di <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/multipotenziale/" data-wpel-link="internal">scoprire nuovi talenti</a>, sfide e interessi.</p>



<p>Quali sono quei segnali inequivocabili che indicano quando è arrivato il momento di cambiare lavoro e rinnovare la propria carriera?</p>



<h3>Apatia e stanchezza sul posto di lavoro</h3>



<p>Quando si prova la sensazione di essere disconnessi dalle attività lavorative, non si ha energia, le performance calano e non si riesce a rispettare le scadenze, significa che alla base c’è un problema e potrebbe essere arrivato il momento di rivalutare il proprio lavoro.</p>



<h3>Non sentirsi determinanti</h3>



<p>Se ogni giorno sembra identico al precedente e le attività da svolgere sono sempre le stesse, è inutile perseverare e rischiare di sprecare il proprio talento. Il mondo offre numerose opportunità che possono portare nuove energie e morale, utili a mettere a frutto i propri talenti. Un lavoro dovrebbe agire positivamente sull’autostima non negativamente.</p>



<h3>Non si ha voglia di andare al lavoro</h3>



<p>Quando si posticipa la sveglia fino all’ultimo minuto disponibile, perché proprio non si ha voglia di iniziare la giornata lavorativa, è un chiaro segnale di mancanza di entusiasmo. Affrontare un’intera settimana contro voglia, aspettando il week end, non aiuta né il morale né influisce positivamente sulle performance. La sola certezza di uno stipendio a fine mese infatti, non può essere l’unico stimolo a cui aggrapparsi.</p>



<h3>Il lavoro influenza negativamente la vita privata</h3>



<p>Lavorare dovrebbe essere impegnativo ma non debilitante. Quando le dinamiche lavorative si ripercuotono sulla vita privata significa che è necessario iniziare a ripensare e innovare la carriera. Essere perennemente stressati infatti causa il manifestarsi del burnout (https://www.cercalavoro.it/blog/burnout/), che porta a gravi conseguenze psicologiche, fisiche e relazionali.</p>



<h3>Sognare ad occhi aperti un nuovo lavoro</h3>



<p>Se durante le pause e il tempo libero il pensiero è rivolto ad una nuova vita e ad una nuova occupazione o si impiega più tempo a cercare le offerte di lavoro piuttosto che a rispondere alle e-mail dei clienti, dei superiori e dei colleghi, allora significa che è arrivato il momento di apportare drastici cambiamenti.</p>



<h2>In quale direzione innovarsi?</h2>



<p>Innovare la propria carriera come visto fin ora è un processo particolarmente ostico, aggravato dalla situazione in continua evoluzione dei giorni nostri. Il primo passo da compiere è quello di documentarsi ed informarsi al fine di avere tutti gli strumenti necessari per valutare quale direzione sta prendendo il mercato del lavoro.</p>



<p>Di questo tema si è occupata, in un recente articolo la Red Bull GmbH, un’azienda austriaca attiva nel settore delle bevande energetiche. La società fondata nel 1984 da Dietrich Mateschitz e Chaleo Yoovidhya ha conosciuto una diffusione globale a partire dal 1997. Oggi l’azienda fattura oltre 6 miliardi di USD e vanta oltre 10.000 dipendenti. Il carattere innovativo di Red Bull ha fatto sì che il marchio e il celebre slogan “Red Bull ti mette le aaaliii” godano oggi di una visibilità che coinvolge settori quali il Calcio, la Formula 1 e l’Hockey.</p>



<p>Secondo gli <a href="https://www.redbull.com/it-it/il-futuro-del-lavoro" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">esperti di Red Bull</a> negli ultimi anni le caratteristiche richieste dal mondo del lavoro sono sempre più incentrate sulla flessibilità, con un’attenzione da parte delle aziende alla vita dei lavoratori sotto il profilo del tempo libero e del benessere. Inoltre, le previsioni avanzate suggeriscono che:</p>



<ul><li>Il lavoro nei prossimi 10 anni subirà cambiamenti ben maggiori rispetto a quelli avvenuti negli ultimi 10;</li><li>Sempre più i dipendenti sceglieranno da dove lavorare;</li><li>La tendenza è quella di responsabilizzare un lavoratore, facendolo partecipare sempre più ai processi decisionali;</li><li>Gli spazi e gli uffici saranno molto differenti da come sono oggi;</li><li>Saranno sempre più presenti robot, computer e dispositivi dotati di intelligenza artificiale;</li></ul>



<p>Secondo Judy Goldberg, fondatrice di <a href="https://wondershift.biz/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Wondershift</a>, i dipendenti presto potranno scegliere come e quando lavorare, riuscendo a <strong>massimizzare i livelli di produttività e coinvolgimento</strong>.</p>



<p>Dello stesso avviso è Rachel Mostyn co-direttrice di <a href="https://digitalmums.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Digital Mums</a> che si augura un futuro in cui il lavoro verrà visto come una cosa da fare e non come un luogo specifico dove passare le giornate.</p>



<p>Mostyn spiega come per la gestione del portale Digital Mums, l’azienda si affidi a software per la gestione e la pianificazione delle <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/strumenti-gratuiti-smart-working/" data-wpel-link="internal">attività da remoto</a> come Trello e Slack. Il team di lavoro è composto da solo un 14% di dipendenti a tempo pieno, il restante 86% lavora part-time e da remoto. L’evoluzione inoltre, coinvolgerà la produttività, macchine e robot saranno sempre più in grado di svolgere attività meglio e più rapidamente rispetto ad un uomo, ma questo aspetto, continua Mostyn, è da intendersi positivamente, senza sottrarsene.</p>



<p>Secondo Anna Whitehouse, giornalista e fondatrice di <a href="https://www.motherpukka.co.uk/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Mother Pukka</a> si passerà sempre più ad un’idea di lavoro chiamata <strong>job pairing</strong>, un’idea cioè, che sull’onda della sharing economy permette a due lavoratori o più di dividersi equamente le ore di lavoro pur svolgendo indipendentemente le attività.</p>



<h2>Gli innovatori nella storia</h2>



<p>La storia racconta di molti personaggi che hanno raggiunto il successo, grazie alla capacità di sapersi reiventare, di trasformare le idee in realtà e di innovarsi. Personaggi in grado di emergere nonostante delle situazioni precarie e difficili. È il caso di Rita Levi Montalcini nata nel 1909, ha dedicato l’intera vita alla medicina e al progresso. Il suo desiderio di conoscenza le ha permesso di affrontare periodi difficili come le leggi razziali emanate dal regime fascista nel 1938 senza arrendersi, è emigrata in Belgio per poi rientrare le 1943 clandestinamente in Italia.</p>



<p>Dopo la guerra le sue ricerche si sono concentrate sul sistema nervoso, e nel 1986 le viene conferito il Premio Nobel per la Medicina. Un amore e una passione per la ricerca che ha accompagnato Rita Levi Montalcini durante tutto il corso della sua vita.</p>



<p>Un carattere innovativo che si ritrova ai giorni nostri in numerosi personaggi, tra cui Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Se oggi l’enciclopedia è riconosciuta e affermata in tutto il mondo è grazie allo spirito di innovazione che ha portato Wales ad utilizzare la rete, ai tempi ancora uno strumento poco utilizzato, per lanciare Wikipedia, un portale dove tutti possono contribuire all’aggiunta e alla verifica di qualsiasi informazione. Un percorso non lineare che per anni non ha portato i frutti desiderati.</p>



<p>Prima di Wikipedia infatti, Wales ha conosciuto l’insuccesso di Nupedia una start up che in origine avrebbe dovuto essere un’enciclopedia a pagamento. L’innovazione di Wales è stata comprendere, prima di chiunque altro come un’idea di enciclopedia condivisa sul web sarebbe potuta esplodere e diventare virale, così come poi è avvenuto.</p>
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		<title>Professione Agente Assicurativo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 02:08:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La professione di agente assicurativo consiste nel trovare le formule assicurative più adatte per proteggere i propri clienti e per mettere al sicuro le persone e le cose. Offre la possibilità di esercitare una professione imprenditoriale, che comporta libertà gestionale e decisionale e l&#8217;opportunità di creare una propria rete commerciale sul territorio. Assicurarsi contro i [&#8230;]</p>
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<p>La professione di <strong>agente assicurativo</strong> consiste nel trovare le formule assicurative più adatte per proteggere i propri clienti e per mettere al sicuro le persone e le cose. Offre la possibilità di esercitare una professione imprenditoriale, che comporta libertà gestionale e decisionale e l&#8217;opportunità di creare una propria rete commerciale sul territorio.</p>



<p><strong>Assicurarsi contro i rischi</strong> è una necessità che risale a tempi antichissimi. Le prime testimonianze di qualche forma di assicurazione risale addirittura all’<strong>Antico Egitto</strong>, nella forma di una cassa mutua istituita nel<strong> 2.700 a.C</strong>. per sostenere le spese funebri dei tagliapietre, in caso di incidenti. Ma è con l’<strong>era dei viaggi e delle esplorazioni navali </strong>che sono nate forme di protezione che si avvicinano molto alle moderne assicurazioni, finalizzate a proteggere la libera iniziativa degli individui dai rischi e dall&#8217;imprevedibilità degli eventi. Spesso è stata la violenza del mare a suscitare la domanda di assicurazione, motivo per cui si può facilmente immaginare che le prime compagnie siano sorte nelle città marinare e fluviali: <em><strong>Tam mari quam terra</strong></em>, la prima società di assicurazioni<strong> risalente al 1424</strong>, nasce infatti nella città portuale di <strong>Genova</strong>.</p>



<p>Le società di assicurazioni si svilupparono principalmente in <strong>Inghilterra</strong>, dove attorno alla taverna di <strong>Edward Lloyd</strong> si sviluppò una sorta di bollettino riguardante le condizioni delle navi assicurate, al punto che divenne in breve tempo un <strong>servizio di valutazione dei rischi</strong> per i vari assicuratori. Nel corso del <strong>1800</strong>, dopo che negli Stati Uniti <strong>Benjamin Franklin</strong>, il famoso scienziato e politico, sfruttò la sua influenza per diffondere la pratica di assicurarsi contro rischi, in particolare legati agli incendi, la pratica di assicurarsi si è diffusa a<strong> strati sempre più vasti della popolazione</strong>: il panorama assicurativo si è allargato, con un&#8217;offerta sempre più articolata e complessa. Al giorno d’oggi il mercato delle assicurazioni presenta <strong>formule assicurative</strong> pensate per <strong>qualsiasi soggetto ed attività</strong>, e la persona che ha il compito di vendere queste polizze è l’agente assicurativo.</p>



<h2>Chi è l’agente assicurativo</h2>



<p>L&#8217;agente assicurativo è una figura professionale che agisce come <strong>mediatore autorizzato</strong> per conto di un’agenzia assicurativa, o anche più di una, allo scopo di <strong>vendere servizi assicurativi</strong>. Le agenzie assicurative possono essere monomandatarie o plurimandatarie e fanno capo ai grandi gruppi assicurativi.</p>



<p>I <strong>gruppi assicurativi</strong> sono conglomerati finanziari che raggruppano nella stessa proprietà compagnie diverse per storia, marchio, clientela e organizzazione. Nell&#8217;integrazione del mercato comunitario, è quasi inevitabile la formazione di grandi gruppi assicurativi, che consentono di conseguire due fondamentali obiettivi. Il primo è allargare il campo su cui agire, sfruttando il valore del marchio e il radicamento sul territorio delle compagnie acquisite per accedere a clientele il più ampie possibile. Il secondo è quello, conseguente, di razionalizzare le risorse, di solito <strong>specializzando in settori diversi le compagnie </strong>parte di uno stesso gruppo. Le strutture societarie interne ai gruppi rimangono autonome, sia per marchio che per presenza sul territorio, ma sono vincolate a livello decisionale e finanziario al gruppo.</p>



<h3>Agenzie assicurative monomandatarie</h3>



<p>Le agenzie monomandatarie sono il <strong>principale strumento di intermediazione</strong> tra il <strong>consumatore</strong>, ovvero il cliente che chiede di essere assicurato, e le <strong>compagnie di assicurazione</strong>. Sono quindi il veicolo commerciale con cui le compagnie di assicurazione raggiungono ed entrano in relazione con il cliente. Le agenzie monomandatarie sono legate da un <strong>patto di esclusiva </strong>con una singola compagnia di assicurazione, di conseguenza quando ci si rivolge ad esse ci si rivolge alla compagnia di cui quell&#8217;agenzia particolare è mandataria in esclusiva. Ovviamente, fino alla firma del contratto di assicurazione, non c&#8217;è nessun vincolo, e si può sempre tornare indietro, cambiare idea e agenzia.</p>



<p>Rivolgendosi ad un’agenzia monomandataria un cliente ha il vantaggio di essere <strong>sempre seguito dallo stesso agente</strong> in tutte le fasi della vita assicurativa, dalla firma del contratto, alla scelta della formula contrattuale, fino all&#8217;assistenza nel caso si verifichi un sinistro.</p>



<p>L&#8217;agente infatti è quella figura che si fa carico di contattare il <strong>perito</strong>, ovvero il tecnico che stabilisce l&#8217;entità del danno subito, ed il <strong>liquidatore</strong>, ed infine incarica di <strong>pagare il risarcimento</strong> all&#8217;assicurato. Tra il cliente e l&#8217;agente si instaura quindi un <strong>rapporto di consuetudine e fiducia</strong> che trasforma il consulente assicurativo in una sorta di risolutore di problemi, che può essere contattato per ogni frangente della vita assicurativa.</p>



<p>L’organizzazione delle agenzie assicurative è, come quella di ogni altra struttura commerciale, di <strong>tipo gerarchico</strong>. Al di sotto di <strong>manager commerciali e manager di area</strong>, c&#8217;è la classica rete degli <strong>agenti</strong>, che lavora a stretto contatto con il cliente. Ogni agente ha il suo <strong>portafoglio di clienti</strong>, che segue costantemente e personalmente. Al di sotto degli agenti, nell&#8217;organigramma, ci sono i <strong>subagenti</strong>: si tratta di liberi collaboratori delle agenzie monomandatarie che vengono retribuiti non con uno stipendio fisso ma con una <strong>provvigione per i contratti stipulati</strong>. Tutti gli agenti assicurativi sono <strong>iscritti all&#8217;albo tenuto dall&#8217;IVASS</strong>, per entrare nel quale devono sostenere un <strong>esame di abilitazione professionale</strong>, oppure aver svolto l&#8217;attività come subagente presso un agente per almeno due anni.</p>



<h3>Agenzie assicurative plurimandatarie</h3>



<p>Le agenzie plurimandatarie invece non hanno legami in esclusiva con singole compagnie di assicurazione: funzionano con <strong>strutture analoghe</strong> a quelle monomandatarie, ma n<strong>on sono legate da alcun contratto di esclusiva</strong>. La differenza per il cliente è che, entrando in un&#8217;agenzia plurimandataria, ha di fronte a sé la possibilità di effettuare una scelta a proposito della compagnia con cui firmerà la polizza di assicurazione. In tal caso il ruolo del consulente assicurativo consiste nel <strong>consigliare la compagnia da scegliere in base al budget e alle esigenze del cliente</strong>. La figura dell&#8217;agente plurimandatario deve quindi conoscere il mercato, avere rapporti con le varie compagnie di assicurazione, offrire una rosa di offerte e le confronta con le esigenze del proprio cliente. Negli ultimi anni, con il <strong>Decreto Bersani bis</strong>, la legge ha stabilito che non è più possibile per le compagnie ottenere l&#8217;esclusiva da agenti e agenzie, rendendo di fatto fuori legge le compagnie monomandatarie, e facendo di <strong>ogni agenzia di intermediazione un&#8217;agenzia plurimandataria</strong>.</p>



<p>Questa nuova impostazione legislativa ha l’obiettivo di rendere più <strong>libero e competitivo il mercato</strong>, ma con un questo sistema plurimandatario si crea il rischio di spostare la concorrenza dal livello dell&#8217;agente a quello dell&#8217;intermediario. Infatti il cliente potrebbe essere spinto a non stipulare la polizza più conveniente per sé, ma piuttosto quella che più favorisce l&#8217;intermediario. Infatti quest&#8217;ultimo va a percepire una provvigione per ogni polizza che porta alla compagnia, ed ovviamente il suo guadagno per polizza varia da società a società. È necessario quindi fare attenzione a non firmare la polizza con la provvigione più alta per l&#8217;intermediario ma quella più conveniente per l&#8217;assicurato.</p>



<p>Il Codice delle Assicurazione garantisce il diritto ad una <strong>transazione trasparente</strong>, previsto dal Codice delle assicurazioni, che permette di <strong>conoscere l&#8217;importo della percentuale</strong> garantita dai diversi assicuratori all&#8217;agente per ogni contratto stipulato. La professionalità dell&#8217;agente assicurativo plurimandatario è in ogni caso garantita dall&#8217;iscrizione all&#8217;albo dell&#8217;IVASS, allo stesso modo dell&#8217;agente monomandatario e del broker, che comporta il superamento di un esame o lo svolgimento dell&#8217;attività di subagente, sotto la supervisione di un agente assicurativo iscritto all&#8217;albo, per almeno 2 anni consecutivi.</p>



<h3>Il broker assicurativo</h3>



<p>Un broker assicurativo è un <strong>professionista indipendente</strong>, il cui compito è mediare tra le esigenze del cliente e la varietà del mercato assicurativo. Per definizione, il broker non è legato a nessuna compagnia. Questa figura professionale è regolata nella nostra legislazione dal <strong>Codice delle assicurazioni</strong>, un decreto legislativo del 2005, che la definisce come un professionista che mette in collegamento con imprese di assicurazione o riassicurazione,<strong> senza nessun vincolo</strong>, i consumatori o le aziende che voglio stipulare una polizza assicurativa, assistendoli nella firma, nella gestione e nell&#8217;esecuzione del contratto.</p>



<p>In Italia questa possibilità è stata inizialmente introdotta nei rapporti tra <strong>aziende e assicurazioni</strong>, per poi diventare un punto di riferimento utile anche per i <strong>consumatori privati</strong>. Attualmente questa figura non è molto di diffusa, ma <strong>in constante crescita</strong>. Anche se attualmente meno del 3% delle polizze vengono stipulate attraverso intermediazione indipendente, i broker in Italia sono circa 1.300 e la loro quota di mercato continua ad aumentare. Il lavoro di intermediazione del broker è retribuito con una <strong>commissione versata dalla compagnia assicurativa</strong>, che egli è tenuto per legge <strong>a dichiarare e a dimostrare</strong>. È importante verificare sempre la <strong>trasparenza del lavoro del broker</strong>, per essere certi di stipulare la polizza più conveniente per il cliente e non per il mediatore.</p>



<p>Rivolgendosi ad un broker, gli si conferisce il mandato di <strong>esplorare il mercato</strong> e trovare il miglior compromesso tra le esigenze della domanda e le concrete opportunità dell&#8217;offerta. Tra i vantaggi di rivolgersi ad una figura indipendente c&#8217;è senz&#8217;altro l&#8217;<strong>approccio personalizzato e integrato a tutte le problematiche assicurative del cliente</strong>. Questa personalizzazione è resa possibile da una conoscenza che si presume globale e aggiornata, al fine di valutare i rischi e le opportunità del mercato.</p>



<p>I broker sono iscritti in un albo tenuto dall&#8217;IVASS, per entrarvi devono sostenere un <strong>esame di ammissione</strong> (requisito di professionalità), non aver ricevuto condanne penali o essere stati dichiarati falliti (requisito di onorabilità) e dimostrare di non avere nessun rapporto privilegiato con singole compagnie di assicurazione (requisito di autonomia). Inoltre devono avere la <strong>copertura assicurativa di responsabilità civile professionale</strong>, una garanzia che tutela i premi pagati dai clienti (requisito di garanzia).</p>



<p>A tutela dell’assicurato è poi stato istituito un &#8220;<em>Fondo di garanzia per l&#8217;attività dei mediatori di assicurazione e di riassicurazione</em>&#8220;, che garantisce un<strong> risarcimento per i danni causati dall&#8217;attività dei broker</strong> che non sono stati indennizzati attraverso le polizze di responsabilità civile. L&#8217;attività del broker segue l&#8217;assicurato dalla ricerca della polizza ideale alla firma del contratto, che entra in vigore dalle ore 24.00 del giorno successivo. Inoltre, in caso di sinistro, è proprio il broker il soggetto tenuto all&#8217;assistenza nei confronti dell&#8217;assicurato. Sempre il broker è tenuto alla revisione periodica del contratto con la compagnia di assicurazione.</p>



<h2>Cosa fa un agente assicurativo</h2>



<p>Che si tratti di agente monomandatario o plurimandatario, o di un broker assicurativo, nel concreto un agente si occupa di<strong> gestire un portafoglio clienti e commercializzare prodotti assicurativi</strong>, ovvero di acquisire nuovi clienti e mantenere quelli esistenti, di promuovere la stipula di polizze e offrire consulenza e assistenza sui contratti assicurativi.</p>



<p>Esistono varie tipologie di assicurazione, ma principalmente ci si concentra su <strong>due categorie principali</strong>, ovvero il <strong>ramo danni</strong> e il <strong>ramo vita</strong>. Il ramo danni include ad esempio le <strong>polizze RCA</strong>, cioè le assicurazioni sull’auto, e le<strong> assicurazioni sulla casa</strong>. Il ramo vita riguarda invece la <strong>tutela della persona, del risparmio, del patrimonio</strong>: si tratta delle assicurazioni sulla vita, delle assicurazioni per malattia e invalidità e delle assicurazioni sulla previdenza e sui risparmi, come le pensioni integrative e complementari.</p>



<p>Il ruolo dell&#8217;agente assicurativo è importante e delicato, e si fonda su un <strong>rapporto di fiducia con le persone che assicura</strong>: l&#8217;agente deve effettuare l&#8217;analisi dei rischi, trovare soluzioni per le diverse esigenze assicurative dei clienti (protezione della persona, dei beni, dell&#8217;attività, del patrimonio), individuare coperture adeguate e offrire consulenza in ambito contrattuale, rendendo chiara e comprensibile la documentazione burocratica e assicurativa.</p>



<p>È compito dell’agente anche <strong>raccogliere i premi assicurativi</strong> e gestire i pagamenti dei premi in scadenza. Inoltre interviene in caso di sinistri, controllando la sussistenza dei presupposti per la liquidazione e adoperandosi affinché la compagnia assicurativa liquidi il danno in breve tempo.</p>



<p>Per la sua attività l’assicuratore riceve un compenso in provvigioni, cioè una commissione sulle polizze stipulate, a cui in alcuni casi si può aggiungere un fisso mensile.</p>



<p>Possiamo quindi riassumere così le mansioni dell&#8217;agente assicurativo:</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container">
<ul><li>Vendere prodotti e servizi assicurativi nella propria zona di competenza</li><li>Identificare le esigenze dei clienti e stipulare polizze di assicurazione appropriate</li><li>Seguire i clienti in portafoglio, prestando consulenza assicurativa e commerciale</li><li>Gestire i casi di sinistro o di danno e i relativi adempimenti burocratici</li><li>Curare l&#8217;intermediazione tra i clienti e la compagnia di assicurazioni</li><li>Ricercare nuovi potenziali clienti e fissare appuntamenti per ampliare il portafoglio di competenza</li><li>Tenersi aggiornato sulle novità del mercato e sulla normativa di settore</li></ul>
</div></div>



<p>Nel caso in cui l&#8217;assicuratore è anche responsabile di una propria agenzia di assicurazioni, tra i suoi compiti rientrano anche:</p>



<ul><li>La gestione operativa dell&#8217;agenzia, ovvero la pianificazione, l&#8217;organizzazione e il monitoraggio delle attività</li><li>La gestione dei collaboratori (subagenti e addetti al back office amministrativo)</li><li>La gestione dei rapporti economico-amministrativi tra la propria agenzia, gli assicurati e la compagnia mandataria</li></ul>



<h2>Come diventare agente assicurativo</h2>



<p>Per diventare agente assicurativo sono indicati un <strong>diploma di istituto tecnico commerciale o una laurea ad indirizzo giuridico/economico</strong>. Serve infatti una conoscenza approfondita degli aspetti tecnici, giuridici ed economici relativi all’attività di intermediazione assicurativa per privati e aziende, nonché la capacità di orientarsi nella complessità degli obblighi e degli adempimenti amministrativi. Tra i requisiti per diventare agente assicurativo figurano inoltre <strong>spiccate doti commerciali</strong>.</p>



<p>Per svolgere l&#8217;attività con professionalità e competenza, è molto utile fare <strong>esperienza pratica </strong>lavorando in una agenzia assicurativa, ad esempio nel ruolo di <strong>consulente assicurativo junior</strong>. Questo permette di acquisire dimestichezza con i diversi prodotti assicurativi e ri-assicurativi presenti sul mercato, per fornire un valido supporto al cliente e garantire il livello di protezione più in linea con le diverse esigenze.</p>



<p>Spesso agli agenti neoassunti, diplomati o laureati, viene offerto un <strong>percorso di formazione interna</strong> (teorica e pratica), che ha lo scopo di fornire conoscenze assicurative specifiche e di addestrare alla vendita: si apprendono ad esempio tecniche di acquisizione di nuova clientela, gestione dei contatti e delle trattative commerciali, sviluppo del portafoglio, assistenza clienti post vendita.</p>



<p>Le competenze richieste all’agente assicurativo sono:</p>



<ul><li>Conoscenza delle caratteristiche dei prodotti assicurativi</li><li>Padronanza dei sistemi informatici più diffusi</li><li>Predisposizione per l&#8217;attività commerciale e abilità nella vendita</li><li>Capacità di comunicazione e negoziazione</li><li>Mentalità imprenditoriale, dinamicità e spirito di iniziativa</li><li>Capacità di lavorare per obiettivi</li><li>Doti organizzative</li><li>Flessibilità oraria, per adattarsi alla disponibilità di tempo dei clienti</li><li>Disponibilità a spostarsi sul territorio, per fare visita ai propri assicurati</li></ul>



<h2>Stipendio e carriera dell&#8217;agente assicurativo</h2>



<p>Lo stipendio di un agente assicurativo <strong>varia molto in base alle provvigioni</strong> che può ottenere. Normalmente, contando anche bonus e provvigioni, si parte da un <strong>minimo di circa 1.100 euro</strong> netti al mese per arrivare ad una <strong>media di circa 1.600 euro</strong> netti al mese.</p>



<p>Il <strong>salario base oscilla tra i 1.000 e i 2.500 euro netti al mese</strong>, a cui si possono aggiungere dei <strong>bonus mensili </strong>che variano tra i 20 e i 550 euro, oltre alle<strong> provvigioni</strong> che dipendono dal numero di polizze stipulate e dalla loro entità. Con l’esperienza e un buon giro di clienti, un assicuratore può arrivare a guadagnare circa<strong> 2.000 euro al mese nell’arco di una decina di anni</strong>, ma nel caso arrivi a ricoprire ruoli di maggior esperienza, come quello di direttore di un’agenzia assicurativa, la retribuzione più essere più consistente.</p>



<p>Per fare carriera come agente assicurativo sono fondamentali il <strong>successo nelle vendite di polizze</strong> e la bravura nel <strong>costruire un network di clienti e conoscenze</strong>, oltre che la capacità di tenersi aggiornato sulle novità in fatto di normativa assicurativa.</p>



<p>Le possibilità di crescita in agenzia assicurativa sono rappresentate da:</p>



<ul><li>La progressiva crescita di ampiezza e redditività del mandato (o del plurimandato)</li><li>L&#8217;assunzione di ruoli di responsabilità come agente generale, responsabile o direttore di agenzia</li></ul>



<p>Esistono opportunità interessanti anche all&#8217;interno delle compagnie di assicurazioni: dopo un periodo come agente, c&#8217;è chi intraprende percorsi di carriera come dipendente della compagnia assicurativa e accede a posizioni di management, ad esempio nelle aree del business development, marketing, finanza o in altri ambiti.</p>
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		<title>Professione Istruttore di Tennis</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2020 05:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Professioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tennis è uno sport che non passa mai di moda. A livello professionistico è uno degli sport individuali di maggior successo al mondo, ma anche a livello amatoriale è una pratica diffusa, essendo uno sport completo e salutare. Si può iniziare a praticare fin da bambini, attorno ai 5 anni, grazie al minitennis, ma [&#8230;]</p>
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<p>Il tennis è uno sport che non passa mai di moda. A livello professionistico è uno degli <strong>sport individuali di maggior successo al mondo</strong>, ma anche a livello amatoriale è una pratica diffusa, essendo uno <strong>sport completo e salutare</strong>. Si può iniziare a praticare fin da bambini, attorno ai 5 anni, grazie al <strong>minitennis</strong>, ma anche in età avanzata ha progressivamente preso piede come attività per mantenersi in forma.&nbsp;</p>



<p>Un recente studio dell’Università di Oxford che ha coinvolto più di 80.000 persone di 52 anni afferma che il tennis è uno <strong>sport che allunga la vita</strong>: mettendo a confronto per 9 anni gli sportivi con i soggetti sedentari, è risultato che il rischio di morte per gli appassionati della racchetta è di circa la metà rispetto a chi non si allena.&nbsp;</p>



<p>È uno sport che si può praticare, con intensità diverse e dopo un controllo medico, <strong>a tutte le età</strong>. Non c’è impatto fisico e la gestione della pallina è fatta da chi gioca: basta abbassare la velocità dei palleggi per divertirsi anche a 80 anni. Ma essendo uno sport tecnico, è fondamentale <strong>imparare prima le basi giuste</strong> per praticarlo in maniera corretta, ed è quindi indispensabile seguire <strong>un corso con un istruttore</strong> riconosciuto a livello federale.&nbsp;</p>



<h2>Chi è l’istruttore di tennis&nbsp;</h2>



<p>L&#8217;istruttore di tennis, chiamato anche allenatore, gestisce programmi di allenamento, occupandosi <strong>sia della forma fisica degli atleti che del lato psicologico</strong>, motivandoli e spingendoli a migliorare le proprie performance sportive.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;istruttore di tennis deve trasmettere ai propri allievi le<strong> basi teoriche</strong> dello sport e insegnare ad <strong>eseguire correttamente tutti i movimenti </strong>e ad applicare correttamente tutte le tattiche della disciplina sportiva.&nbsp;</p>



<p>Gli allenatori devono credere veramente in ciò che fanno. Non si tratta di una professione che si affronta solo per il guadagno economico, ma è <strong>fondamentale la passione per lo sport</strong>. Gli allievi riconoscono questa qualità in un allenatore e di conseguenza sono più propensi ad applicarsi e imparare.&nbsp;</p>



<h2>Cosa fa l’istruttore di tennis&nbsp;</h2>



<p>I compiti dell’istruttore di tennis consistono nel <strong>preparare allenamenti mirati</strong> ad acquisire abilità motorie, perfezionare la tecnica e migliorare la preparazione atletica degli sportivi. Oltre agli aspetti pratici, nel sono importanti anche gli aspetti psicologici: deve saper <strong>motivare i propri allievi</strong>, perché rispettino i programmi di allenamento previsti e portino avanti con costanza il processo di apprendimento della disciplina e il miglioramento atletico e sportivo.&nbsp;</p>



<p>il primo obiettivo di tutti i maestri è quello di <strong>insegnare il servizio</strong>, colpo che nelle prime fasi viene inteso come colpo di rimessa in gioco, che con la pratica può diventare un colpo aggressivo per fare il punto, ed il diritto, questo per permettere quanto prima di essere coinvolti con altri giocatori in partitelle e palleggi.&nbsp;<strong>Dare la direzione alla palla</strong> colpita è il secondo obiettivo. Il fine è quello di poter <strong>scambiare più palleggi</strong> ed aumentare cosi l&#8217;autoefficacia percepita e quindi il divertimento.&nbsp;</p>



<p>Un istruttore di tennis deve essere <strong>dotato di pazienza</strong>, dal momento che&nbsp;apprendere nuove abilità richiede tempo e mentre alcuni allievi imparano più velocemente, altri apprendono più lentamente. Il compito dell’allenatore è quello di non <strong>perdere di vista gli obiettivi </strong>del proprio allievo, e deve insegnare volentieri, sempre con l’obiettivo di migliorare i propri giocatori.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Come per ogni professione, anche quella del maestro di tennis richiede <strong>professionalità</strong>: un allievo deve avere nell’insegnante una figura di riferimento, per cui questo deve evitare di arrivare in ritardo alle lezioni o vestirsi in modo poco appropriato. Se l’allenatore si comporta in modo professionale nell’insegnamento, anche l’allievo sarà più attento nell’apprendimento.&nbsp;</p>



<p>Un buon allenatore poi deve <strong>creare un ambiente positivo</strong>, non incutere paura ma essere flessibile ed affidabile, creando un’atmosfera piacevole e favorevole all’apprendimento. Deve essere una figura a cui gli allievi possono porre le loro domande senza preoccuparsi di commettere errori. Di conseguenza deve possedere un carattere che si combini meglio possibile con i propri allievi. La professione dell’allenatore si basa completamente sulla <strong>comunicazione</strong>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>A questo scopo essere divertenti e di buon umore è una qualità molto utile. Nel mondo dell’insegnamento l’umorismo crea un <strong>ambiente più rilassante </strong>per l’apprendimento e riduce lo stress di commettere errori. Ma bisogna essere bene attenti a non superare il confine tra&nbsp;l’essere spiritoso e l’essere ridicolo. Troppo divertimento può far sì che gli allievi non prendano sul serio l’allenatore.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;istruttore di tennis deve sempre avere a portata di mano i <strong>giusti accessori didattici</strong> e deve <strong>preparare il proprio campo</strong> e l’attrezzatura necessaria prima che gli allievi arrivino alla lezione o all’allenamento.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il compito dell’allenatore non è solo quello di insegnare abilità tennistiche, ma deve aiutare i propri allievi a risolvere i <strong>problemi con il lavoro di squadra e la collaborazione</strong>, caratteristiche che valgono anche al di fuori dal mondo dello sport, in particolare quando si lavora con gli atleti più giovani.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un allenatore mantiene uno <strong>stile d’insegnamento costante</strong>, modificandolo leggermente in base all’allievo, ma senza cambiamenti drastici. La costanza fornisce chiarezza negli obiettivi, sia dell’allenatore che dei giocatori.&nbsp;L&#8217;istruttore deve cercare di <strong>essere obbiettivo</strong> quando un giocatore commette un errore, per spiegare cosa è andato storto, senza confondere i fatti con le emozioni.&nbsp;</p>



<p>Se un giocatore, per esempio, sbaglia vari colpi di fila ed afferma di essere un pessimo tennista, l’allenatore potrebbe rispondergli che sta semplicemente colpendo la palla troppo forte. Un allenatore può <strong>essere diretto ed allo stesso tempo avere emozioni</strong>. L’intelligenza emotiva è l’abilità di identificare e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri. Questo aspetto è estremamente importante, soprattutto negli sport individuali come il tennis. Tanti dicono che <strong>il tennis si gioca su due fronti</strong>: sul campo e nella testa. È compito dell’allenatore comprendere lo stato emotivo del giocatore, come delusione e frustrazione, e di trasformarlo in qualcosa di positivo.&nbsp;</p>



<p>Un allenatore non esegue ripetutamente lo stesso drill se si accorge che non è efficace. Spesso gli allenatori devono <strong>pensare fuori dagli schemi</strong> per trovare un metodo che funzioni per un particolare allievo. Allenare in modo efficace è un lavoro di squadra e richiede che allenatore ed allievo siano sulla stessa lunghezza d’onda. Un allenatore non può fornire indicazioni se non comprende perché l’allievo non riesce ad apprendere. Un buon allenatore riesce a modificare il suo stile di insegnamento per andare incontro alle necessità di ciascun allievo.&nbsp;</p>



<p>Un buon allenatore deve avere un atteggiamento positivo che possa migliorare l’apprendimento dei propri allievi. Per non scoraggiare gli allievi un allenatore deve <strong>comunicare le sue critiche in modo costruttivo</strong>, non distruttivo. L’allenatore deve correggere in un modo che non sia umiliante o troppo critico. Un buon allenatore pone sempre l’allievo in primo piano. Se sono richieste capacità che sono al di fuori dalle sue attuali abilità o conoscenze, è sua responsabilità ammetterlo. Inoltre deve trovare un modo per riuscire ad aiutare i suoi allievi oppure trovare un’altra persona che sia in grado di farlo.&nbsp;</p>



<p>Per un istruttore è poi fondamentale sapere come<strong> porre obiettivi che possano motivare i propri allievi </strong>a lavorare duramente, ma devono sempre essere <strong>realistici e raggiungibili</strong>. Generalmente gli allenatori pongono degli obiettivi a breve, medio e lungo termine, in modo che gli allievi, una volta raggiunto l’obiettivo, si sentano soddisfatti e proseguano il loro percorso.&nbsp;È molto importante porre ai propri giocatori obiettivi che questi reputino raggiungibili. L’ottimismo è una forte motivazione, e mantenere motivati i propri allievi è la via migliore per farli apprendere.&nbsp;</p>



<h2>Come diventare istruttore di tennis.&nbsp;</h2>



<p>Per intraprendere la professione di istruttore di tennis, è necessario prima di tutto&nbsp;avere una buona <strong>conoscenza tecnica del tennis e dell’attrezzatura sportiva</strong> da utilizzare e<strong> aver praticato lo sport</strong> tanto da esser così bravi da poter insegnare la disciplina a bambini e adulti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda il lato legale è necessario conseguire la <strong>qualifica di istruttore di tennis </strong>presso la <strong>Scuola Nazionale Maestri della Federazione Italiana Tennis</strong> o rivolgersi ad altre associazioni o istituzioni sportive italiane.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per essere ammessi al corso di abilitazione non è obbligatorio la laurea in Scienze Motorie. In mancanza di essa bisogna però dimostrare di aver praticato agonisticamente il tennis raggiungendo buoni piazzamenti in campionati regionali e nazionali. Vediamo di seguito i livelli di qualifica degli istruttori di tennis.&nbsp;</p>



<h3>Istruttore di primo grado&nbsp;</h3>



<p>La qualifica di istruttore di primo grado, che ha validità biennale e che può essere confermata per i bienni successivi, è conseguita dai candidati che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età all’inizio del corso attraverso l&#8217;idoneità ottenuta con la frequenza di un corso di formazione, richiesta da un affiliato, comprensivo di un periodo di tirocinio corrispondente almeno a dieci crediti ed il superamento degli esami finali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’istruttore di primo grado può collaborare con un istruttore di secondo grado, con un maestro nazionale o con un tecnico nazionale, per l’affiliato che ne richiede la prestazione, solo nei corsi di minitennis. In una Club school può operare autonomamente nei corsi collettivi con tesserati che non siano in possesso di classifica federale; non può, inoltre, svolgere lezioni individuali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’istruttore di primo grado, su richiesta motivata del presidente dell’affiliato, può eccezionalmente essere autorizzato, in particolari casi, dal comitato direttivo dell’Istituto all’insegnamento del minitennis, senza la presenza di un insegnante di tennis di qualifica superiore.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il rinnovo della qualifica è subordinato alla partecipazione, ogni due anni, ad un corso di aggiornamento nel quale l’istruttore dovrà presentare una relazione sull’attività svolta nel biennio, attestata dal presidente dell’affiliato per il quale ha operato e superare un test di valutazione.&nbsp;</p>



<h3>Istruttore di secondo grado&nbsp;</h3>



<p>La qualifica di istruttore di secondo grado, che ha carattere permanente, è conseguibile dall’istruttore di primo grado che abbia compiuto il ventesimo anno di età all’inizio del corso, che abbia svolto due anni di attività professionale documentata e che abbia ottenuto il rinnovo annuale della qualifica, salva la deroga prevista dal comma 6 del precedente articolo 8.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La qualifica di istruttore di secondo grado si ottiene dopo&nbsp;la frequenza di un corso di formazione, comprensivo di un periodo di tirocinio corrispondente almeno a venti crediti ed il superamento di un esame finale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per il mantenimento dell’iscrizione all’Albo, l’istruttore di secondo grado è obbligato a partecipare ogni due anni ad un corso d’aggiornamento.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Nell’ambito della progressione didattica (che prevede il minitennis, l’avviamento al tennis, il perfezionamento e la specializzazione), l’istruttore di secondo grado può operare in completa autonomia solo per l’insegnamento del minitennis e per i corsi di avviamento, consentendo all’affiliato la possibilità di richiedere la certificazione di qualità dell’insegnamento per detto settore.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’istruttore di secondo grado può collaborare con un maestro nazionale, o con un tecnico nazionale, nei corsi di perfezionamento e specializzazione rivolti a soggetti che non siano in possesso di classifica federale superiore alla terza categoria; può, inoltre, svolgere lezioni individuali limitatamente a giocatori che non siano in possesso di classifica federale superiore al gruppo NC della quarta categoria e che non appartengano ai settori under. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’istruttore di secondo grado, su richiesta motivata del presidente dell’affiliato, può eccezionalmente essere autorizzato, in particolari casi, dal comitato direttivo dell’Istituto all’insegnamento nei corsi di perfezionamento senza la presenza di un maestro o di un tecnico nazionale.&nbsp;</p>



<h3>Maestro nazionale&nbsp;&nbsp;</h3>



<p>La qualifica di maestro nazionale, che ha carattere permanente, è conseguita dagli istruttori di secondo grado che abbiano compiuto il ventunesimo anno di età prima dell’inizio del corso attraverso l&#8217;idoneità ottenuta con la frequenza di un corso di formazione, comprensivo di un periodo di tirocinio corrispondente ad almeno trenta crediti, ed il superamento di un esame finale.&nbsp;</p>



<p>Il maestro nazionale può svolgere la propria attività in tutto il territorio nazionale, dirigendo scuole di tennis che prevedano, nell’ambito della progressione didattica, l’insegnamento del minitennis, l’avviamento al tennis, il perfezionamento e la specializzazione; è abilitato inoltre a seguire atleti che svolgono per lo più attività di alto livello in ambito nazionale, con esclusione di atleti di livello internazionale con classifica ATP o WTA, ed a svolgere lezioni individuali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il maestro nazionale non può dirigere contemporaneamente più di due scuole di tennis.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per il mantenimento dell’iscrizione all’Albo, il maestro nazionale è obbligato a partecipare ogni due anni ad un corso di aggiornamento.&nbsp;&nbsp;</p>



<h3>Tecnico nazionale&nbsp;&nbsp;</h3>



<p>La qualifica di tecnico nazionale, che ha carattere permanente, è conseguita dai maestri nazionali che abbiano compiuto il venticinquesimo anno di età prima dell’inizio del corso attraverso l&#8217;idoneità ottenuta con la frequenza di un corso di formazione corrispondente ad almeno cinquanta crediti, comprensivo di un periodo di tirocinio, ed il superamento di un esame finale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il tecnico nazionale può svolgere in tutto il territorio nazionale le funzioni attribuite al maestro nazionale ed è abilitato, inoltre, a seguire atleti di livello internazionale con classifica ATP o WTA.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il tecnico nazionale non può dirigere contemporaneamente più di due scuole di tennis; qualora voglia operare in una Super school o in una Top school deve svolgere la sua attività professionale esclusivamente in una sola di esse.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per il mantenimento dell’iscrizione all’Albo, il tecnico nazionale è obbligato a partecipare ogni due anni ad un corso di aggiornamento.&nbsp;</p>



<h2>Carriera e stipendio di un istruttore di tennis&nbsp;</h2>



<p>In Italia, gli insegnanti di tennis con una qualifica federale FIT sono ben 2.540. Senza contare quelli riconosciuti dagli altri enti di formazione, UISP su tutti.&nbsp;Per un allenatore <strong>farsi un nome</strong>, costruirsi una reputazione e un proprio marchio è importante quanto lo è per un imprenditore. Gli allenatori di successo si sono costruiti la propria reputazione da soli attraverso il duro lavoro e la dedizione, espandendo i propri orizzonti e promuovendo la loro carriera.&nbsp;</p>



<p>Come abbiamo visto, per arrivare ad insegnare ai livelli più alti bisogna essere in possesso delle qualifiche federali adeguate. Vediamo <strong>quanto costa, partendo da zero, diventare maestro nazionale</strong>.&nbsp;</p>



<p>Con&nbsp;quattro diverse fasi di formazione professionale si triplicano le spese a carico dell’insegnante: bisogna pagare per quattro volte la <strong>tassa di iscrizione al corso</strong>, che ammonta a <strong>550 euro per l’Istruttore di 1° grado</strong>, a <strong>650 euro per quello di 2° grado</strong>, a <strong>1.000 euro per il corso di Maestro Nazionale</strong> e ben 2<strong>.700 euro per quello di Tecnico Nazionale</strong>. Per mantenere la qualifica, ogni anno Il Tecnico Nazionale deve versare 180 euro, il Maestro Nazionale 150 euro, l’Istruttore di 2° grado 135 euro e quello di 1° grado 90 euro, cifre raddoppiate se il maestro in questione non opera esclusivamente per la FIT oppure lavora in un circolo affiliato anche ad altri enti (ad esclusione di quelli che hanno accordi e convenzioni con la stessa FIT, come vedremo). Inoltre, ad ogni avanzamento deve anche pagare la targa professionale (si tratta di&nbsp;100 euro), oltre a <strong>sostenere le spese</strong>, progressivamente sempre più consistenti, <strong>di vitto ed alloggio per la durata dei corsi</strong> presso i centri federali. Possiamo stimare che diventare Maestro Nazionale costa tra i 12.000 e i 15.000 euro, mentre diventare Tecnico Nazionale quasi 25.000 euro.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Mancando poi un albo professionale, la professione di istruttore di tennis <strong>non è disciplinata sul piano giuridico</strong>. Di conseguenza ci sono molti ambiti in cui i maestri non sono tutelati. Spesso lavorano con&nbsp;contratti con un fisso per 8-9 mesi o contratti ad ore che non danno affatto sicurezza. In alcuni circoli il lavoro di insegnante assume a tutti gli effetti il carattere di “lavoro stagionale”&nbsp;</p>



<p>Inoltre gli insegnati hanno <strong>responsabilità enormi</strong> per ciò che concerne la loro attività di campo e di insegnante, anche per quanto riguarda certificati medici ed utilizzo dei defibrillatori o le procedure contrattuali corrette per non andare incontro a sanzioni, e spesso si affidano a ciò che viene chiesto loro di firmare senza preoccuparsi di far verificare da un consulente esperto o essere informati se ciò che si impegnano a portare avanti sia costruito con giusti criteri.&nbsp;</p>



<p>Ma il problema principale dell’assenza di una regolamentazione consiste nel fatto che praticamente n<strong>essun circolo inquadra l’insegnante di tennis come un dipendente</strong> vero e proprio, riconoscendo contributi, ferie, malattia e tutti gli altri strumenti di tutela. Per molti insegnanti l’unica possibilità è<strong> aprire una partita IVA </strong>e rilasciare regolare fattura al circolo: all’interno del<strong> regime dei minimi</strong>, ovvero per importi inferiori ai 30.000 euro annui, ci sono numerose agevolazioni fiscali.&nbsp;</p>



<p>Mediamente un istruttore di tennis guadagna circa<strong> 1.900 euro netti al mese</strong>, circa 33 € lordi all&#8217;ora. Normalmente si parte da uno stipendio minimo di 1.200 euro netti al mese, ma nel caso di un Tecnico Nazionale lo stipendio massimo arriva a superare i 4.500 euro netti al mese.&nbsp;</p>
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		<title>Piccoli gesti e grandi risultati nel lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 04:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Checklist Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un ambiente di lavoro, coltivare i rapporti con i propri colleghi e datori è di fondamentale importanza per il mantenimento di un clima sereno e cordiale. Piccoli gesti come mantenere la porta ad un collega che sta entrando o uscendo da una stanza, inviare un’e-mail di ringraziamento dopo una riunione o disattivare la suoneria [&#8230;]</p>
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<p>In un ambiente di lavoro, coltivare i rapporti con i propri colleghi e datori è di fondamentale importanza per il mantenimento di un clima sereno e cordiale. Piccoli gesti come mantenere la porta ad un collega che sta entrando o uscendo da una stanza, inviare un’e-mail di ringraziamento dopo una riunione o disattivare la suoneria del proprio telefono durante un incontro, sono piccole gentilezza dettate dal galateo aziendale che possono fare la differenza.</p>



<p>L’educazione e la gentilezza possono rappresentare un vantaggio, i colleghi ad esempio saranno più inclini a condividere il tempo, gli spazi e in generale ad aprirsi e fidarsi. Un atteggiamento che inoltre, può portare benefici anche nella ricerca di un lavoro. Durante le fasi di selezione del personale, a tal proposito, è bene sapere che i responsabili delle assunzioni, fanno molta attenzione ai <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/10-cose-da-non-dire-ad-un-colloquio-di-lavoro/" data-wpel-link="internal">piccoli gesti, come l’essere puntale e non invadenti</a>.</p>



<p>In questo articolo si indaga sui piccoli gesti che possono fare la differenza all’interno di un’azienda. Sono fornite le principali regole di galateo aziendale, con un approfondimento inerente alle cose da non dire mai ad un collega di lavoro, come un’accortezza in più può essere determinante nel trovare un lavoro, e in generale come le buone abitudini e un atteggiamento positivo possono migliorare l’efficienza e la produttività di un team.</p>



<h2>Regole di galateo aziendale</h2>



<p>Una guida riguardo il comportamento da mantenere durante un pranzo con un collega, durante una conferenza via Skype o quando si incontra un cliente per la prima volta, è riportata in un libro dal titolo:</p>



<p><a href="https://www.amazon.it/Essentials-Business-Etiquette-Success-English-ebook/dp/B00COKLV0M/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;dchild=1&amp;keywords=Essentials+of+Business+Etiquette&amp;qid=1590616640&amp;sr=8-1" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">The Essentials of Business Etiquette</a>: How to Greet, Eat, and Tweet Your Way to Success scritto da Barbara Pachter. Si riportano le principali regole da seguire:</p>



<h3>Presentarsi in maniera consona alla situazione</h3>



<p>In una situazione lavorativa, quando si conosce una nuova persona, è bene comprendere il contesto. In un ambiente formale, è indicato specificare il cognome o il nome completo, piuttosto che presentarsi dicendo solo il proprio nome. Una particolare attenzione è da dedicare al contesto adattandosi in base al livello di formalità richiesta.</p>



<h3>Alzarsi quando si conosce una nuova persona</h3>



<p>Alzarsi in segno di rispetto nel presentarsi ad un datore di lavoro, collega, o cliente, è un piccolo gesto utile a stabilire una prima connessione positiva con l’interlocutore.</p>



<h3>Dare per primi la mano se si è la persona di grado superiore</h3>



<p>In un luogo di lavoro, è buona regola da parte di chi ospita o è la persona di grado superiore, porgere per primo la mano in segno di saluto. Negli Stati Uniti e in generale nella cultura occidentale, stringere la mano è un segnale di rispetto e professionalità.</p>



<h3>Vestirsi in modo adeguato</h3>



<p>Un abbigliamento adeguato al contesto aiuta ad aumentare la credibilità e la reputazione professionale. Un piccolo gesto che può essere determinante per la buona riuscita di un accordo.</p>



<h3>Ringraziare sì, ma non ossessivamente</h3>



<p>Ringraziare quando si riceve un complimento, un feedback positivo, o la disponibilità nel fare qualcosa, è un gesto apprezzato che dimostra cura e rispetto verso l’interlocutore. Tuttavia, è bene non esagerare con i ringraziamenti per non apparire in qualche modo insicuri, deboli o carenti.</p>



<h3>Inviare messaggi personali</h3>



<p>Spesso ci si imbatte nell’esigenza di mandare un messaggio informativo o di ringraziamento a molte persone. È buona prassi, personalizzare il messaggio facendo capire che si è data la giusta attenzione nel rivolgerlo ad una persona in particolare, indipendentemente dal fatto che il contenuto sia lo stesso.</p>



<h3>Non utilizzare il telefono per scopi personali durante una riunione</h3>



<p>In sede di riunione, una regola da seguire è quella di non utilizzare il telefono per mandare messaggi personali. Tentare di nascondere le mani e sbirciare e-mail e messaggi è un chiaro segnale di maleducazione che denota l’esigenza di voler stare in un altro posto.</p>



<h3>Utilizzare una foto profilo in linea con il contesto</h3>



<p>Quando si invia un curriculum o si compila un profilo su LinkedIn, porre la giusta attenzione nella scelta della foto (link articolo Come scegliere la foto per il curriculum) può essere un piccolo gesto ma determinante.</p>



<h3>Utilizzare l’indirizzo e-mail aziendale</h3>



<p>È una buona regola quella di relazionarsi con clienti, fornitori e colleghi, utilizzando l’indirizzo e-mail aziendale, riservando i vecchi account utilizzati al liceo solo per scambiare messaggi con le persone appartenenti alla propria vita privata.</p>



<h3>Ricontrollare sempre il destinatario di un messaggio</h3>



<p>Inviare un messaggio ad un diverso destinatario, può essere una grave disattenzione, soprattutto se il messaggio contiene dati sensibili. È una buona abitudine quella di ricontrollare sempre che l’indirizzo inserito e il nome del destinatario siano corretti.</p>



<h3>Utilizzare un linguaggio professionale</h3>



<p>Una particolare attenzione merita lo stile utilizzato quando si invia un’e-mail o un messaggio. Un ambiente di lavoro, richiede una certa professionalità, sia nel modo in cui ci si rivolge al destinatario, sia nel modo in cui vengono inviati i saluti.</p>



<h3>Chiedere il nome di qualcuno quando non lo si ricorda</h3>



<p>Cercare di memorizzare il nome di una persona appena conosciuta può evitare di trovarsi nella situazione di non ricordarlo quando la si incontra nuovamente. Piuttosto che rischiare e relazionarsi con l’interlocutore chiamandolo con un nome diverso dal proprio, è decisamente meglio ammettere la propria dimenticanza e chiedere gentilmente di ripetere il nome.</p>



<h3>Salutare i colleghi</h3>



<p>Salutare ad inizio e fine giornata i colleghi conosciuti e non, all’interno di un ufficio aiuta a stabilire un contatto con le persone presenti. Il tirare dritto senza salutare nessuno è segno di maleducazione.</p>



<h3>Rispettare le regole non scritte durante un pranzo o una cena di lavoro</h3>



<p>Quando si è ospiti di un pranzo o di una cena di lavoro, è buona prassi non ordinare niente di troppo costoso. Può essere utile adeguarsi a ciò che hanno ordinato gli altri. La regola è che chi ha organizzato l’appuntamento, debba poi occuparsi di pagare il conto, quindi è bene non approfittarsene.</p>



<h2>Lavoro e buone maniere</h2>



<p>Piccoli gesti e accortezze sono alla base in un ambiente di lavoro. È indicato infatti conoscere quelle regole non scritte in ambito di cortesia ed educazione. Ignorarle può creare un ostacolo verso il raggiungimento di un risultato.</p>



<h3>Non interrompere i colleghi</h3>



<p>Molti luoghi di lavoro hanno le postazioni disposte in un ambiente unico. Tale disposizione spesso incoraggia le persone ad interrompere il lavoro del collega che non risulta “protetto” dalle mura di un ufficio dedicato. Il consiglio è considerare l’open space come se fosse un luogo dove ogni postazione è protetta da un muro invisibile, avvisando preventivamente del proprio arrivo, chiamando o mandando una e-mail.</p>



<h3>Mantenere un linguaggio corretto e la propria postazione in ordine</h3>



<p>Sono due consigli generali, utili anche per i lavoratori in regime di <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/smart-working-in-tempo-di-crisi/" data-wpel-link="internal">lavoro agile</a>. In un sondaggio condotto da TheLadders.com che ha preso come campione 2.000 aziende, ben il 36% dei datori di lavoro ha emesso richiami formali per l’uso di un linguaggio non appropriato. Inoltre, l’81,2% dei dirigenti ritiene inaccettabile lavorare con colleghi di lavoro che non prestano attenzione alla pulizia.</p>



<h3>Offrire un caffè</h3>



<p>Chiedere alle persone con cui si condividono le giornate lavorative se vogliono un caffè di tanto in tanto, aiuta a rafforzare i rapporti, oltre che essere un piccolo gesto che la maggior parte delle volte viene apprezzato e ricambiato alla prima occasione utile.</p>



<h3>Non lamentarsi</h3>



<p>Il continuo esternare le proprie frustrazioni non aiuta a creare un clima positivo. Lamentarsi è spesso visto come un segno di debolezza, per altro inutile in quanto non aiuta nella risoluzione di un problema.</p>



<h3>Non fornire consigli non richiesti</h3>



<p>Viviamo in un’epoca dove chiunque si sente in dovere di dare consigli su come svolgere un’attività, come vestirsi o cosa mangiare. Fornire consigli non richiesti potrebbe indispettire un collega. È bene esprimere un parere solo quando è espressamente richiesto.</p>



<h2>Come non comportarsi con un collega</h2>



<p>È importante conoscere le buone abitudini da mantenere per far sentire a proprio agio un nuovo collega appena arrivato sul posto di lavoro. Quali sono le affermazioni e le domande assolutamente da evitare?</p>



<h3>Tentare di entrare troppo in confidenza</h3>



<p>I primi giorni per un nuovo collega è plausibile siano particolarmente delicati. Mantenere le giuste distanze ed evitare il crearsi di situazioni imbarazzanti è una piccola attenzione utile ad agevolare i processi di adattamento.</p>



<h3>Screditare gli altri</h3>



<p>Ognuno preferisce alcuni colleghi rispetto ad altri. Tuttavia, mettere in guardia un nuovo arrivato riguardo i conflitti presenti all’interno del posto di lavoro, è un atteggiamento assolutamente da evitare.</p>



<h3>Scoraggiare la scelta del collega</h3>



<p>Descrivere un ambiente di lavoro come un luogo da cui scappare il più in fretta possibile, o assicurarlo che presto si pentirà della scelta, non porta alcun vantaggio. Piuttosto è indicato guidare un nuovo arrivato, aiutandolo ad ambientarsi e integrarsi il più velocemente possibile.<br>Incoraggiare a non rispettare le regole</p>



<p>Ogni ambiente di lavoro ha le sue regole. Per quanto giuste o sbagliate, bisogna rispettarle. Incoraggiare ad infrangere i regolamenti, è un atteggiamento che non porta alcun beneficio a sé stessi e all’azienda.</p>



<h2>Chiedere quanto guadagna</h2>



<p>Un’altra domanda scomoda è chiedere il tipo di contratto che ha firmato il nuovo arrivato. È una domanda scomoda anche se rivolta ad un collega con cui si ha un rapporto instaurato da tempo, a maggior ragione lo è se rivolta ad una persona che si conosce da poco.</p>



<h2>Offrirsi come guida</h2>



<p>È giusto lasciare il tempo ad un nuovo arrivato di adattarsi e di scegliersi autonomamente le figure con le quali socializzare e prendere come riferimento. Presentarsi come un mentore, può avere il risultato di apparire arroganti.</p>



<h2>Ignorare il nuovo arrivato</h2>



<p>È giusto trovare un equilibrio nel rapportarsi con un collega, è sbagliato ignorarlo del tutto come è sbagliato seguirlo in ogni momento. Il consiglio è quello di lasciare che il collega si ambienti serenamente, facendo capire che se ha bisogno di supporto si è disponibili nel fornirlo.</p>



<h2>Come un piccolo gesto può essere determinante per ottenere un nuovo lavoro</h2>



<p>La giornalista <a href="https://study.com/articles/How_Good_Manners_Can_Help_You_Land_a_Great_Job.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Sarah Wright in un articolo</a> per Study.com un portale dedicato allo studio, contenente video corsi per ogni esigenza come la matematica, le scienze, la psicologia, la storia e le scienze sociali, è spiegato come le piccole attenzioni nei gesti quotidiani possano risultare determinanti per ottenere un lavoro.</p>



<p>Il presupposto è infatti che un curriculum, seppur redatto a regola d’arte, non è sufficiente senza requisiti come la <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/5-consigli-per-scrivere-un-curriculum-vincente/" data-wpel-link="internal">gentilezza e l’educazione</a>. Le fasi in cui porre attenzione, come specificato da Wright sono 3:</p>



<h3>Coltivare i contatti</h3>



<p>Avere una rete di contatti è estremamente importante. Nel momento del bisogno infatti, questi possono aiutarti ad ottenere la posizione lavorativa desiderata. Stabilire delle relazioni durature nel tempo è possibile solo ponendosi in maniera gentile e rispettosa.</p>



<h3>Utilizzare le buone maniere durante un colloquio di lavoro</h3>



<p>Far capire al selezionatore di riconoscere l’importanza delle regole non scritte e delle convenzioni sociali presenti all’interno di un posto di lavoro, ringraziare a fine colloquio per il tempo che un recruiter ha dedicato alla propria persona è un piccolo gesto, che potrebbe colpire positivamente e spianare la strada verso un nuovo futuro.</p>



<h3>Sul posto di lavoro</h3>



<p>Una volta che si viene assunti, il rispetto delle regole, la cortesia e la gentilezza non sono da abbandonare. È importante in questa fase dimostrare ancora di più di avere cura delle regole aziendali.</p>



<h2>Buone abitudini che fanno la differenza</h2>



<p>Spesso sono i piccoli gesti che portano a grandi successi e risultati, si pensi come <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/soft-skills/" data-wpel-link="internal">soft skills</a> possono migliorare l&#8217;ambiente lavorativo e i rapporti con i colleghi. Alcune tendenze possono essere una dote che appartiene ad un individuo fin dalla nascita. Essere a conoscenza riguardo quei piccoli gesti che alla lunga possono determinare il successo o l’insuccesso di una persona può risultare estremamente utile.</p>



<ul><li><strong>Tenersi costantemente aggiornati</strong>: i veri professionisti si informano continuamente riguardo quali competenze sviluppare in futuro. È una piccola abitudine che permette di avere un occhio sempre rivolto a come il mondo del lavoro si evolve e quali saranno le abilità richieste negli anni a venire.</li></ul>



<ul><li><strong>Intervenire opportunamente durante le riunioni</strong>: un consiglio che proviene dall’insegnate in Leadership Jo Miller è quello di non essere timidi. Prendere la parola durante un convegno per sostenere la tesi di un collega o porre una domanda ben ponderata può risultare vincente al fine di farsi notare.</li></ul>



<ul><li><strong>Assumersi le proprie responsabilità</strong>: accettare senza indugiare un nuovo lavoro, vuol dire far trasparire un carattere aperto alle sfide e alle opportunità. Le persone di successo invece di tirarsi indietro, agiscono.</li></ul>



<ul><li><strong>Stringere alleanze</strong>: le persone di successo sono consapevoli del fatto che circondarsi di colleghi fidati e stringere alleanze può essere determinante per la buona riuscita di un lavoro.</li></ul>



<ul><li><strong>Pensare come un manager non come un dipendente</strong>: un datore di lavoro pensa alle strategie da adottare, un dipendente attende disposizioni riguardo come procedere. Questa differenza, pur rimanendo nei propri ruoli può essere assottigliata, lavorando costantemente sui compiti assegnati, cercando di svolgerli al meglio e di raggiungere risultati al di sopra delle aspettative. Un impegno utile che pone le basi verso grandi risultati.</li></ul>



<ul><li><strong>Ascoltare e mettere in pratica i feedback</strong>: un impiegato esperto è consapevole che un feedback ricevuto è fornito nell’interesse aziendale. Piuttosto che recepire la disposizione come una critica personale, si impegna a metterla in atto.</li></ul>



<ul><li><strong>Identificare i problemi</strong>: indipendentemente dalla mansione svolta, studiare metodi per rendere più efficiente il lavoro è un’attitudine molto apprezzata, utile sia per aumentare la produttività sia per dimostrare la propria importanza all’interno dell’azienda.</li></ul>



<ul><li><strong>Porre attenzione al linguaggio del corpo</strong>: considerato che il 93% di ciò che si dice <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/potere-mani/" data-wpel-link="internal">non è espresso mediante le parole</a>, approfondire il significato dietro il linguaggio del corpo può risultare estremamente utile nel comprendere le vere intenzioni del proprio interlocutore.</li></ul>



<h2>Un atteggiamento positivo migliora la produttività</h2>



<p>In un articolo per Harvard Business Review, <a href="https://hbr.org/2015/12/proof-that-positive-work-cultures-are-more-productive" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Emma Seppälä&nbsp;e&nbsp;Kim Cameron</a>, spiegano come essere positivi in un ambiente di lavoro porti benefici all’umore dei dipendenti e dei datori e si ripercuota positivamente sui profitti. L’articolo analizza quali solo i piccoli accorgimenti che un’azienda può implementare al suo interno per migliorare la produttività.</p>



<p>Lo studio riporta come secondo i dati dell’American Psychlogical Association, ogni anno sono spesi oltre 500 miliardi di USD negli Stati Uniti in farmaci contro lo <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/burnout/" data-wpel-link="internal">stress</a>. Inoltre, i dipendenti a causa del burnout si assentano da lavoro per un totale di 550 milioni di giorni l’anno, dal 60% all’80% degli incidenti sul lavoro sono causati dallo stress così come la maggior parte delle visite mediche.</p>



<p>Lavorare quindi sulla positività, aiuta a raggiungere grandi risultati e migliora il benessere. Un aspetto che è tenuto in considerazione da molte aziende, sempre più propense a prevedere luoghi di svago all’interno dei propri uffici.</p>



<p>Una cultura positiva in un ambiente di lavoro si basa, secondo l’articolo, sui seguenti principi:</p>



<h2>Favorire i rapporti personali</h2>



<p>Un impegno aziendale volto a favorire l’instaurazione di solidi rapporti tra colleghi è uno sforzo ben ripagato. Studi dimostrano che i dipendenti si ammalano con minore frequenza, tollerano meglio il disagio e anche l’impegno sul posto di lavoro ne trae beneficio.</p>



<h2>Mostrare empatia</h2>



<p>Per un datore di lavoro, impegnarsi nella comprensione delle esigenze dei propri dipendenti porta ad un miglioramento del benessere complessivo aziendale. Jane Dutton e colleghi del <a href="https://scholarship.sha.cornell.edu/articles/749/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Compassion Lab dell’Università del Michigan</a> hanno dimostrato come, datori di lavoro compassionevoli aiutano il dipendente nello sviluppo della resilienza nei momenti di particolare difficoltà.</p>



<h2>Aiutare i dipendenti</h2>



<p>Jonathan Haidt in una ricerca per la New York University, ha dimostrato come i leader che si sacrificano per i propri dipendenti hanno un maggior seguito e godono di maggiore fedeltà e fiducia.</p>



<h2>Incoraggiare al dialogo</h2>



<p>Un buon datore di lavoro è colui che incoraggia un dipendente ad esporre le proprie problematiche, incoraggia all’iniziativa personale ed è in grado di fornire un’adeguata formazione. Abilità che permettono di ottenere risultati migliori rispetto a stabilire barriere invalicabili tra datore e colleghi.</p>
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		<title>I linguaggi di programmazione più usati e pagati meglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 17:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Checklist Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La professione del programmatore informatico è un’attività in continua evoluzione che per via del progresso tecnologico, con gli anni si è sempre più specializzata e settorializzata. Non è scontato che oggi i professionisti del settore informatico siano in grado di utilizzare tutti i linguaggi di programmazione. Per lo più, i programmatori hanno una conoscenza approfondita [&#8230;]</p>
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<p>La professione del <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.cercalavoro.it/blog/professione-programmatore-informatico/" target="_blank" data-wpel-link="internal">programmatore informatico</a> è un’attività in continua evoluzione che per via del progresso tecnologico, con gli anni si è sempre più specializzata e settorializzata. Non è scontato che oggi i professionisti del settore informatico siano in grado di utilizzare tutti i linguaggi di programmazione.</p>



<p>Per lo più, i programmatori hanno una conoscenza approfondita di 3 – 4 linguaggi a seconda del settore di competenza, come lo sviluppo di siti internet, lo sviluppo di applicazioni per smartphone (Android o MacOS) oppure possono essere specializzati in linguaggi per videogiochi o in linguaggi specifici per la gestione di server.</p>



<p>L’informatica in generale è un settore, sia esso svolto da remoto o presso un’azienda, ha un futuro roseo davanti a sé in termini di richiesta e <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/lavori-freelance-strapagati/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">possibilità di guadagno</a>.</p>



<p>In questo articolo si vedrà quali sono i linguaggi di programmazione più utilizzati e retribuiti nel 2020.</p>



<h2>Cosa sono i Linguaggi di Programmazione?</h2>



<p>Per linguaggio di programmazione si intende una serie di istruzioni sotto forma di testo e codici che un programmatore, attraverso appositi strumenti, inserisce in una macchina che a sua volta li decodifica in un’applicazione o un programma.</p>



<p>Sebbene molti linguaggi di programmazione condividano le stesse funzionalità, ognuno ha una propria sintassi.</p>



<p>Il linguaggio più famoso e popolare è JavaScript utilizzato per la creazione di siti internet e plugin interattivi. Per quanto riguarda lo sviluppo di applicazioni per Android, è Java il linguaggio più utilizzato. Al terzo posto e in costante ascesa vi è Python, è considerato un linguaggio relativamente semplice da imparare ma allo stesso tempo molto efficace e divertente per la programmazione di dispositivi dotati di intelligenza artificiale.</p>



<h2>I migliori linguaggi di programmazione</h2>



<p>In un sondaggio condotto da Stack Overflow un portale sviluppato secondo lo stile “domanda &amp; risposta”, nel quale si possono porre quesiti inerenti al settore informatico, sono stati intervistati 65.000 programmatori provenienti da tutto il mondo.</p>



<p>Il 55% degli intervistati dichiara di essere uno sviluppatore Full Stack, professionisti cioè che hanno competenze tecniche in ambito di programmazione complete che li rendono versatili e abili nel progettare, sviluppare e testare applicazioni utilizzando diversi linguaggi.</p>



<p>Circa il 20% degli intervistati invece, dichiara di essere specializzato in un linguaggio di programmazione proprio per i dispositivi mobili. In media gli sviluppatori sono occupati nel così detto sviluppo in back-end, front-end, e full-stack.</p>



<p>Secondo il sondaggio quella del programmatore è una professione che richiede competenze specifiche. Il 75% degli intervistati possiede almeno un diploma di laurea. Le certificazioni conseguite sono per lo più nel ramo dell’informatica, ma anche i laureati in ingegneria meccanica ed elettrica, trovano lavoro come sviluppatori informatici per via delle competenze acquisite durante i loro percorsi di studi.</p>



<p>Inoltre, quella del programmatore è una professione in particolar modo svolta dai giovani. Dalla ricerca si evince che oltre la metà del campione considerato ha un’età compresa tra 20 e 34 anni.</p>



<p>Il miglior linguaggio di programmazione, largamente utilizzato negli ultimi otto anni è <strong>JavaScript</strong>, seguito dai linguaggi HTML/CSS, SQL, Python, JAVA, Bash/Shell/PowerShell, C#.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img src="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-utlizzati.png" alt="" class="wp-image-3088" srcset="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-utlizzati.png 839w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-utlizzati-300x130.png 300w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-utlizzati-768x332.png 768w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-utlizzati-600x260.png 600w" sizes="(max-width: 839px) 100vw, 839px" /><figcaption>Fonte: Stack Overflow</figcaption></figure>



<p>Concentrandosi esclusivamente sulla programmazione web, jQuery è ancora il linguaggio più diffuso, tuttavia sono in forte ascesa React.js e Angular. Per quanto riguarda le tecnologie utilizzate per il ramo database, al primo posto vi è MySQL, seguito da PostgreSQL e Microsoft SQL. Una leggera crescita è registrata da Firebase.</p>



<p>I sistemi operativi più utilizzati per la programmazione informatica sono Linux al 55%, Windows al 53,1%, Docker al 35%, AWS al 26.7%, Android al 26,2%, MacOS al 24%.</p>



<h2>Quali sono i linguaggi di programmazione preferiti dagli sviluppatori?</h2>



<p>Da cinque anni consecutivi, Rust è al primo posto come linguaggio più amato dai programmatori, seguito da TypeScript e Python. Al contrario VBA, Obkective C e Perl sono tra i linguaggi più temuti. Nonostante siano molto utilizzati, i programmatori hanno dichiarato di non avere interesse nel continuare ad approfondirne la conoscenza. I maggiori interessi, per il quarto anno consecutivo sono rivolti verso l’approfondimento delle potenzialità di Python.</p>



<p>Dal lato sviluppo web, i primi tre linguaggi preferiti dagli sviluppatori sono ASP.NET Core, React.js e Vue.js. Per quanto riguarda i database sono Redis, PostgreSQL e Elasticsearch.</p>



<p>Tra i sistemi operativi più amati dagli sviluppatori, Linux è saldamente al primo posto, seguito da Docker e Kubermetes.<br>I linguaggi di programmazione più pagati</p>



<p>A livello globale, i programmatori che lavorano con i linguaggi Perl, Scala e Go, hanno stipendi più elevati rispetto la media. La retribuzione infatti, si attesta intorno ai 75.000 USD.</p>



<p>Perl in particolare, appare essere molto richiesto e allo stesso tempo molto temuto dai programmatori, la mancanza di professionisti in grado di utilizzare questo linguaggio sembra essere la causa per la quale le aziende sono ben disposte a retribuire coloro che ne hanno dimestichezza nell’utilizzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img src="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-pagati.png" alt="" class="wp-image-3091" srcset="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-pagati.png 850w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-pagati-300x163.png 300w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-pagati-768x417.png 768w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/linguaggi-programmazione-piu-pagati-600x326.png 600w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /><figcaption>Fonte: Stack Overflow</figcaption></figure>



<p>Risultano altresì ben pagati gli sviluppatori specializzati in Python 59.000 USD, Swift 58.000 USD, C#, R e TypeScript con 57.000 USD.</p>



<p>Secondo il sondaggio condotto da Stack Overflow, un programmatore esperto impiega da pochi mesi ad un anno nell’apprendimento di un nuovo linguaggio di programmazione. L’aggiornamento costante appare essere una volontà imprescindibile per questo tipo di lavoro, considerato quanto rapidamente tali tecnologie si evolvono.</p>



<p>Inoltre, questa professione richiede un impegno full-time, il 70,9% degli intervistati ha dichiarato di lavorare a tempo pieno, e solo il 3,5% ha un contratto part-time. L’8,9% del campione intervistato invece, è un freelance o un libero professionista.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione PERL</h3>



<p>Perl (Practical&nbsp;Extraction and&nbsp;Report&nbsp;Language) è un linguaggio creato nel 1987 da Larry Wall. Nel tempo si è evoluto fino a racchiudere un potente sistema composto da moduli e da un linguaggio in grado di elaborare immagini, banche dati, processi comunicativi. Perl è particolarmente indicato per tutte quelle operazioni che riguardano l’<a rel="noreferrer noopener external" href="https://www.researchgate.net/publication/5142856_Using_Perl_for_Statistics_Data_Processing_and_Statistical_Computing" target="_blank" data-wpel-link="external">analisi dati e calcolo statistico</a>. Secondo Wall, Perl ha la caratteristica di: “<em>rendere le cose facili, facili e quelle difficili, possibili</em>” (“<em>Make the easy things easy, and the hard things possible</em>”).</p>



<p>Il linguaggio combina le funzioni di altri linguaggi come C, con le capacità di script shell, così da riuscire ad eseguire una vasta serie di comandi. Perl è un così detto linguaggio di programmazione interpretato. I codici scritti sono in byte che vengono a loro volta convertiti dalla macchina che esegue il programma.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione SCALA</h3>



<p>Scala è un linguaggio di programmazione sviluppato nel 2014 da Martin Odersky. È un linguaggio generico, progettato per risolvere i problemi riscontrati dagli sviluppatori nell’utilizzo di Java.</p>



<p>Il codice sorgente è compilato in byte, il che rende SCALA eseguibile da una macchina virtuale Java.</p>



<p>Il linguaggio utilizza una sintassi a parentesi graffa simile a C. SCALA integra tra le funzioni l’uso di Schemi, gli Standard ML e Haskell. Supporta inoltre dati algebrici, covarianza e contra varianza.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione GO</h3>



<p>Go è un linguaggio di programmazione open source sviluppato da Google. Il linguaggio è stato pensato per la realizzazione di applicativi e software. La caratteristica principale è la semplicità nell’utilizzo, la velocità e la multifunzionalità.</p>



<p>Go è stato sviluppato nel 2007 da&nbsp;Robert Griesemer, Rob Pike e Ken Thompson, tuttavia è stato rilasciato solo nel marzo 2012. Come dichiarato da Rob Pike, lo scopo principale di Go è quello di ridurre la lentezza nello sviluppo dei software all’interno di Google. Il linguaggio mira a gestire e sviluppare i sistemi di grandi dimensioni. Oggi sono molte le multinazionali che utilizzano Go, tra le quali Google, Amazon, Facebook e Yahoo.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione RUST</h3>



<p>Rust è stato sviluppato nel 2010 inizialmente da Graydon Hoare, successivamente dai Rust Project Developers. È un linguaggio compilato, utilizzato per lo sviluppo di software. Il progetto è sostenuto dalla Mozilla Fundation, può quindi vantare tutto il know-how degli sviluppatori del celebre browser Firefox.</p>



<p>La sintassi di Rust è simile al linguaggio C per via della presenza delle parentesi graffe, anche se la semantica è molto diversa dai linguaggi C e C++.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione Python</h3>



<p>Python è un linguaggio ideato nel 1991 da Guido van Rossum ma ha raggiunto la popolarità soltanto negli ultimi anni. Come sostengono gli sviluppatori, Python è un linguaggio dinamico indicato per molti tipi di supporto software. Si caratterizza per la semplicità nell’utilizzo e per la distribuzione Open Source.<br>Il linguaggio è supportato dai sistemi operativi Windows, Linux/Unix, Mac OS, e dalle macchine virtuali Java e .NET.</p>



<h3>Linguaggio di programmazione Swift</h3>



<p>Swift nasce nel 2014 per mano di Apple. È il software per eccellenza dedicato allo sviluppo di app mobile per IOS. È un linguaggio object-oriented utilizzabile anche con Linux. Swift è stato ideato per completare il linguaggio Objective-C a sua volta largamente utilizzato per lo sviluppo dei sistemi operativi Apple.<br>Le caratteristiche principali sono la velocità e l’efficienza, Swift fornisce feedback in tempo reale che permettono di ottimizzare i processi. Società quali Airbnb e LinkedIn hanno integrato il linguaggio all’interno delle proprie applicazioni.</p>
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		<title>Le trappole del disoccupato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 03:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colloquio Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trovare un lavoro è un compito arduo che attraversa diverse fasi, come la ricerca della giusta predisposizione mentale nel volersi mettere in gioco, la stesura di un curriculum vincente e di una lettera di presentazione efficace, la firma di un contratto di lavoro. Trovare un impiego non è un percorso lineare e varia a seconda [&#8230;]</p>
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<p>Trovare un lavoro è un compito arduo che attraversa diverse fasi, come la ricerca della giusta predisposizione mentale nel volersi mettere in gioco, la stesura di un <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/5-consigli-per-scrivere-un-curriculum-vincente/" data-wpel-link="internal">curriculum vincente</a> e di una <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/guida-lettera-di-presentazione/" data-wpel-link="internal">lettera di presentazione efficace</a>, la firma di un contratto di lavoro.</p>



<p>Trovare un impiego non è un percorso lineare e <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/trovare-lavoro-50-anni/" data-wpel-link="internal">varia a seconda dell’età</a> <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/cerco-lavoro-senza-esperienza/" data-wpel-link="internal">delle capacità e dell’esperienza</a>.</p>



<p>Partendo dalla definizione di disoccupato e delle misure proposte per contrastare la trappola della disoccupazione, in questo articolo si forniscono utili consigli riguardo gli errori da evitare nella ricerca di un impiego e un’analisi sui risvolti psicologici in un individuo costretto a lunghi periodi di disoccupazione.</p>



<h2>Stato di disoccupazione, definizione</h2>



<p>Un disoccupato è colui che si ritrova senza un impiego ma ha dichiarato la propria immediata disponibilità (DID) a intraprendere un percorso lavorativo, rendendosi disponibile alle misure previste dalla politica attiva del lavoro accordate con il Centro per l’Impiego.</p>



<p>Lo status di disoccupato è una condizione necessaria sia per l’accesso all’indennità di disoccupazione NASpl e DIS-COLL sia per l’iscrizione nell’elenco dei servizi per il collocamento mirato.</p>



<p>La Circolare 34 del 2015 del Ministero del Lavoro precisa che l’essere disoccupato non riguarda soltanto chi non svolge un’attività lavorativa in forma subordinata, parasubordinata o autonoma ma anche chi ha un reddito annuo inferiore al reddito minimo escluso dall’imposizione fiscale (8.145 EUR per il lavoro subordinato e parasubordinato e 4.800 EUR per il lavoro autonomo).</p>



<h2>Quali insidie nasconde lo status di disoccupato</h2>



<p>In un articolo per la rivista statunitense The Atlantic, la <a href="https://www.theatlantic.com/business/archive/2016/05/how-credit-can-help-unemployed/484298/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">giornalista Gillian B. White</a> pone l’accento sul fatto che un lavoratore quando non trova un impiego per lunghi periodi di tempo entra in una vera e propria trappola che lo conduce ad accettare posizioni lavorative per le quali risulta sottopagato o iper-qualificato. Questo meccanismo porta un progressivo aumento della povertà influenzando i guadagni di un individuo.</p>



<p>Ottenere una posizione lavorativa svantaggiosa rispetto la precedente, è particolarmente vero per quelle fasce di popolazione più disagiate, poiché queste ultime non hanno una disponibilità economica tale da garantire sostenibilità per lunghi periodi di tempo.</p>



<h2>Gli errori da evitare nella ricerca di un lavoro</h2>



<p>Lifehack.org è un portale fondato da Leon Ho che si occupa di diffondere buone pratiche utili a raggiungere gli obiettivi della propria vita in modo intelligente.</p>



<p>All’interno del sito, in un articolo scritto da Steve Kux vengono descritti i <a rel="noreferrer noopener external" href="https://www.lifehack.org/articles/work/10-common-job-hunting-mistakes-you-need-avoid.html" target="_blank" data-wpel-link="external">10 comuni errori che vengono commessi durante la ricerca di un lavoro</a> e, integrati con i suggerimenti di <a href="https://easyhunters.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Francesca Contardi managing director</a> di EasyHunters un’agenzia che si occupa di ricerca e selezione del personale, sono qui in basso riportati.</p>



<h3>Mancanza di contenuti specifici per la posizione richiesta nel curriculum</h3>



<p>Il curriculum dovrebbe contenere al suo interno il perché il proprio profilo è adatto per la posizione richiesta. Se ad esempio si è maturata esperienza in una catena di fast food è inutile metterla in evidenza quando si è alla ricerca di una posizione in un ufficio tecnico. Il consiglio è quello di avere curricula differenti che esaltino qualità specifiche a seconda del diverso tipo di lavoro a cui si invia la richiesta.</p>



<p>I selezionatori tendono a dare molta <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/soft-skills/" data-wpel-link="internal">importanza alle competenze trasversali</a>, soft skills, il sapere quali sono e come metterle in evidenza può risultare determinante.</p>



<h3>Presentare un curriculum con errori grammaticali e di sintassi</h3>



<p>Nello scrivere un curriculum è necessario prestare attenzione agli errori. È difficile infatti auto correggere la propria scrittura in quanto il cervello tende a dare per scontato il messaggio che si vuole comunicare portando a saltare dei passaggi e commettere errori che risultano evidenti a chiunque al di fuori di sé stessi legge il curriculum. Far rileggere i propri scritti ad un amico può aiutare ad evitare questo terribile errore.</p>



<h3>Presentare un curriculum contenente una terminologia inflazionata o non adeguata</h3>



<p>Secondo Contardi il 90% dei curriculum presenta espressioni simili, quali “ottime doti relazionali” “capacità di lavorare in team” “persona motivata”. Il fatto che chiunque usi le medesime espressioni ha fatto sì che queste perdessero di significato. Il consiglio è utilizzare termini meno inflazionati che descrivano meglio le proprie attitudini.</p>



<h3>Non essere presenti online</h3>



<p>L’era digitale impone che le esperienze maturate siano provabili e riscontrabili anche online. Esistono portali dedicati dove poter allegare il proprio curriculum mantenendolo sempre aggiornato. Ogni persona alla ricerca di un lavoro dovrebbe almeno avere attivo il <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/linkedin-per-trovare-lavoro/" data-wpel-link="internal">proprio profilo LinkedIn</a>.</p>



<h3>Non fare alcuna ricerca sulla società a cui si richiede un lavoro</h3>



<p>Quando finalmente si è accettati per un colloquio, è consigliato non dimenticarsi di fare meticolose ricerche sulla società a cui si è presentata una domanda di lavoro. Mostrare interesse per la compagnia, dimostrare di conoscere e di condividere i valori e la mission aiuta a dimostrare che si sta prendendo seriamente l’opportunità. Un buon primo passo è quello di consultare la sezione “Chi siamo” presente su ogni sito internet di un’azienda.</p>



<p>Inoltre, il buon esito di un colloquio può portare ad essere assunti per periodo di prova. È utile in questo caso <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/periodo-di-prova/" data-wpel-link="internal">conoscere tutti i diritti e gli scenari</a> a cui si va incontro.</p>



<h3>Presentare una domanda di lavoro solo basandosi sulle offerte presenti</h3>



<p>La ricerca di un lavoro è un processo in cui è necessario essere attivi. Presentare domanda solo in base alle offerte presenti sul web o sulle riviste dedicate potrebbe non bastare. Le grandi aziende spesso non hanno particolari riserve nel valutare proposte anche al di fuori di un periodo prestabilito per la selezione di nuovo personale. Fare una ricerca sulle possibili aziende dove si desidera lavorare e inviare una e-mail allo studio delle risorse umane dimostra un interesse specifico per la loro attività indipendentemente dal fatto che ci siano o meno posizioni aperte.</p>



<h3>Inviare a tutte le posizioni aperte la propria candidatura</h3>



<p>È un modo di procedere utile solo a perdere tempo. Per ottenere un risultato è necessario focalizzarsi esclusivamente su quelle offerte di lavoro che realmente richiedono un profilo affine al proprio.</p>



<h3>Non limitarsi solo alla rete</h3>



<p>Il semplice inviare e-mail e curricula potrebbe non bastare. È importante tentare di stabilire un contatto diretto e personale con le persone giuste. Confrontarsi con amici e conoscenti potrebbe aiutare ad aprire le porte per un colloquio di lavoro senza passare per gli affollati canali ufficiali. Attenzione però, nel farlo è indicato essere perfettamente idonei per la posizione, essere informati e consapevoli che tali possibilità non accadono frequentemente.</p>



<h3>Farsi prendere dallo sconforto</h3>



<p>Trascorrere intere giornate ad ottimizzare il curriculum, lettere di presentazione e ricerca, può essere demoralizzante se non arrivano i risultati desiderati. Tuttavia, è importante mantenere un atteggiamento proattivo e positivo, farsi prendere dallo sconforto infatti ha un impatto negativo sull’intero processo di ricerca di una posizione lavorativa.</p>



<h3>Essere insistenti</h3>



<p>Quando non si riceve una risposta da un recruiter è inutile perseguitarlo con continue telefonate o messaggi. Questo atteggiamento infatti non porterà altro che diminuire le residue possibilità di essere ricontattato per una determinata occupazione. È accettabile una telefonata come promemoria senza andare oltre.</p>



<h3>Cercare di impietosire il selezionatore</h3>



<p>I selezionatori tendono a dare molta importanza alle personalità che sono in grado di reagire di fronte alle situazioni difficili. Fare la vittima non aumenta le possibilità di essere scelti per una determinata posizione.</p>



<h3>Avere un indirizzo e-mail non professionale</h3>



<p>Un elemento spesso trascurato è l’indirizzo e-mail utilizzato. Spesso un indirizzo con un nome stravagante non fornisce un primo impatto professionale.</p>



<h3>Dimenticare di allegare la lettera di presentazione</h3>



<p>Una lettera di presentazione allegata ad un curriculum dimostra attenzione a ciò che si sta inviando. Un recruiter infatti noterà l’impegno applicato nello spendere alcune parole proprie per la posizione richiesta.</p>



<h3>Non essere in grado di valutare quale richiesta economica avanzare</h3>



<p>È importante sapere con precisione quali condizioni contrattuali prevede un’azienda, ad esempio la quota di stipendio fisso e la quota variabile ed eventuali bonus o agevolazioni. Essere consapevoli di questi aspetti permette di richiedere uno stipendio adeguato alle possibilità dell’azienda evitando di presentare richieste troppo elevate o troppo basse.</p>



<h2>Le tre macroaree nelle quali si commettono gli errori più comuni</h2>



<p>Work it Daily è un portale che mette a disposizione un team di esperti e gli strumenti necessari per aumentare il rendimento e la felicità sul posto di lavoro. In un articolo scritto dal Presidente di Best Resume Writing Service Don Goodman e dal Brand Content Manager e reporter di Work it Daily, Aaron Sanborn sono state individuate tre macroaree nelle quali un disoccupato commette errori durante la ricerca di un lavoro (https://www.workitdaily.com/job-search-mistakes-to-avoid).</p>



<h3>Errori nel modo di cercare un impiego</h3>



<p>Basarsi esclusivamente sugli annunci di lavoro per la ricerca, tralasciando l’importanza di costruire una rete di contatti.</p>



<p>Nessuna presenza online, i selezionatori di personale spesso ricercano i candidati in rete, avere un profilo che contenga le giuste parole chiave può risultare determinante.</p>



<p>Gestione inefficace del proprio profilo e curriculum online. L’obiettivo non deve essere esclusivamente quello di comunicare che si è alla ricerca di un lavoro e fermarsi nell’attesa che qualcuno visiti il profilo, piuttosto è indicato essere proattivi nella ricerca.</p>



<h3>Errori di contenuto nel curriculum e nella lettera di presentazione</h3>



<p>Un buon curriculum deve rispondere alla domanda “Cosa posso fare per l’azienda” e contenere informazioni specifiche per la posizione richiesta. Le informazioni non rilevanti non apportano alcun valore al curriculum.</p>



<p>Non utilizzare parole chiave e pertinenti. I recruiter spesso utilizzano software per il tracciamento di alcune parole chiave prima di visionare i curriculum.<br>Fare un elenco delle mansioni precedenti e delle responsabilità piuttosto che dei successi e dei risultati raggiunti.</p>



<h3>Errori durante il colloquio di lavoro</h3>



<p>Arrivare in ritardo significa implicitamente comunicare una scarsa considerazione verso la posizione lavorativa. Quando sopraggiungono cause di forza maggiore è buona usanza avvisare il selezionatore chiedendo di spostare l’appuntamento.</p>



<p>Non relazionarsi adeguatamente con il selezionatore, ad esempio non ponendo alcuna domanda che dimostri interesse verso l’opportunità offerta.<br>Fare discorsi negativi riguardo i precedenti datori di lavoro o colleghi. I selezionatori non apprezzano questo tipo di feedback poiché la tendenza è quella di evitare l’assunzione di persone che hanno avuto conflitti durante il corso delle loro esperienze passate.</p>



<p>Dimostrare di non conoscere l’azienda per la quale si sta sostenendo un colloquio. Il consiglio è quello di informarsi bene sul mercato di cui si occupa l’attività.<br>Scarsa comunicazione con il linguaggio del corpo, la comunicazione non verbale trasmette molteplici informazioni. Essere consapevoli di cosa si comunica con la postura e con i gesti delle mani può essere determinante. (link cercalavoro – Il potere delle mani)</p>



<h2>Le trappole del disoccupato dal punto di vista psicologico</h2>



<p>Dopo aver analizzato quali sono gli errori da non commettere al fine di evitare che lo status di disoccupato perduri nel tempo, un altro aspetto sul quale concentrarsi riguarda le conseguenze psicologiche che vengono a crearsi in un individuo che per un lungo periodo di tempo non riesce a trovare lavoro.<br>Gli effetti mentali e psichici sono un tema largamente dibattuto dagli studiosi.</p>



<p>Sul tema è presente uno <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1646287/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">studio sul portale dell’US National Library of Medicine National Institutes of Health</a>, condotto da M. W. Linn,&nbsp;R. Sandifer, and&nbsp;S. Stein.</p>



<p>Il campione di individui considerato per l’analisi è di 300 persone divenuti disoccupati e messi a confronto con un numero uguale di persone che invece hanno continuato a lavorare. Sono stati raccolti e confrontati i dati psicologici e sanitari dei due gruppi mediante un’analisi multivariata di varianza e covarianza.<br>I risultati hanno dimostrato come il gruppo di persone disoccupate hanno presentato sintomi di depressione e ansia significativamente maggiori rispetto al gruppo dei lavoratori. Deviazioni standard elevate sono state rilevate nell’autostima, anche se alcuni individui hanno reagito meglio di altri grazie ad un maggiore supporto ricevuto dalla famiglia e dagli amici.</p>



<p>Inoltre, il campione di uomini disoccupati ha ricorso al proprio medico in maniera significativamente più elevata rispetto il campione di lavoratori, uno stesso risultato è stato ottenuto in merito all’assunzione di farmaci.</p>



<p>Un&#8217;altra ricerca dal titolo: “<a href="https://www.researchgate.net/publication/4931738_The_psychological_impact_of_unemployment_and_joblessness" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">The psychological impact of unemployment and joblessness</a>” è stata condotta da Arthur H. Goldsmith professore di economia alla Washington &amp; Lee University, Willian Darity professore di Public Policy della Duke University, e Jonathan R. Veum dell’U.S. Bureau of Labor Statistics.</p>



<p>Lo studio ha analizzato due campi principali, quello della produttività e del reddito perso a causa della disoccupazione da parte dell’individuo e l’impatto psicologico subito dal lavoratore e dalla sua famiglia.</p>



<p>La psicologia ha già dimostrano come lo status di disoccupazione può portare ad un deterioramento della salute mentale. Inoltre, sono presenti strumenti in grado di misurare vari aspetti inerenti alla salute emotiva.</p>



<p>Lo scopo dello studio condotto è triplice:</p>



<p>Perché la disoccupazione rischia di minare la percezione di un individuo sulle proprie capacità, portando a conseguenti impatti negativi di natura psicologica;</p>



<p>Analizzare la relazione tra la perdita del lavoro e “locus of control” il modo cioè in cui un individuo ritiene che gli eventi della propria vita derivino dai comportamenti e dalle scelte oppure siano causa di eventi indipendenti al proprio volere;</p>



<p>Indaga sul rapporto tra la mancanza di lavoro e come questa porti alla perdita di energia e autostima.</p>



<p>La ricerca, partendo dall’analisi economica riguardo le conseguenze causate dalla disoccupazione, riprende le considerazioni di Arthur Okun (1970). Okun pone l’accento su fatto che un elevato tasso di disoccupazione comporta agli stati oneri sociali più elevati sotto il profilo di minori entrate fiscale e maggiori spese dei governi nei programmi di previdenza sociale. Inoltre, l’individuo subisce una perdita in termini di competenze non acquisite a causa della disoccupazione.</p>



<p>Dal punto di vista psicologico, gli individuivi secondo Seligman e Maier (1967) fronteggiano un senso di impotenza che porta le persone a convincersi di non avere un controllo degli eventi che influenzano la vita. Seligman sostiene inoltre che questo tipo di convinzione conduca a una riduzione della motivazione nel cercare una nuova occupazione, innescando quindi un circolo vizioso. Il senso di impotenza si accentua tanto più aumenta il periodo di disoccupazione (Wortman e Brehm, 1975). L’impatto psicologico può inoltre protrarsi e influenzare anche le successive prestazioni lavorative sotto il profilo comportamentale.</p>



<p>Sulla base degli studi di Harrison (1976) e Hill (1977) quando un individuo si ritrova ad affrontare la disoccupazione attraversa tre fasi. In una prima fase si riscontra un senso di ottimismo dovuto alla convinzione di riuscire presto a trovare una nuova occupazione. Inoltre, registra un senso di sollievo dato dall’essere esonerati dai regimi e dai doveri lavorativi. La fine dell’ottimismo e dell’euforia avviene appena si prende consapevolezza di non riuscire a trovare in tempi brevi un nuovo lavoro, ciò porta l’individuo ad entrare in una fase intermedia in cui inizia ad avvertire un senso di debilitazione.</p>



<p>Questa fase porta un calo della motivazione nel cercare un nuovo lavoro e all’insorgere del pessimismo. La terza e ultima fase è quella in cui un individuo vive una disoccupazione di lunga durata. I sentimenti che si provano, portano una persona ad accettare e accontentarsi di essere disoccupati. In questa fase non avere un lavoro è visto come un evento al di fuori del proprio controllo, aumentando il senso di impotenza.</p>



<p>In conclusione, e sulla base degli studi condotti dagli esperti, risulta fondamentale non farsi coinvolgere da meccanismi psicologici che possono essere deleteri per una persona. Come suggerito durante l’articolo non bisogna farsi prendere dallo sconforto se un nuovo lavoro tarda ad arrivare, al contrario è necessario essere determinati, proattivi e positivi evitando tutte le trappole che un disoccupato può incontrare durante il percorso che intraprende nella ricerca di una nuova occupazione.</p>
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		<title>Professione Animatore Turistico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 20:50:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Professioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Una vita in vacanza, una vecchia che balla” recita il ritornello di una canzone de Lo Stato Sociale che ha avuto un grande successo al Festival di Sanremo del 2018. La vacanza è sempre associata all’idea di ballo, attività ludiche e divertimento, soprattutto rivolte a gente che normalmente non le pratica. L&#8217;animatore turistico si occupa [&#8230;]</p>
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<p>“<em>Una vita in vacanza, una vecchia che balla</em>” recita il ritornello di una canzone de <em>Lo Stato Sociale </em>che ha avuto un grande successo al Festival di Sanremo del 2018. La <strong>vacanza </strong>è sempre associata all’idea di<strong> ballo, attività ludiche e divertimento</strong>, soprattutto rivolte a gente che normalmente non le pratica. L&#8217;animatore turistico si occupa proprio di organizzare il divertimento e l&#8217;intrattenimento per gli ospiti in una località di vacanza.&nbsp;</p>



<p>Tra i vari impieghi che si trovano nel mondo del turismo, quello di<strong> animatore turistico</strong> è senza dubbio uno dei più conosciuti e ambiti, in particolare dai ragazzi alle prime esperienze lavorative, che spesso possono intraprendere quest’<strong>occupazione stagionale</strong> per la sola estate.&nbsp;</p>



<p>Coinvolgere chi è in vacanza nelle varie attività ricreative è un <strong>compito impegnativo</strong>, bisogna essere coinvolgere senza risultare invadenti, emanare allegria senza essere fastidiosi, inoltre bisogna essere in grado di svolgere le varie&nbsp;attività&nbsp;sapendo come relazionarsi ai gruppi di persone con cui si ha a che fare.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Chi è l’animatore turistico&nbsp;</h2>



<p>L’animatore turistico è quella figura che <strong>lavora nei luoghi di villeggiatura e vacanza</strong>, come&nbsp;villaggi turistici, hotel, spiagge, navi da crociera o resort, svolgendo<strong> diverse attività </strong>a seconda delle esigenze dei turisti, della struttura e della stagione in cui sta lavorando.&nbsp;</p>



<p>La motivazione alla base della scelta di lavorare come animatore turistico è molto spesso la possibilità di <strong>unire il lavoro con il divertimento e i viaggi</strong>. Nonostante l&#8217;animatore <strong>lavori e non sia in vacanza</strong>, dovendo organizzare il divertimento per gli ospiti, comunque si diverte con loro, passa il tempo in spiaggia con loro, fa la crociera con loro. Inoltre è un lavoro che <strong>offre l&#8217;opportunità di viaggiare</strong>, potenzialmente in ogni angolo del mondo: in luoghi di villeggiatura all&#8217;estero, in località esotiche, al mare o in montagna. L&#8217;ambiente di lavoro è <strong>giovane e dinamico</strong>, e gli annunci si rivolgono molto spesso anche a chi è alla prima esperienza.&nbsp;</p>



<p>Tutte queste caratteristiche rendono il lavoro di animatore turistico bello ed entusiasmante, e particolarmente adatto ai giovani che vogliono<strong> investire il tempo delle vacanze guadagnando </strong>e divertendosi con tanti altri ragazzi in un contesto internazionale.&nbsp;</p>



<p>Tra i compiti dell’animatore&nbsp;può rientrare l’organizzazione di tornei, giochi per bambini, feste e spettacoli musicali. Ma al di là delle mansioni specifiche, che dipendono dalla suddivisione dei compiti all’interno dell’equipe, l’animatore deve <strong>mantenere il ruolo</strong> per tutta la sua permanenza all’interno della struttura turistica.&nbsp;</p>



<p>L’ospite può interagire con l’animatore in <strong>ogni momento della giornata</strong>, anche al di fuori degli appuntamenti prefissati, e l’animatore deve <strong>sempre essere disponibile</strong>, con simpatia, allegria e cordialità, ad aiutarlo ad usufruire al meglio del suo tempo in vacanza. Questo è un lato del lavoro che spesso non tutti considerano, e che rende a volte la stagione lavorativa molto stressante.&nbsp;</p>



<h2>Cosa fa l’animatore turistico&nbsp;</h2>



<p>In genere l’animazione nei luoghi di vacanza è gestita da un’<strong>equipe</strong>, in cui ognuno è<strong> specializzato in uno o più ruoli</strong>. Alcuni compiti sono comuni a tutte le figure nell’equipe, ovvero:&nbsp;</p>



<ul><li>Programmare e organizzare attività diversificate da proporre agli ospiti (giochi, tornei, sport, spettacoli, feste)&nbsp;&nbsp;</li><li>Informare i turisti del programma della giornata&nbsp;&nbsp;</li><li>Curare lo svolgimento delle attività e assicurarsi che gli ospiti si divertano&nbsp;&nbsp;</li><li>Creare le condizioni perché gli ospiti socializzino tra loro e si sentano a loro agio&nbsp;&nbsp;</li><li>Coinvolgere i nuovi turisti nelle attività di animazione&nbsp;&nbsp;</li><li>Prevenire episodi di tensione tra i partecipanti&nbsp;</li></ul>



<p>Lo scopo pratico del programma di animazione è quello di <strong>far divertire le persone e rendere più gradevole il loro soggiorno</strong>, ma allo stesso tempo deve favorire lo sviluppo di rapporti interpersonali tra gli ospiti. Buona parte del compito dell&#8217;animatore turistico è anche <strong>fare in modo che gli ospiti socializzino tra di loro</strong> e stringano nuove amicizie durante la vacanza. Inoltre, un buon animatore deve essere in grado di evitare situazioni di tensione e risolvere problemi e incomprensioni che possono sorgere tra gli ospiti. Per questo sono richieste ottime doti comunicative, entusiasmo e capacità di coinvolgere i turisti, oltre alle competenze specifiche per svolgere le diverse attività: sport, animazione per bambini, spettacoli e cabaret.&nbsp;</p>



<p>Vediamo adesso i ruoli specifici più comuni e i compiti ad essi connessi.&nbsp;</p>



<h3>Animatore di contatto&nbsp;</h3>



<p>Il compito dell’animatore di contatto è quello di <strong>entrare in contatto con i clienti </strong>il giorno dell’arrivo, familiarizzare con loro ed essere una sorta di <strong>punto di riferimento per l’ospite</strong> per tutta la durata del suo soggiorno. Deve informarli sul programma della giornata e iscrivere alle attività chi desidera parteciparvi, collaborando con il resto dello staff nell&#8217;organizzazione dei vari momenti di intrattenimento,&nbsp;preparando il materiale necessario e rendendo visibile la location dell’attività.&nbsp;</p>



<p>L’animatore di contatto prende parte ed è <strong>protagonista di tutti i momenti d’intrattenimento</strong> rivolti all’ospite di ogni fascia d’età. Il suo lavoro si svolge in diversi luoghi del villaggio: teatro, spiaggia, piscina, bar, discoteca, campi sportivi.&nbsp;</p>



<p>Rispetta gli orari di inizio attività, recandosi sul luogo dello svolgimento della stessa, sempre con qualche minuto di anticipo, a seconda di quanto tempo richieda la preparazione. Ha<strong> cura dei materiali </strong>dati in dotazione e ne controlla lo stato, comunicando al responsabile eventuale deterioramento.&nbsp;Inoltre deve sempre <strong>conoscere le regole</strong> di ogni gioco o torneo a cui prende parte, ed essere in grado di <strong>gestire momenti di tensione</strong> che si possono creare tra gli ospiti.&nbsp;</p>



<p>Per ricoprire questo ruolo bisogna saper instaurare una <strong>conversazione individuale con più ospiti possibile</strong>, cercando di estendere il dialogo da un livello individuale ad uno collettivo, in maniera da favorire la socializzazione tra gli ospiti. Deve essere sempre&nbsp;<strong>sorridente e propositivo</strong>, ma anche <strong>paziente ed educato</strong>, in grado di&nbsp;comunicare e adattare la conversazione in base all’interlocutore.&nbsp;</p>



<p>Possiamo schematizzare così i compiti dell’animatore di contatto:&nbsp;&nbsp;</p>



<ul><li>organizzare e partecipare a tutti i momenti di intrattenimento, con il ruolo di trascinatore&nbsp;</li><li>presenziare in maniera attiva all’accoglienza ristorante e in reception&nbsp;&nbsp;</li><li>raccogliere informazioni sul gradimento della vacanza dell’ospite&nbsp;</li><li>impegnarsi a conoscere tutti gli ospiti e favorire la socializzazione tra di loro&nbsp;</li><li>promuovere le attività tra gli ospiti e invitarli a partecipare&nbsp;</li><li>prendere parte ad apparizioni in costume, singole o di gruppo&nbsp;</li><li>organizzare e gestire giochi e tornei relax e sportivi&nbsp;</li><li>preparare il materiale per le attività e curarne lo svolgimento&nbsp;</li><li>conoscere le regole di tornei e giochi&nbsp;</li></ul>



<h3>L&#8217;animatore sportivo&nbsp;</h3>



<p>Il suo&nbsp;compito è quello di <strong>organizzare attività sportive e tornei </strong>di vari sport: calcetto, beach-volley, aerobica, nuoto, carte o giochi da tavolo, a seconda degli ospiti che deve intrattenere.&nbsp;Uno dei compiti principali consiste nel <strong>gestire le lezioni di fitness</strong>, con l‘obiettivo di rendere l’attività divertente e benefica a livello fisico per gli ospiti.&nbsp;</p>



<p>Generalmente è&nbsp;un<strong> istruttore qualificato</strong>, che può possedere un brevetto FIF o una Laurea in Scienze Motorie, o che abbia almeno un anno di esperienza all’interno delle palestre.&nbsp;Dal momento che fa parte di uno staff di animazione, l’istruttore deve tenere un <strong>rapporto amichevole e cordiale</strong> con gli ospiti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Oltre ad organizzare le varie tipologie di lezioni, approntando un <strong>calendario settimanale diversificato</strong>, deve impostare la didattica utilizzando anche&nbsp;musiche adatte alla lezione e coinvolgenti e&nbsp;coinvolgendo al microfono gli ospiti. Ha anche la responsabilità di <strong>valutare l’effettiva preparazione</strong> degli ospiti che partecipano alle attività, oltre che della manutenzione dei materiali e degli spazi in cui si effettua l’attività.&nbsp;</p>



<p>Non partecipa normalmente agli spettacoli, ma gli viene spesso richiesto di aiutare nell’organizzazione. Le sue attività le possiamo quindi riassumere così:&nbsp;&nbsp;</p>



<ul><li>prendere le iscrizioni ai corsi&nbsp;</li><li>organizzare e curare gli spazi e i materiali per le attività&nbsp;&nbsp;</li><li>organizzare e svolgere lezioni collettive di fitness musicale&nbsp;</li><li>essere a disposizione in sala pesi e palestra, se presenti, per stilare le schede di allenamento&nbsp;</li></ul>



<h3>L’animatore per bambini e ragazzi&nbsp;</h3>



<p>L’animazione per bambini e ragazzi si suddivide normalmente in 4 categorie: il <strong>baby club</strong>, per i bambini più piccoli, fino ai 3 anni, il <strong>mini club</strong>, che copre la fascia dai 3 ai 10 anni, il <strong>teen club</strong>, 11-13 anni, ed infine&nbsp;il<strong>&nbsp;junior club</strong>, che coinvolge i ragazzi dai 14 ai 17 anni.&nbsp;</p>



<p>Per lavorare in questo settore dell’animazione sono indispensabili alcuni requisiti:&nbsp;</p>



<ul><li>Saper favorire momenti di socializzazione&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Essere sorridenti e propositivi&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Persuadere i bambini con attività allettanti&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Dedicare del tempo ai genitori&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Essere pazienti&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Capacità di lavorare in team&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Capacità di comunicare con bambini, ragazzi e genitori&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Trasmettere affidabilità&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Trasmettere entusiasmo&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Capacità di comunicare con ragazzi&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Essere carismatici e coinvolgenti&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li><li>Possedere&nbsp;inventiva e creatività&nbsp;</li></ul>



<p>Normalmente c’è un <strong>animatore responsabile</strong> di tutta l’animazione dedicata a bambini e ragazzi, il cui compito è preparare e coordinare il programma con attività ludico-ricreative <strong>suddivisi in sottogruppi in base all’età</strong>, che vada incontro alle esigenze dei bambini. Al momento dell’iscrizione del bambino deve <strong>raccogliere ogni tipo di informazione e ascoltare le richieste dei genitori</strong>.&nbsp;</p>



<p>Organizza e gestisce gli spostamenti dei più piccoli nelle varie location dove si svolgono le attività, compresi i momenti di pranzo, merenda e cena. Aiuta i suoi collaboratori ad <strong>organizzare giochi e laboratori</strong>, rendendoli gradualmente autonomi, senza mai smettere di partecipare in maniera attiva ai vari momenti.&nbsp; Inoltre ha il compito di<strong> coordinare i bambini durante gli spettacoli</strong> creati per loro, sia sul palco che dietro le quinte.&nbsp;</p>



<p>Per ricoprire il ruolo di responsabile delle attività dedicate ai più piccoli, l’animatore deve&nbsp;<strong>saper gestire i propri collaboratori</strong>, interagendo, ascoltando e mitigando conflitti quando necessario,&nbsp;creando quindi un buon<strong> clima di squadra</strong> per poter lavorare in team. Deve saper ottimizzare i tempi,&nbsp;essere sempre puntuale ed organizzato, ed avere buone capacità di&nbsp;problem&nbsp;solving.&nbsp;</p>



<p>L’animatore assegnato alle attività del <strong>miniclub </strong>partecipa attivamente alle <strong>attività ludiche con i bambin</strong>i, giocando, entrando nel mare o in piscina e organizzando giochi. Deve prestare attenzione a non lasciare troppo tempo al gioco libero, in particolare nei luoghi in cui <strong>il controllo e la supervisione </strong>risultano un po’ più difficoltose o dove l’area non sia recintata, e rendere il mini club un luogo colorato, ordinato e invitante.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Deve sempre riferire al responsabile di settore eventuali problematiche riscontrate con particolari richieste da parte dei genitori o bambini. Deve inoltre<strong> gestire i vari spostamenti dei bambini</strong> nelle location dove si svolgono le attività e nel momento del pranzo o della cena, aiutando per lo più i bambini più piccoli.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un momento fondamentale è quello&nbsp;della<strong> baby dance</strong>, in cui deve ballare e coinvolgere tutti i bambini presenti. In ogni caso deve mantenere sempre atteggiamenti consoni al ruolo, sorridendo, cantando e rivolgendosi sempre ai bambini.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;animatore addetto al<strong> junior club</strong> invece gestisce l’intrattenimento dei ragazzi nella fascia d’età 13-17 anni, approntando&nbsp;attività ludico-ricreative <strong>su misura per i teen-ager </strong>ospiti come giochi in spiaggia, giochi in piscina, tornei, attività e altri momenti di aggregazione, avendo sempre come primo obiettivo il divertimento e il coinvolgimento dei ragazzi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Oltre a preoccuparsi di controllare e preparare per tempo il materiale necessario, deve <strong>risolvere eventuali problematiche riscontrate nel gruppo</strong>. È suo compito coordina i ragazzi durante gli spettacoli creati per loro o in collaborazione con il mini club, rendendo sempre i ragazzi protagonisti dello show.&nbsp;</p>



<p>Gli animatori che si occupano di bambini e ragazzi devono quindi affrontare questi compiti:&nbsp;</p>



<ul><li>organizzare attività ludiche e ricreative&nbsp;</li><li>raccogliere ogni tipo di informazione dal genitore al momento dell’iscrizione&nbsp;&nbsp;</li><li>spiegare chiaramente le attività ai genitori e le varie location del mini club&nbsp;&nbsp;</li><li>spiegare ai ragazzi la programmazione e dove si trova il punto di ritrovo per le varie attività del junior club&nbsp;</li><li>preparare il materiale per le attività&nbsp;</li><li>promuovere le attività del junior club e invitare a parteciparvi&nbsp;</li><li>tenere in ordine lo spazio adibito ai bambini&nbsp;</li><li>controllare la sicurezza nelle varie location&nbsp;</li><li>gestire gli spostamenti dei bambini&nbsp;&nbsp;</li><li>accompagnare i bambini alle varie attività (mare, piscina, parco giochi, ristorante, campi sportivi), mantenendo sempre alto il controllo&nbsp;&nbsp;</li><li>assistere i bambini nel momento del pranzo&nbsp;&nbsp;</li><li>giocare con i bambini interagendo costantemente con essi&nbsp;&nbsp;</li><li>partecipare attivamente durante la baby-dance&nbsp;&nbsp;</li><li>coordinare i bambini ed i ragazzi durante gli spettacoli creati per loro&nbsp;&nbsp;</li></ul>



<p>Oltre a tutto questo, il <strong>responsabile</strong> deve anche:&nbsp;</p>



<ul><li>gestire il settore giovani ospiti&nbsp;</li><li>insegnare ai propri collaboratori il “modus operandi”&nbsp;</li><li>stilare i vari programmi per le diverse fasce d’età e vigilare sulla realizzazione degli stessi&nbsp;</li><li>redigere una relazione finale con le considerazioni sul settore&nbsp;</li></ul>



<h3>Gli altri ruoli: hostess, coreografi, scenografi&nbsp;&nbsp;</h3>



<p>All’interno dell&#8217;équipe di animazione trovano spazio <strong>molte altre figure</strong>, non addette direttamente all’animazione con gli ospiti ma che collaborano con gli animatori e li supportano nel lavoro: ad esempio le<strong> hostess di animazione</strong>, che&nbsp;si occupano di informare gli ospiti e di coinvolgerli nelle attività del villaggio, organizzando appuntamenti, curando le pubbliche relazioni e gestendo alcune funzioni chiave del villaggio,&nbsp;oppure&nbsp;i diversi <strong>performer</strong> come ballerini, musicisti, cabarettisti, cantanti, DJ, fotografi, oltre che tecnici luci e audio-video, indispensabili per la realizzazione degli spettacoli serali.&nbsp;</p>



<h2>Come diventare animatore turistico&nbsp;</h2>



<p>Generalmente nelle offerte di lavoro per animatore turistico <strong>non sono richiesti titoli di studio particolari</strong>. Ciò che viene richiesto invece è la <strong>conoscenza di lingue straniere</strong>, spesso requisito fondamentale, in particolare per le navi da crociera e per i villaggi con una clientela internazionale, e le possibili <strong>competenze di tipo sportivo o musicale</strong>, in particolare quando queste abilità sono comprovate da attestati o brevetti, così come la precedente esperienza lavorativa nel settore turistico.&nbsp;</p>



<p>In molti casi sono <strong>le stesse aziende turistiche che si occupano di formare i nuovi animatori </strong>all&#8217;inizio della stagione, in maniera che siano in grado di svolgere il lavoro al meglio. Vengono istruiti riguardo agli standard di ospitalità della struttura, alle eventuali divise da indossare, alle regole da rispettare quando si organizzano le attività ricreative, sportive e di intrattenimento per i turisti.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda le attitudini personali, l&#8217;animatore turistico deve <strong>essere disinvolto e avere notevole facilità di comunicazione</strong>, un temperamento allegro e solare, dinamismo, capacità di resistenza alle tensioni e alla fatica, capacità organizzative. Pazienza, apertura mentale e autocontrollo sono doti altrettanto importanti, così come è fondamentale la grande disponibilità a spostarsi e a stare lontano da casa per lunghi periodi.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;Le competenze che deve possedere un animatore turistico sono:&nbsp;</p>



<ul><li>Doti comunicative&nbsp;</li><li>Capacità relazionali&nbsp;</li><li>Competenze specifiche su attività sportive/teatrali/musicali&nbsp;</li><li>Ottima forma fisica&nbsp;</li><li>Dinamismo e proattività&nbsp;</li><li>Entusiasmo e capacità di coinvolgimento&nbsp;</li></ul>



<h2>Stipendio e carriera dell&#8217;animatore turistico&nbsp;</h2>



<p>La richiesta di animatori turistici è molto spesso <strong>legata alle stagioni</strong>: soprattutto in previsione dei periodi di vacanza, della stagione estiva e della stagione invernale, il numero di annunci di lavoro si moltiplica, e le posizioni sono <strong>aperte anche a chi è alla prima esperienza</strong>. Il contratto di lavoro può <strong>variare in base all&#8217;esperienza</strong>: stage, contratto di collaborazione o contratto a tempo determinato. Di norma vengono offerti<strong> vitto e alloggio gratuito</strong>, così come sono a spese dell&#8217;agenzia di animazione i <strong>viaggi di andata e ritorno</strong> per le località turistiche.&nbsp;La retribuzione di un animatore turistico può partire da uno <strong>stipendio minimo di 600 euro</strong> netti al mese, mentre lo stipendio massimo che può raggiungere un responsabile dell’animazione può superare i 2.000 euro netti al mese.&nbsp;</p>



<p>Lo sviluppo di<strong> carriera</strong> dell&#8217;animatore turistico procede di pari passo con l&#8217;<strong>aumento delle responsabilità</strong>: un animatore esperto infatti può essere chiamato a ricoprire il ruolo di <strong>capo animatore o capo équipe</strong>, la figura che si occupa di coordinare i vari animatori e di guidare al meglio chi è alle prime esperienze. Lo step successivo è diventare <strong>responsabile dell&#8217;animazione</strong>, la figura che supervisiona e dirige il lavoro di tutto lo staff di animazione presente nella struttura (villaggio, hotel, nave da crociera&#8230;).&nbsp;</p>



<p>Un&#8217;altra opportunità è quella di <strong>specializzarsi</strong>: ad esempio se si hanno abilità in una disciplina sportiva, si può diventare animatore sportivo, la figura che organizza attività ludico-motorie e animazione sportiva per bambini, giovani e adulti.&nbsp;</p>



<p>Un ulteriore sbocco di carriera da considerare è quello di entrare a far parte dell<strong>&#8216;organizzazione stabile di un&#8217;agenzia di animazione</strong>, in particolare nelle realtà consolidate di grandi dimensioni.&nbsp;</p>



<p>Infine, è importante sottolineare che le capacità che un animatore acquisisce nel gestire le persone, nel relazionarsi con gli altri, nel collaborare attivamente ad un gruppo di lavoro, sono <strong>soft skills fondamentali per qualsiasi altra professione</strong>.&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Professione Veterinario</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2020 06:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Professioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i bambini e le bambine è una risposta comune quando gli si chiede cosa vogliono fare da grandi: il veterinario. Nell’immaginario comune dei bambini si tratta di un lavoro che permette di stare a contatto con gli animali da compagnia, ma il veterinario è prima di tutto un medico. Quindi, insieme all’amore per gli [&#8230;]</p>
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<p>Tra i bambini e le bambine è una risposta comune quando gli si chiede cosa vogliono fare da grandi: <strong>il veterinario</strong>. Nell’immaginario comune dei bambini si tratta di un lavoro che permette di <strong>stare a contatto con gli animali </strong>da compagnia, ma il veterinario è <strong>prima di tutto un medico</strong>. Quindi, insieme all’amore per gli animali, per intraprendere questa professione serve anche un solido interesse scientifico per la medicina.&nbsp;</p>



<p>Se si amano gli animali, ma non la medicina, conviene optare per altre professioni legate a cani e gatti, come l’educatore cinofilo, il&nbsp;toelettatore, il dogsitter, il gestore di pensioni per animali, dato che fare i veterinari significa sviluppare un’<strong>approfondita conoscenza medico-clinica degli animali</strong>.&nbsp;</p>



<p>È normale scegliere questa professione anche per amore degli animali, ma non basta. Se non si ama anche la medicina, non si può finire un <strong>percorso universitario impegnativo</strong> come quello di veterinaria. Le materie sono quasi le stesse di un medico umano, e cambia solo il soggetto verso cui è rivolto lo studio, ossia gli animali e non l’uomo.&nbsp;</p>



<h2>Chi è il veterinario&nbsp;</h2>



<p>Il veterinario è un <strong>medico specialista per la cura degli animali</strong>, dai piccoli animali domestici e di compagnia come cani, gatti, conigli, a quelli più esotici come ad esempio tartarughe, pappagalli, iguane, fino ai cavalli e animali da allevamento come mucche, pecore, maiali.&nbsp;</p>



<p>Il medico veterinario svolge quindi la propria attività professionale al servizio della collettività e a <strong>tutela della salute pubblica</strong>, dedicandosi alla protezione dell&#8217;uomo dai pericoli e dai danni che possono derivare dalle malattie e dalle infezioni degli animali, gestendo attività di produzione, ispezione e controllo di alimenti e prodotti di origine animale.&nbsp;</p>



<p>Il suo ambito operativo è <strong>la prevenzione, la diagnosi e la cura</strong> delle malattie degli animali, il loro benessere, la loro igiene e la loro riproduzione, sia che si tratti di animali da compagnia oppure allevati a scopo commerciale o per le competizioni sportive.&nbsp;</p>



<p>Inoltre si occupa anche di realizzare e gestire <strong>azioni di conservazione e sviluppo funzionale</strong> del patrimonio zootecnico, e di conservazione e salvaguardia del patrimonio faunistico, operando in base a di principi di tutela delle biodiversità. Infine, si può anche occupare del lato educativo del proprio lavoro, attraverso promozione del rispetto degli animali, della prevenzione igienico-sanitaria e di un corretto rapporto uomo-animale.&nbsp;</p>



<h2>Che cosa fa il veterinario?&nbsp;</h2>



<p>L’attività principale del veterinario si svolge nell’ambito della prevenzione e cura delle malattie degli animali. Il suo lavoro consiste nell’<strong>effettuare visite veterinarie </strong>per verificare lo stato di salute di cuccioli e animali adulti, analizzare i sintomi e formulare diagnosi. Quando necessario si occupa anche di effettuare prelievi, esami e analisi cliniche per determinare il trattamento più adatto per l’animale. Passa quindi ad indicare una terapia e a prescrivere dei farmaci, oppure, se necessario, ad effettuare operazioni chirurgiche sugli animali.&nbsp;</p>



<p>Il lavoro del veterinario non si limita solo alle malattie degli animali, ma fornisce molte altre prestazioni, in sede presso il proprio studio o ambulatorio, in clinica veterinaria oppure in occasione di visite a domicilio.&nbsp;</p>



<p>Si occupa di <strong>somministrare le vaccinazioni</strong> periodiche, di mantenere aggiornati i libretti sanitari e di rilasciare i certificati medici veterinari. Inoltre<strong> applica i microchip</strong> identificativi, effettua le procedure di <strong>sterilizzazione</strong>, segue la gravidanza e il parto degli animali e infine si occupa anche di <strong>sopprimere gli animali</strong> molto malati o pericolosi.&nbsp;</p>



<p>Nei riguardi dei proprietari degli animali veterinario fornisce <strong>consigli e suggerimenti</strong> sull&#8217;alimentazione, l&#8217;igiene e in generale il loro benessere. Può consigliare prodotti antiparassitari o le procedure da seguire per la pulizia di routine degli animali, così come gli alimenti, i giochi e gli accessori più adatti in base all’animale e alla sua età.&nbsp;</p>



<p>Anche se l&#8217;obiettivo primario del loro lavoro è la cura degli animali, i veterinari svolgono un ruolo essenziale anche per quanto riguarda la<strong> salute dell&#8217;uomo</strong>. Ci sono tantissime malattie che vengono trasmesse all&#8217;uomo proprio da animali, per cui il controllo della salute degli animali, dei luoghi in cui vivono e dei prodotti derivati da animali, specialmente nel caso di quelli destinati al consumo umano come latte, carne, uova e simili, serve a garantire la sicurezza alimentare e la tutela della salute pubblica.&nbsp;</p>



<p>Il veterinario infatti è una<strong> figura essenziale negli allevamenti</strong> e&nbsp;lungo l’intera filiera produttiva zootecnica. La sua responsabilità è la <strong>tutela della salute e del benessere animale</strong>, vigilando sull&#8217;igiene e sull’utilizzo di farmaci veterinari, controllando la gestione degli allevamenti e della riproduzione animale, ispezionando gli ambienti in cui gli animali nascono, vivono e si riproducono, verificando se c’è esistenza di rischi biologici, chimici e fisici) e curando anche lo smaltimento dei sottoprodotti di origine animale.&nbsp;</p>



<p>Possiamo quindi elencare i principali compiti svolti dal veterinario come&nbsp;segue:&nbsp;</p>



<ul><li>Effettuare visite veterinarie, anche a domicilio&nbsp;</li><li>Fare prelievi, vaccinazioni, trattamenti di profilassi, sterilizzazioni&nbsp;</li><li>Diagnosticare patologie&nbsp;</li><li>Prescrivere terapie farmacologiche, esami e analisi veterinarie&nbsp;</li><li>Effettuare interventi chirurgici veterinari, programmati e d&#8217;urgenza&nbsp;</li><li>Offrire consulenza su cura, nutrizione e benessere degli animali&nbsp;</li><li>Rilasciare certificati medici veterinari&nbsp;</li><li>Effettuare ispezioni degli allevamenti&nbsp;</li><li>Eseguire controlli igienico-sanitari nella produzione di alimenti di origine animale&nbsp;</li><li>Svolgere attività di prevenzione della sanità animale e della sanità pubblica&nbsp;</li></ul>



<h2>Come si diventa veterinario&nbsp;</h2>



<p>Per intraprendere la professione di medico veterinario serve per prima cosa una grande passione per gli animali e una forte motivazione. Si tratta di un lavoro che comporta un<strong> impegno quasi pari a quello del medico</strong> ma con retribuzione e riconoscimenti infinitamente minori.&nbsp;</p>



<p>Il medico veterinario è infatti un <strong>laureato in Medicina Veterinaria</strong>, e per esercitare la professione deve completare un tirocinio pratico, superare l&#8217;<strong>Esame di Stato</strong> e iscriversi all’<strong>Ordine Veterinario</strong>, organizzato su base provinciale.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di un <strong>percorso di studi lungo cinque anni</strong>, strutturato in maniera tale da acquisire le conoscenze scientifiche di base come fisica, biochimica, informatica, biologia animale e vegetale e per poi approfondire le discipline mediche caratterizzanti. Ad esempio anatomia degli animali, fisiologia, patologia veterinaria, farmacologia veterinaria, malattie parassitarie, zootecnica e genetica veterinaria, nutrizione e alimentazione animale, clinica ostetrica veterinaria, clinica medica e chirurgica degli animali da reddito, dei piccoli animali, del cavallo, ispezione, controllo e certificazione degli alimenti.&nbsp;</p>



<p>Il percorso formativo di un veterinario si snoda sia attraverso lezioni teoriche che lungo ore di <strong>pratica in un ospedale veterinario</strong>, dove gli studenti partecipano progressivamente alle attività clinico-assistenziali sotto la guida di medici veterinari. Spesso sono previste anche visite ed esercitazioni presso centri zootecnici, per apprendere i diversi aspetti dell’allevamento delle principali specie animali: bovini da latte e da carne, ovini e caprini, suini, avicoli, pesci.&nbsp;</p>



<p>Dopo la laurea in Veterinaria è possibile intraprendere ulteriori <strong>percorsi di specializzazione</strong>: ad esempio in patologia e clinica degli animali d&#8217;affezione, oppure nelle varie discipline specialistiche, in modo simile a quanto avviene per i medici (diagnostica per immagini, neurologia, chirurgia, cardiologia, odontostomatologia ecc.).&nbsp;</p>



<p>Le <strong>scuole di specializzazione europee</strong> (College) sono strutturate in modo molto rigoroso: prevedono una&nbsp;residency&nbsp;a tempo pieno di 3 anni, pubblicazioni e prove d’esame finale, obbligo di formazione continua e&nbsp;ri-certificazione&nbsp;quinquennale. I programmi dei College sono approvati dall&#8217;European&nbsp;Board of&nbsp;Veterinary&nbsp;Specialisation&nbsp;(EBVS), che stabilisce gli standard di qualificazione per i veterinari in tutta Europa.&nbsp;</p>



<p>A fianco delle competenze specifiche che si sviluppano durante il percorso di studio, un veterinario deve possedere determinate caratteristiche per riuscire a svolgere il suo lavoro, quali:&nbsp;</p>



<ul><li>Sensibilità ed empatia nei confronti degli animali&nbsp;</li><li>Professionalità, igiene, serietà&nbsp;</li><li>Velocità e accuratezza nell&#8217;interpretazione dei sintomi e dei comportamenti degli animali&nbsp;</li><li>Capacità organizzative&nbsp;</li><li>Autonomia decisionale&nbsp;</li><li>Doti relazionali e comunicative&nbsp;</li><li>Capacità di&nbsp;problem&nbsp;solving e di adattamento&nbsp;</li><li>Resistenza allo stress&nbsp;</li><li>Disponibilità alla formazione e all&#8217;aggiornamento continuo&nbsp;</li></ul>



<h2>Carriera e stipendio di un veterinario&nbsp;</h2>



<p>La carriera di un veterinario, dopo la laurea, può svilupparsi in <strong>maniere molto diverse</strong>. In molti iniziano a lavorare in <strong>cliniche e ambulatori veterinari</strong>, con la possibilità di fare carriera fino a diventare direttore sanitario di un ospedale veterinario o dirigente veterinario.&nbsp;</p>



<p>Si può anche optare per la libera professione ed <strong>aprire un proprio studio veterinario</strong>, in genere specializzato nei piccoli animali domestici.&nbsp;Le regioni italiane regolamentano la classificazione delle strutture veterinarie pubbliche e private in relazione alle seguenti tipologie:&nbsp;&nbsp;</p>



<ul><li>Studio veterinario esercitato in forma sia singola che associata&nbsp;&nbsp;</li><li>Ambulatorio Veterinario esercitato in forma sia singola che associata&nbsp;&nbsp;</li><li>Clinica Veterinaria – Casa di cura veterinaria&nbsp;&nbsp;</li><li>Ospedale veterinario&nbsp;&nbsp;</li><li>Laboratorio veterinario di analisi&nbsp;&nbsp;</li></ul>



<p>Generalmente, nelle strutture più grandi, ovvero cliniche e ospedali, ogni veterinario avrà un ruolo maggiormente specializzato.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Lo studio veterinario è una struttura dove può lavorare in forma privata e gestito da uno o più medici veterinari, generici o specialisti. Si tratta di un luogo al quale accedono gli animali con i loro proprietari e se&nbsp;è possibile il <strong>ricovero giornaliero</strong> allora prende il nome di ambulatorio veterinario. Per permettere l’accesso degli animali, è necessario ottenere l’autorizzazione sanitaria da parte dell’ASL.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Una clinica veterinaria, o casa di cura veterinaria, è una struttura in cui vengono fornite <strong>prestazioni professionali da più medici veterinari</strong>, generici o specialisti e dove è previsto anche il ricovero per periodi superiori alla giornata.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Anche nell’ospedale veterinario è prevista la degenza di animali per periodi più lunghi di quella giornaliera, ed inoltre viene offerto un <strong>servizio di pronto soccorso 24 ore su 24</strong> con una presenza continuativa di almeno un medico veterinario e la disponibilità di servizi di diagnostica di laboratorio.&nbsp;</p>



<p>Il <strong>laboratorio veterinario di analisi </strong>invece è una struttura veterinaria dove vengono eseguite&nbsp;indagini diagnostiche strumentali di carattere fisico, chimico, immunologico, virologico, microbiologico, citologico ed istologico su liquidi e materiali biologici animali, e che si occupa anche del rilascio dei relativi referti. In queste strutture non viene consentita alcuna attività clinica o chirurgica su animali.&nbsp;</p>



<p>Nell’ambito pubblico, il veterinario può trovare lavoro all’interno del<strong>&nbsp;servizio di Sanità pubblica veterinaria</strong>, che viene svolto dalle <strong>ASL </strong>e si suddivide in:&nbsp;</p>



<ul><li>Area A (Sanità animale)&nbsp;</li><li>Area B (Ispezione e controllo degli alimenti di origine animale)&nbsp;</li><li>Area C (Benessere animale)&nbsp;</li></ul>



<p>L&#8217;<strong>area A </strong>è il settore che si occupa della prevenzione, del controllo e della lotta alle malattie infettive e parassitarie degli animali da reddito e da affezione, in particolare di quelle trasmissibili all’uomo. Ricade&nbsp;sotto la responsabilità&nbsp;di questo settore anche la costruzione e la gestione delle anagrafi sanitarie animali, la realizzazione delle profilassi obbligatorie e volontarie, il rilascio del passaporto necessario per l’espatrio degli animali e altre pratiche burocratiche.&nbsp;</p>



<p>I veterinari che operano nell&#8217;<strong>area B</strong> si occupano invece dell’attività di ispezione, vigilanza e controllo degli alimenti di origine animale e dei loro derivati nelle fasi di macellazione, conservazione, trasformazione, lavorazione, deposito, trasporto e vendita, in particolar modo rivolte al costante e continuo miglioramento delle condizioni di sicurezza alimentare.&nbsp;</p>



<p>Coloro che operano nell&#8217;<strong>area C</strong> si occupano invece della tutela del benessere animale. In questo senso devono controllare importazione, esportazione e transito degli animali, dei prodotti ed avanzi animali, ove prevista dalla vigente normativa, con particolare riferimento alla condizione di benessere animale nei trasporti. Inoltre, è loro compito anche controllare la filiera produttiva del latte vaccino ed ovi-caprino.&nbsp;</p>



<p>Un veterinario può lavorare anche per gli<strong> Istituti Zooprofilattici Sperimentali (IZS)</strong>, ovvero delle istituzioni forniscono prodotti e servizi per difendere la salute del cittadino attraverso la sicurezza degli alimenti e la salute degli animali che li producono. Svolgono molte attività: servizi di analisi batteriologiche, analisi chimiche e tossicologiche, diagnostica anatomo-patologica, diagnostica di laboratorio, analisi parassitologiche ed altre diagnostiche, analisi istologiche, analisi del latte, analisi virologiche dirette, consulenze, convenzioni per la fornitura di servizi continuativi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un&#8217;altra possibilità lavorare come <strong>dipendente nel settore zootecnico</strong>, dove si possono trovare figure specializzate come il&nbsp;buiatra, che lavora negli allevamenti di bovini da latte e da carne, il veterinario esperto in suinicoltura, in acquacoltura, il veterinario equino per il trattamento di patologie del cavallo (presente nei maneggi e nelle cliniche equine).&nbsp;</p>



<p>All’<strong>interno degli allevamenti </strong>operano sia i veterinari delle ASL, che si occupano della prevenzione e cura delle malattie a tutela della sanità pubblica sia i liberi professionisti che intervengono, su richiesta dell’allevatore, per migliorare le performance produttive e riproduttive degli animali. Accanto a questa attività di consulenza tecnica specialistica, inoltre, offrono un servizio di pronto intervento in caso di emergenza. Negli allevamenti si opera con animali da reddito ed il lavoro risulta essere molto diverso dall’operare con animali da affezione: i contesti differenziano i bisogni dei clienti, il loro tipo di comunicazione, l’impegno fisico richiesto, i tempi di lavoro e l’entità degli spostamenti da affrontare.&nbsp;</p>



<p>Nelle<strong> aziende agroalimentari</strong> il veterinario lavora nell’area del controllo qualità del processo di trasformazione agroalimentare, occupandosi della stesura del piano di autocontrollo igienico sanitario aziendale basato sulla certificazione HACCP. Inoltre opera anche nel sistema di certificazione ISO come sistemista e auditor per enti di certificazione.&nbsp;</p>



<p>Ulteriori possibilità vengono date dalle <strong>aziende di mangimi</strong>, in cui il veterinario viene inserito in una struttura organizzativa complessa, lavorando sia come nutrizionista che nell’area marketing con l’obiettivo di promuovere e vendere i prodotti dell’azienda.&nbsp;</p>



<p>Anche le<strong> industrie farmaceutiche</strong> offrono interessanti opportunità di lavoro per veterinari: come agente, informatore scientifico veterinario o anche Product&nbsp;Specialist&nbsp;per linee di prodotti destinati agli animali (da reddito o da compagnia).&nbsp;</p>



<p>Può essere impiegato infatti nella gestione della produzione così come nell’area marketing, promuovendo e vendendo i farmaci della propria azienda o realizzando i servizi di consulenza tecnica che vengono generalmente offerti con l’obiettivo di fidelizzare i clienti. Questi servizi possono andare dai prelievi di sangue e dalla realizzazione di analisi di laboratorio alla consulenza tecnica per un corretto utilizzo del farmaco per la prevenzione di reazioni avverse.&nbsp;</p>



<p>Può anche essere impiegato per la realizzazione di sperimentazioni post-marketing, ovvero successive alla commercializzazione del prodotto, per monitorare l’efficacia di un determinato farmaco e l’insorgenza di eventuali controindicazioni.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, ci sono possibilità di carriera nella<strong> ricerca scientifica veterinaria</strong>, nella didattica, nel campo della protezione delle specie zoologiche in via di estinzione, o come ispettore nell&#8217;ambito della sicurezza alimentare, svolgendo attività di sorveglianza, vigilanza e controllo sulla filiera produttiva degli alimenti, dall&#8217;alimentazione degli animali negli allevamenti fino alla tavola del consumatore.&nbsp;</p>



<p>Un medico veterinario&nbsp;può anche operare nell’ambito della<strong> cooperazione internazionale</strong>, nel ruolo di esperto nella gestione di progetti ed azioni che coinvolgono l’ambito veterinario. Il contesto è spesso quello delle ONG e si tratta di lavorare all’estero presso strutture ed organizzazioni nei paesi in via di sviluppo.&nbsp;</p>



<p>In territorio nazionale, invece, il veterinario può essere impiegato presso gli <strong>enti parchi</strong>. In questo contesto si occupa del monitoraggio, collaborando alla realizzazione dei censimenti, e del controllo sanitario delle popolazioni selvatiche. Viene generalmente inserito in equipe multidisciplinari in cui trovano posto anche biologi, agronomi, forestali, naturalisti, tecnici faunistici e altri specialisti.&nbsp;</p>



<p>Infine, può anche prestare servizio presso i&nbsp;<strong>centri di recupero per gli animali selvatici (C.R.A.S)</strong>. Si tratta di strutture a gestione pubblica o privata che si occupano del recupero e del soccorso di animali selvatici. In questo caso, il medico veterinario è incaricato di prestare le necessarie cure all’animale ferito e definisce i tempi di recupero necessari prima della reintroduzione nell’ambiente selvatico.&nbsp;</p>



<p>Tutte queste differenti realtà occupazionali rendono difficile identificare uno stipendio medio per un veterinario, ma possiamo stimare che la retribuzione media&nbsp;si possa attestare attorno<strong>&nbsp;38.000 euro lordi</strong> all&#8217;anno, circa <strong>1.950 euro netti al mese</strong>. Un veterinario appena uscito dall’università può partire da uno stipendio minimo di 15.000 euro lordi all&#8217;anno, mentre con l’esperienza e gli avanzamenti di carriera può raggiungere uno stipendio che arriva a superare i 200.000 euro lordi all&#8217;anno.&nbsp;</p>
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		<title>Professione Redattore Editoriale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2020 02:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Professioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato editoriale in Italia ha visto una crescita del 5% nei primi otto mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per quanto riguarda l’editoria di varia. Dopo quasi otto anni le copie vendute crescono del 4%. Il settore è così tornato ad un giro d’affari superiore a quello del 2011, pari a [&#8230;]</p>
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<p>Il <strong>mercato editoriale</strong> in Italia ha visto una crescita del 5% nei primi otto mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per quanto riguarda l’editoria di varia. Dopo quasi otto anni le copie vendute crescono del 4%. Il settore è così tornato ad un giro d’affari superiore a quello del 2011, pari a<strong> 1,493 miliardi di euro</strong>, contro i 1,432 di otto anni prima.&nbsp;</p>



<p>Questo nonostante i dati sulla lettura, la fragilità delle librerie e della grande distribuzione e il diffondersi della pirateria siano ancora grandi handicap per quella che, ad ogni modo, resta sempre la prima industria culturale italiana.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per fare arrivare un prodotto editoriale sugli scaffali di librerie ed edicole però è necessario un<strong> lavoro dietro le quinte </strong>che viene svolto da una figura che raramente vede riconosciuti i suoi meriti davanti al grande pubblico: il <strong>redattore editoriale</strong>.&nbsp;</p>



<p>La figura del redattore in una casa editrice ricopre un ruolo<strong> tanto importante quanto poco considerato</strong> dal grande pubblico. Quando prendiamo in mano un libro, una rivista od un fumetto, ci soffermiamo sui nomi degli autori, della stessa casa editrice, magari su quello del traduttore che viene spesso citato subito dopo l’autore.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Chi è il redattore&nbsp;editoriale&nbsp;</h2>



<p>Il redattore editoriale, sempre più spesso chiamato editor seguendo la nomenclatura anglosassone, lo si può definire come il <strong>primo lettore di un testo</strong>, il cui lavoro consiste nel <strong>renderlo più perfetto possibile</strong> in vista della sua pubblicazione.&nbsp;</p>



<p>In una casa editrice, a seconda della sua dimensione, lavorano varie figure che ricoprono ruoli diversi. Nelle realtà più piccole è facile che la stessa persona <strong>ricopra più ruoli</strong>, mentre nelle etichette più importanti ci saranno anche diversi addetti alle stesse mansioni.&nbsp;</p>



<p>In una redazione troviamo prima di tutto l’<strong>editor</strong>, il cui compito è quello di trovare gli autori e i titoli, e il <strong>direttore editoriale</strong>, che prende decisioni riguardanti le scelte editoriali l&#8217;acquisizione dei libri e dei contratti con gli autori. Quindi ci sono una serie di figure che sono coinvolte nei processi decisionali così come in quelli redazionali, come i <strong>consulenti editoriali</strong>, che leggono e giudicano il materiale reperito, segnalando eventuali debolezze ed errori concettuali, ed i <strong>direttori di collana</strong>, che supervisionano i contenuti delle singole collane.&nbsp;</p>



<p>Il redattore editoriale normalmente è relegato ai ruoli meramente operativi, alla pari di <strong>traduttore</strong>,<strong> correttore di bozze</strong> e <strong>grafico</strong>. Il redattore prende in cura un testo per trasformarlo in una pubblicazione, ovvero rende il più possibile fruibile al pubblico il testo originale di un autore, o la traduzione di un testo in lingua straniera.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di un ruolo che <strong>non porta riconoscimenti </strong>ufficiali e pubblici, dato che il nome del redattore editoriale non compare mai sulle copertine, ma resta sempre una <strong>figura di importanza fondamentale</strong> per la pubblicazione e la riuscita di un libro.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Cosa fa il redattore editoriale&nbsp;&nbsp;</h2>



<p>L’attività del redattore editoriale comporta una grande responsabilità, dato che consiste nel<strong> coordinare la realizzazione di un prodotto editoriale</strong>, preoccupandosi di tutte le attività dei professionisti che intervengono nel processo di produzione, presidiando le varie fasi di lavorazione dall&#8217;ideazione del progetto alla stampa. Deve organizzare la struttura dei contenuti, proporre revisioni redazionali e suggerire l&#8217;impostazione grafica al fine di realizzare il progetto editoriale così come concordato con l&#8217;editore e rendere il testo fruibile al pubblico di riferimento.&nbsp;</p>



<p>Il redattore, generalmente, ha un <strong>orario di lavoro diurno di otto ore</strong>, ma quando si avvicinano le scadenze o nel caso di particolari emergenze come la chiusura di un lavoro o il lancio di una collana, può essere chiamato assieme alla sua redazione a fermarsi oltre l’orario di lavoro abituale oppure a lavorare anche di notte o nei giorni festivi.&nbsp;</p>



<p>Ci sono tre macro-fasi di lavorazione che trasformano un’idea in un libro:&nbsp;</p>



<ul><li>La <strong>fase di preproduzione </strong>racchiude in sé la ricerca dei testi da pubblicare, l&#8217;analisi (in base al mercato e alla coerenza con il progetto editoriale) e la scelta, i calcoli economici (previsioni di costi e ricavi), l&#8217;acquisizione dei diritti e la programmazione della pubblicazione.&nbsp;</li><li>La <strong>fase di produzione</strong> ha due linee diverse: la lavorazione redazionale vera e propria e la produzione propriamente detta (processo industriale di stampa e rilegatura).&nbsp;</li><li>La <strong>fase di postproduzione</strong> consiste in tutti i passaggi successivi alla stampa del libro: commercializzazione, distribuzione, promozione.&nbsp;</li></ul>



<p>Nella fase di lavorazione redazionale il redattore deve <strong>mantenersi obiettivo e non cedere al proprio gusto</strong> personale, instaurando un dialogo e un rapporto costruttivo con l’autore. Lo scopo deve essere evidenziare quali sono i punti deboli del testo e migliorarli in accordo con l’autore. Di conseguenza il redattore, oltre all’attività di correzione delle bozze, deve impegnarsi affinché il testo originale vada incontro ai gusti di un determinato pubblico di riferimento. Può essere un lavoro che può portare via anche parecchie settimane, normalmente le tempistiche imposte dalla casa editrice, da ragioni organizzative e di marketing, costringono a ridurre notevolmente i tempi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>A seconda della grandezza delle case editrici in cui si opera cambiano notevolmente le<strong> modalità di svolgimento</strong>. Nelle più piccole il redattore editoriale è chiamato anche ad occuparsi dei rapporti con l’ufficio stampa per la promozione del libro, così come può dover aggiornare i contenuti del sito web e lavorare contemporaneamente su più testi. Nelle case editrici più grandi invece normalmente si lavora ad un solo libro per volta, curandone molteplici aspetti ed a volte anche l’impaginazione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il lavoro del redattore inizia <strong>analizzare la domanda del cliente</strong>, per poi valutare il tipo di lettore a cui è rivolto il testo. Passa a definire una proposta di layout del prodotto editoriale da realizzare, stimandone i costi e i tempi di produzione. <strong>Progettare il prodotto editoriale</strong> consiste nell’individuare le caratteristiche che il prodotto deve avere in funzione delle esigenze espresse dall&#8217;editore e studiare la fattibilità delle diverse proposte, in termini di risorse e tempi di realizzazione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per realizzare il prodotto editoriale bisogna<strong> pianificare le attività e le risorse impiegate</strong> per la realizzazione di ciascuna fase di lavoro, coordinare l&#8217;impostazione del lavoro di ciascun professionista coinvolto nelle diverse fasi di lavorazione del prodotto editoriale. È estremamente importante poi verificare la correttezza delle informazioni ed eseguire una revisione sostanziale, a livello di contenuto e di forma, anche per adeguarsi alle norme in uso presso le diverse case editrici. Inoltre in questa fase deve avere un<strong> continuo scambio con l’autore</strong>, suggerendo interventi sulla struttura come l’ampliamento o la soppressione di alcuni capitoli, oppure il diverso svolgimento della scaletta),&nbsp;predisponendo&nbsp;le bozze intermedie del prodotto da sottoporre alla validazione dell&#8217;editore e quindi definire le eventuali correzioni da apportare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Una volta che l’autore ha concluso il suo testo, il redattore deve verificare e rivedere tutte le note, le citazioni, e tutti quegli elementi inseriti nel testo come tabelle, grafici, illustrazioni e via dicendo. Spesso tocca quindi a lui realizzare l&#8217;<strong>impaginazione</strong> tramite l&#8217;utilizzo di programmi informatici appositi, andando a spezzare il testo in capoversi e paragrafi al fine di dare un aspetto graficamente gradevole della pagina.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Come diventare redattore editoriale&nbsp;</h2>



<p>Per svolgere il lavoro di redattore editoriale è necessario essere <strong>grandi appassionati di lettura</strong> di opere di varia natura, e quindi possedere una solida cultura di base, una spiccata sensibilità letteraria ed una particolare attenzione alle numerose sollecitazioni provenienti dal mercato editoriale. Dal punto di vista formativo, è sicuramente indicato intraprendere una <strong>carriera universitaria nell’ambito umanistico</strong>. Tra i corsi di laurea più adatti possiamo elencare:&nbsp;&nbsp;</p>



<ul><li>Corsi di laurea triennale&nbsp;<ul><li>Culture e letterature del mondo moderno;&nbsp;</li><li>Lettere;&nbsp;</li><li>Lingue e letterature moderne;&nbsp;</li><li>Scienze della mediazione linguistica;&nbsp;</li><li>DAMS (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo);&nbsp;</li><li>Comunicazione interculturale;&nbsp;</li></ul></li><li>Corsi di laurea magistrale&nbsp;&nbsp;<ul><li>Comunicazione e culture dei media;&nbsp;</li><li>Culture moderne comparate;&nbsp;</li><li>Letteratura, filologia e linguistica italiana;&nbsp;</li><li>Lingue straniere per la comunicazione internazionale;&nbsp;</li><li>Scienze linguistiche;&nbsp;</li><li>Traduzione.&nbsp;</li></ul></li></ul>



<p>Una volta terminato&nbsp;il percorso universitario, è possibile seguire <strong>corsi specifici di formazione post-diploma o post-laurea</strong> in editoria&nbsp;e acquisire le prime esperienze nel campo editoriale attraverso <strong>tirocini e stage in case editrici</strong>, per imparare a leggere ed esaminare con occhio critico i testi che vi giungono, a lavorare al fianco dell’autore per migliorare la qualità delle opere e preparare l’uscita del libro.&nbsp;</p>



<p>Per le <strong>pubblicazioni specializzate</strong> in un determinato settore, può essere richiesta una competenza o una laurea specialistica. È molto importante conoscere almeno una lingua straniera e avere dimestichezza con i più comuni programmi di posta elettronica, videoscrittura, editing e impaginazione grafica.&nbsp;</p>



<p>La prima attività che con ogni probabilità si affronterà in una redazione è la <strong>correzione delle bozze</strong>. Correggere le bozze non è così semplice come sembra:&nbsp;cccorre, infatti, che il correttore comunichi gli errori che ha rintracciato nel testo in modo assolutamente chiaro e leggibile, altrimenti si rischia di non correggerlo adeguatamente o addirittura di aumentare gli errori. Per questo motivo, i correttori utilizzano un insieme di simboli universali, uguali per tutti. Si tratta delle <strong>norme grafico-redazionali</strong> per la correzione delle bozze prescritte dall’<strong>UNI 5041</strong>. È quindi fondamentale che un aspirante redattore conosca e sia in grado di padroneggiare questo codice.&nbsp;</p>



<p>In generale, per intraprendere la professione di redattore i requisiti&nbsp;essenzialI&nbsp;sono i seguenti:&nbsp;</p>



<ul><li><strong>Amore per i libri</strong> – Il redattore deve essere una persona che ama leggere e ama il libro come oggetto, che compra libri in continuazione, che ne ha la casa piena, che li sfoglia per sentire il profumo della carta…&nbsp;</li><li><strong>Conoscenza della lingua italiana</strong> – Deve possedere una padronanza assoluta della lingua italiana, in maniera di essere in grado di&nbsp;correggere i testi senza lasciarsi sfuggire gli eventuali errori.&nbsp;</li><li><strong>Sensibilità</strong> – Deve anche avere una spiccata sensibilità letteraria e aver letto molto,&nbsp;affinando quindi anche la capacità di distinguere ciò che è buono da quello che non esce dalla banalità.&nbsp;</li><li><strong>Rispetto</strong>&nbsp;– Un buon redattore si approccia ad un testo letterario con rispetto, e di conseguenza quando lo affronta per correggerlo, rispetta la sostanza e lo stile dell’autore, modificandolo, ma per migliorarlo, senza stravolgerlo.&nbsp;</li><li><strong>Spirito di adattamento</strong> – Una dote umana che non può mancare al redattore editoriale è la capacità di adattarsi ai diversi compiti che gli vengono richiesti, sia nell’arco del processo di redazione di un volume, che nel corso di una singola giornata.&nbsp;</li><li><strong>Organizzazione</strong>&nbsp;– È essenziale possedere un’ottima capacità di organizzazione, che permetta di rispettare le scadenze e non arrivare in ritardo sulla tabella di marcia, andando ad inficiare un processo produttivo che coinvolge a catena stamperie, distributori e librerie.&nbsp;</li><li><strong>Autonomia</strong>&nbsp;– Per poter fare carriera in quest’ambito, bisogna essere&nbsp;autonomi e in grado di gestire più progetti contemporaneamente.&nbsp;</li><li><strong>Curiosità e intraprendenza</strong> – In un mercato così in evoluzione come quello editoriale, bisogna essere curiosi e&nbsp;in grado di fiutare i cambiamenti nel settore e comportarsi di conseguenza.&nbsp;</li><li><strong>Capacità relazionale</strong> – Un redattore deve essere capace di rapportarsi con persone anche molto diverse tra loro e soprattutto di ascoltare e recepire i loro bisogni.&nbsp;</li><li><strong>Precisione e pazienza</strong> – Di certo una persona disordinata e impaziente non è adatta a questo lavoro, che si basa moltissimo sull’attesa e sulla cura dei dettagli.&nbsp;</li><li><strong>Conoscenze specialistiche</strong>&nbsp;– Per poter lavorare nel campo dell’editoria bisogna possedere conoscenze di tipo specialistico, ed essere pratici di:&nbsp;<ul><li>gli aspetti relativi alla fotocomposizione, al fotolito e alla stampa;&nbsp;</li><li>i programmi di impaginazione dei testi;&nbsp;</li><li>almeno una lingua straniera;&nbsp;</li><li>l’uso della posta elettronica;&nbsp;</li><li>la navigazione in Internet;&nbsp;</li><li>le problematiche inerenti al copyright delle opere.&nbsp;</li></ul></li></ul>



<h2>Carriera e stipendio&nbsp;di un redattore editoriale</h2>



<p>Il contesto di lavoro tipico del redattore editoriale è rappresentato dalle&nbsp;redazioni di case editrici.&nbsp;<br>Il redattore è <strong>un&nbsp;dipendente o un collaboratore</strong>, che opera in sinergia con il direttore editoriale&nbsp;e con l’editor, affiancandoli nell’organizzazione del lavoro per la pianificazione dei lavori, e coordinando tutte le figure che entrano nella produzione di un progetto editoriale: grafici, correttori di bozze, traduttori, fotografi, e via dicendo.&nbsp;</p>



<p>Il lavoro di redattore si svolge collaborando con autori e traduttori all&#8217;interno di <strong>agenzie editoriali</strong> o di <strong>case editrici</strong>, normalmente in qualità di <strong>libero professionista o collaboratore a progetto</strong>.&nbsp;Le migliori prospettive di occupazione di un redattore sono nella&nbsp;libera professione&nbsp;o nell’ambito di&nbsp;service editoriali, mentre le opportunità di lavoro&nbsp;dipendente&nbsp;presso le case editrici, in seguito alle profonde ristrutturazioni avvenute nel settore, sono piuttosto&nbsp;scarse.&nbsp;La naturale progressione di carriera si svolge <strong>a partire dai ruoli di profilo più basso</strong> come il correttore di bozze passando attraverso l’attività di revisione di testi.&nbsp;</p>



<p>Talvolta può lavorare per dei <strong>service esterni,</strong> ovvero delle <strong>piccole aziende specializzate nei servizi editoriali</strong>, alle quali spesso vengono commissionate singole fasi della lavorazione. Negli ultimi 20 anni nelle case editrici <strong>le&nbsp;redazioni interne sono scomparse </strong>o si sono molto ridotte, di conseguenza il redattore spesso lavora da casa o dal suo studio.&nbsp;</p>



<p>All’interno di una casa editrice si può diventare redattore progredendo con la <strong>carrier</strong>a, passando dalle figure di semplice correttore di bozze e del correttore di impaginati, per arrivare al curatore redazionale di un volume, poi al responsabile di collana, al redattore coordinatore, successivamente all’editor e infine ricoprendo il ruolo di direttore editoriale. Un <strong>redattore&nbsp;freelance</strong> invece deve farsi carico della ricerca di committenti, andandosi a creare una vasta rete di conoscenze e di rapporti promozionali.&nbsp;</p>



<p>Lo stipendio medio per un redattore in Italia è<strong> 23.867 euro all&#8217;anno</strong>, con stipendi che oscillano tra i 1.400 e i 2.200 euro netti al mese. Se dovessimo quantificare una tariffa oraria per il suo lavoro, sarebbe attorno ai 12 euro all&#8217;ora. Gli stipendi per questa posizione partono da circa 17 000 euro l’anno, ma per i professionisti con maggiore esperienza arrivano a superare i 30.000 euro annuali.&nbsp;</p>



<p>Il <strong>mercato del libro è&nbsp;in crescita negli ultimi anni</strong>, nonostante tra i cinque maggiori mercati editoriali europei, l’Italia sia il Paese con il più basso indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Quasi la metà di chi dichiara di aver letto nell’arco di un anno non arriva a tre libri, e solo il 17% ha letto almeno un libro al mese. Ciononostante, l’industria editoriale resta la prima industria culturale del Paese.&nbsp;</p>



<p>Il comparto è <strong>sempre più proiettato verso l’estero</strong>, dal momento che la vendita dei diritti ad altri paesi è un ambito in cui si registrano le crescite maggiori.<strong> Cresce il numero delle case editrici </strong>attive, con quasi 1.000 nuove case editrici nate negli ultimi dieci anni che devono cercare di posizionare il loro marchio e il loro progetto editoriale in libreria, nella distribuzione e presso segmenti più o meno specializzati di lettori.&nbsp;</p>



<p>Il lavoro dei redattori editoriali diventa sempre più importante, dato che è<strong> in costante aumento il numero di titoli pubblicati</strong>: nel 2018 le case editrici italiane hanno pubblicato 78.875 titoli. La crescita del numero di titoli pubblicati è il prodotto delle minori barriere all’accesso nella parte editoriale del processo: dallo scouting alla traduzione, all’impaginazione fino alla stampa. Lo sviluppo del&nbsp;print&nbsp;on demand, sempre più integrato nella filiera distributiva, permette di produrre piccoli stock utili anche per titoli a bassa rotazione o di ristampare just in time il titolo richiesto dalla libreria.&nbsp;</p>



<p>Di conseguenza <strong>cresce la produzione in tutti i&nbsp;generi</strong>: all’interno della libreria di varia fioriscono titoli di tutti i tipi, dalla fiction italiana e straniera (+6,0% compresa la narrativa Young&nbsp;Adult) e alla non fiction generale (+13,1%), specialistica (+15,8%), pratica (manualistica: +6,3%); Anche i libri per ragazzi segnano un +5,9%. Il lettore trova oggi a sua disposizione più titoli (di piccoli come di grandi editori), prezzi e formati diversi tra cui scegliere rispetto a quanto non avveniva anni fa. &nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Il potere delle mani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2020 02:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colloquio Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La capacità di saper leggere e interpretare il linguaggio del corpo è un argomento che da sempre affascina la scienza e gli appassionati. L’abilità di comprendere quale sia il vero messaggio che il nostro interlocutore sta trasmettendo al di là delle parole che pronuncia, rientra in quella branca di studi relativi alla psicologia. Nel corso [&#8230;]</p>
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<p>La capacità di saper leggere e interpretare il linguaggio del corpo è un argomento che da sempre affascina la scienza e gli appassionati. L’abilità di comprendere quale sia il vero messaggio che il nostro interlocutore sta trasmettendo al di là delle parole che pronuncia, rientra in quella branca di studi relativi alla psicologia. Nel corso degli anni studi e ricerche hanno fornito gli strumenti per capire quando l’interlocutore mente o quando il sorriso è veritiero, ma anche per comprendere il significato delle mani, quando sono in tasca, sui fianchi o dietro la schiena.</p>



<p>Conoscere i fondamentali di questa scienza non esatta, può risultare utile sia nel fornire una buona impressione al selezionatore durante un colloquio di lavoro ed <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/errori-ammazza-curriculum/" data-wpel-link="internal">evitare gli errori nel curriculum</a> sia in tutte quelle <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/direttore-delle-comunicazioni-italia/" data-wpel-link="internal">posizioni lavorative a contatto con il pubblico</a> o con i colleghi. Sapere come interpretare le dinamiche all’interno di un ambiente lavorativo infatti consente sia di mantenere dei rapporti sani e solidi sia consente di avere gli strumenti necessari utili a comprendere preventivamente le intenzioni dell’interlocutore.</p>



<p>Questo articolo fornisce in primo luogo, una panoramica sul linguaggio del corpo in particolare soffermandosi sul potere delle nostre mani. L’articolo indaga sui significati e sulla differenza di un gesto rispetto ad un altro.</p>



<p>Successivamente si prende come riferimento gli studi condotti da Allan Pease un esperto di linguaggio del corpo e autore e coautore di quindici libri di successo. I libri scritti insieme alla moglie Barbara Pease sono venduti in 100 diversi stati nel mondo, tradotti in 55 lingue diverse con oltre 27 milioni di copie vendute.</p>



<p>Infine, si indagherà sulla letteratura scientifica presente in rete al fine di ottenere un quadro generale sul potere delle mani.</p>



<h2>Cos’è e chi studia il linguaggio del corpo</h2>



<p>La scienza che studia il linguaggio del corpo è la cinesica un termine che deriva dal greco kinesis, movimento. Il termine fu introdotto dall’antropologo statunitense Ray Louis Birdwhistell, esperto di comunicazione non verbale.</p>



<p>In uno studio condotto da Dipika S Patel professore del dipartimento Inglese Naran Lala di Scienze Applicate a Gujarat in India, dal titolo: <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2546200" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">Body Language: An Effective Communication Tool</a>, l’autore indaga sugli aspetti del linguaggio del corpo nell’era moderna della comunicazione e delle relazioni sociali. I modi per comunicare si dividono in due grandi categorie, una verbale e una non verbale che avviene attraverso una serie di gesti e movimenti che, se non controllati forniscono ad un interlocutore attento informazioni e pensieri inespressi. Si tratta dunque di un vero e proprio linguaggio segreto utile a capire se si mente o si sta dicendo la verità.</p>



<p>Lo studio del comportamento umano dal punto di vista della personalità, dell’umore e della memoria ha ridici storiche risalenti ai Greci. Ippocrate e Aristotele per primi si interessarono al linguaggio del corpo, successivamente Cicerone nell’epoca romana studiò i collegamenti tra la comunicazione verbale e la gestualità. Per i primi studi sul tema a carattere scientifico bisogna aspettare i lavori di Charles Darwin nel 1800.</p>



<p>Patel nel suo studio pone l’accento su come in base alle ricerche condotte, solo il 7% delle informazioni che l’uomo trasmette avvengono attraverso il linguaggio, il restante 93% è trasmesso per il 38% dal modo in cui si parla (tono della voce, ritmo) e per il 55% attraverso il linguaggio del corpo, postura, posizione, contatto visivo e movimenti del corpo.</p>



<p>Il corpo umano in base agli studi di Hartland e Tosh, 2001 è in grado di produrre 700.000 movimenti diversi, divisi nelle seguenti zone del corpo umano:<br>L’espressione facciale: comunica le emozioni e le intenzioni, è il viso ad essere la prima fonte di informazioni. Le espressioni facciali infatti cambiano continuamente durante una conversazione. I sentimenti di rabbia, paura, incertezza e confusione sono difficili da nascondere e spesso contraddicono ciò che viene espresso con le parole.</p>



<p>Il contatto visivo: gli occhi sono sempre coinvolti durante i processi comunicativi possono indicare sentimenti quali la noia, il disinteresse, la sincerità. Uno sguardo verso il basso è associato alla modestia, verso l’alto è indice di stanchezza.</p>



<p>Movimento delle mani: le mani e i gesti associati possono comunicare molto riguardo le intenzioni dell’interlocutore tuttavia risultano associati alla cultura di appartenenza. Un pugno chiuso può indicare enfasi nella cultura americana al contrario per la cultura indiana può indicare una mancanza di rispetto. Alcuni gesti sono internazionali e riconosciuti come la “V” ad indicare la vittoria o il pollice verso l’alto ad indicare approvazione.</p>



<p>Il silenzio: nel linguaggio della comunicazione gioca un ruolo importante. In particolare, in alcuni casi indica accettazione in altri indifferenza apatia e persino rabbia.</p>



<h2>Il potere delle mani: Allan Pease</h2>



<p>In un video per la piattaforma Ted (Technology, Entertainment e Design) un’organizzazione americana che pubblica brevi monologhi riguardo vari temi che ricadono nel concetto generale di “idee che vale la pena diffondere”, precedentemente menzionata su questo blog in occasione del discorso di Emilie Wapnick sulle <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/multipotenziale/" data-wpel-link="internal">persone dotate di multipotenziale</a>; Allan Pease ha condotto un esperimento messo in su come l’<a rel="noreferrer noopener external" href="https://www.youtube.com/watch?v=ZZZ7k8cMA-4" target="_blank" data-wpel-link="external">uso della gestualità può cambiare la percezione del pubblico</a>.</p>



<p>Dal discorso di Pease si apprende che quando si parla ad un pubblico, il modo in cui sono orientati i palmi delle mani possono cambiare radicalmente la percezione nei confronti di chi sta parlando. Rivolgersi ad un pubblico con i palmi delle mani rivolti verso il basso è indice di autorità ed è sottintesa la propensione a voler sottomettere l’interlocutore. Quando si stringe la mano ad una persona a seconda di come orienta il palmo si può già evincere il carattere dominante.</p>



<p>Al contrario un palmo rivolto verso l’alto rappresenta un segnale di apertura e di considerazione verso il giudizio e le opinioni del prossimo.</p>



<p>Nel corso del monologo, Pease invita il pubblico a partecipare ad un esperimento, invitandolo a cambiarsi di posto, in tre modi diversi. Mantenendo il tono di voce e l’espressione costante la prima volta pone l’invito con i palmi rivolti verso l’alto, la seconda con i palmi rivolti verso il basso e in ultimo puntando l’indice.</p>



<p>Dal test si evince chiaramente come la propensione del pubblico nel modificare il proprio posto dipende dalla gestualità in cui è stato trasmesso il messaggio.</p>



<p>Quando i palmi sono rivolti verso l’alto, la richiesta appare benevola, quasi un gioco, quando i palmi sono verso il basso si percepisce una certa autorità, quando Pease usa l’indice l’invito a cambiarsi di posto non viene più recepito come una richiesta ma al contrario appare un ordine.</p>



<p>Il messaggio è dunque quello di riflettere sul potere delle mani, come queste possano drasticamente modificare il significato che si vuole trasmettere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img src="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-2934" srcset="https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-1024x683.jpg 1024w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-300x200.jpg 300w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-768x512.jpg 768w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-1536x1024.jpg 1536w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-2048x1366.jpg 2048w, https://www.cercalavoro.it/wp-content/uploads/2020/05/mani-messaggio-empatico-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Potere empatico delle mani</figcaption></figure>



<h2>Come interpretare i gesti delle mani</h2>



<p>Alessandro Ferrari è un riconosciuto imprenditore, docente del Master Perf. ET dell’Università di Ferrara – Dipartimento Economia e Management oltre che uno dei maggiori esperti nel settore della comunicazione non verbale. Sul suo <a rel="noreferrer noopener external" href="https://www.afcformazione.it/blog/sesta-lezione-i-gesti-delle-mani/" target="_blank" data-wpel-link="external">blog</a> spiega il significato dei gesti più comuni eseguiti con le mani:</p>



<ul><li>Le mani in tasca, il gesto di mettere le mani in tasca è interpretato come un’azione molto informale sconsigliata durante le conversazioni formali soprattutto per le donne. In Cina assume una connotazione offensiva, in Turchia può essere motivo di licenziamento.</li></ul>



<ul><li>Tenere le mani nelle tasche posteriori è un segnale di aggressività latente.</li></ul>



<ul><li>Muovere le mani, quando le mani sono tenute nascoste, dietro il proprio corpo significa che si sta nascondendo qualcosa. Se il palmo è rivolto verso il basso come già spiegato da Pease è indice di autorità.</li></ul>



<ul><li>Tenere il pollice in vista, il pollice è il dito che rappresenta l’ego. Mostrarlo vuol dire volersi imporre e voler decidere.</li></ul>



<ul><li>Mostrare indice e pollice, indica sicurezza e superiorità che denota la necessità di voler esprimere un parere.</li></ul>



<ul><li>Chiudere le mani a pugno, indica la predisposizione della persona ad iniziare un dibattito verbale. Quando è associato ad uno sguardo verso l’alto o rivolto all’ambiente circostante significa che l’aggressività è nei confronti della discussione, quando invece lo sguardo è fisso sulla persona è indice di un problema personale che esula dal discorso in essere.</li></ul>



<ul><li>Intrecciare le mani, questo gesto indica uno stato di tensione che si tenta di scaricare intrecciando le mani. Più queste sono rivolte verso la parte superiore del corpo più il disagio è alto.</li></ul>



<ul><li>Quando invece le mani sono ferme e sovrapposte è indice di scarso interesse verso ciò che si sta dicendo.</li></ul>



<ul><li>Sfregarsi le mani, indica uno stato di eccitazione e soddisfazione quando le mani vengono agitate rapidamente, al contrario quando le mani sfregano tra loro lentamente indica un senso di colpa.</li></ul>



<ul><li>Mani dietro la schiena, indicano che la persona è molto sicura di sé, quando la posizione è assunta con persone quali gli amici e i propri cari può anche solo indicare una sicurezza intesa come benessere.</li></ul>



<h2>Lavoro e linguaggio del corpo</h2>



<p>In questo blog si è parlato di <a href="https://www.cercalavoro.it/blog/10-cose-da-non-dire-ad-un-colloquio-di-lavoro/" data-wpel-link="internal">cosa non dire ad un colloquio di lavoro</a>, ma potrebbe essere il linguaggio del corpo attraverso i gesti delle mani e della postura a rendere vani tutti i preparativi fatti per affrontare al meglio un colloquio.</p>



<p>Secondo Albert Mehrabian psicologo statunitense e docente presso l’University of California, Los Angeles il 55% dei messaggi che il cervello riceve proviene dal linguaggio del corpo, la voce influisce per il 38% e il contenuto per il solo 7%.</p>



<p>Si riportano alcuni consigli su come fornire una buona prima impressione grazie al linguaggio del corpo:</p>



<ul><li>Il sorriso è in grado di trasmettere numerose impressioni positive tra cui gratitudine, fiducia e carisma. Un sorriso è uno strumento utile anche per sé stessi in quanto aiuta a rilassarsi e ad abbassare la tensione.</li></ul>



<ul><li>La stretta di mano è un argomento molto dibattuto, l’approccio migliore è quello di adeguarsi alla stretta del proprio interlocutore in maniera tale da ottenere un giusto equilibrio.</li></ul>



<ul><li>Il tono e il livello della voce dovranno essere adeguati evitando di urlare e di parlare troppo velocemente.</li></ul>



<ul><li>La postura è un altro importante aspetto, presentarsi con uno sguardo basso sicuramente non aumenta le possibilità di essere selezionati per la posizione lavorativa; allo stesso modo una postura troppo spavalda potrebbe essere male interpretata da un selezionatore. Lo stesso discorso vale quando ci si siede, è importante mantenere la schiena dritta senza sembrare troppo rigidi, come anche non sedersi sul bordo della sedia. Anche la posizione delle braccia assume un ruolo fondamentale, incrociarle è un segnale di chiusura che può essere giudicato non positivamente.</li></ul>



<ul><li>È necessario prestare attenzione ai movimenti e ai segnali che si mandano al proprio interlocutore. Generalmente i reclutatori di risorse umane sono esperti nell’interpretarli. Uno dei gesti meno apprezzati è quello di giocherellare o suonare con le mani. Essere tesi durante un colloquio è normale ma è indicato tenere a freno la propria agitazione non sfogandola con gesti inappropriati. Le mani possono essere usate efficacemente per enfatizzare una conversazione e per fare una buona impressione. Si consiglia di tenere le mani mostrando il palmo e non il dorso, annuendo lentamente quando si ascolta.</li></ul>



<ul><li>Cercare di entrare in sintonia con chi si ha di fronte, affinando l’umore, il tono della voce e le movenze in base al contesto è un’abilità che per chi ha pratica ad esercitarla può essere utile a stabilire una solida connessione che va al di là del contenuto di un discorso.</li></ul>



<h2>Come i leader utilizzano le mani nella comunicazione</h2>



<p>Il potere delle mani è stato <a href="http://essay.utwente.nl/72853/1/Thesis_%20Bianca_%20Ciuffani_s1108905.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" data-wpel-link="external">affrontato in una tesi di laurea</a> da Bianka Malaika Ciuffani nel 2015 per l’Università di Twente (Netherlands).</p>



<p>La tesi condotta ha l’obiettivo di trovare una correlazione tra la gestualità utilizzata dai leader politici o aziendali e il grado di soddisfazione che provano gli ascoltatori o il personale lavorativo. Il lavoro è stato condotto con l’ausilio di un sondaggio che ha visto coinvolti 20 individui nella posizione di leader e 113 “followers”.</p>



<p>Nella prima parte introduttiva della tesi si evince come la comunicazione non verbale che avviene attraverso i gesti è stata una delle prime forme di comunicazione (Miller, 2005). La gestualità delle mani in particolare ha impatti sia positivi che negativi sull’individuo che riceve il messaggio (McNeill, 2000), influenzando inconsciamente i processi comunicativi (Kendon, 2000 Toastmakers, 1996).</p>



<p>Negli ambienti lavorativi la comunicazione verbale e non verbale avviene ogni giorno. Per un leader riuscire a rendere efficace il proprio messaggio è un’abilità fondamentale in quanto aumenta il grado di motivazione e <strong>coinvolgimento dei dipendenti</strong> aumentandone le performance.</p>



<p>La comunicazione non verbale è definita come “la comunicazione e l’interpretazione delle informazioni con qualsiasi mezzo diverso dalla lingua (Ambady &amp; Rosenthal, 1998). Evidenze dimostrano come la comunicazione non verbale occupa più della metà del tempo in una normale conversazione (Toastmakers, 1996). Inoltre, Butterworth e Beattie (1978) hanno dimostrato che la quantità dei gesti è più frequente durante la pausa in un discorso rispetto a quando si sta parlando. Kendon (2000) riporta che i gesti delle mani possono migliorare la comprensione del contenuto oggetto della conversazione.</p>



<p>Evidenze dimostrano come la comunicazione non verbale impatta sulla motivazione e sulla soddisfazione di un lavoratore (Bonnacio et al., 2016: Naile &amp; Selesho, 2014). È utile tenere presente che l’impatto di alcuni gesti possono differire a seconda del contesto culturale. In alcuni paesi un gesto può avere un grande impatto, in altri può risultare avere un basso potere persuasivo o essere considerato come una mancanza di rispetto (Adetunji &amp; Sze, 2015).</p>



<p>Nello specifico una conversazione condotta senza l’uso della gestualità può avere una ricaduta rilevante sul messaggio che potrebbe non essere trasmesso correttamente, (Krauss et al., 1991), in quanto affidarsi solo alle parole, al tono di voce e all’espressione facciale non è sufficiente per esprimere a pieno un concetto.</p>



<p>La comunicazione secondo la ricerca è “<em>vuota</em>” quando un dirigente non utilizza alcun gesto delle mani. In questo caso lo studio dimostra che le conversazioni hanno un basso livello di soddisfazione da parte degli ascoltatori. La tesi di Ciuffani ha analizzato i risultati ottenuti quando:</p>



<ul><li><strong>I palmi delle mani rivolti verso l’alto</strong>, riprendendo gli studi condotti da Charles Darwin (1872) questi, sottolineano una certa forma di impotenza e accondiscendenza, simile al gesto di scrollare le spalle. Tuttavia, ricerche più recenti dimostrano che il palmo verso l’alto trasmette fiducia e ha impatti positivi su chi riceve le informazioni (Fradet, 2017). Risultati simili sono stati registrati da Kendon (2004).</li></ul>



<ul><li><strong>I palmi delle mani rivolti verso il basso sono considerati una forma di potere</strong>. Questo tipo di gesto è associato ad un pensiero inteso come accusatorio e intimidatorio (McNeill,2000). Tuttavia, i leader politici utilizzano i palmi rivolti verso il basso per attirare l’attenzione e la comprensione delle informazioni. (Kendon,2004).</li></ul>



<ul><li><strong>Quando un leader utilizza un mix di gesti con i palmi ora rivolti verso l’alto ora verso il basso</strong> sono indice di potenza e più spesso associati alla conoscenza della materia di cui si sta parlando.</li></ul>



<ul><li><strong>Le mani in posizione giunta</strong>, intesa come una mano tiene l’altra con le dita interconnesse l’una con l’altra secondo le ricerche di Cummings (2011) sono indice di disagio e insicurezza. Le mani a posizione di “campanile” risultano un gesto isolato indice che si sta affrontando un pensiero complesso. (Pease, 2017)</li><li><strong>Toccare gli oggetti durante una conversazione</strong> può aiutare a comprendere le informazioni di cui si sta riferendo nel caso in cui l’oggetto sia pertinente al discorso, viceversa il gesto di toccare un qualcosa di non pertinente al discorso può essere una strategia per distrarre il pubblico (Poyatos, 1983).</li></ul>



<ul><li><strong>Quando durante una conversazione sono compresi gesti di auto-tocco</strong> secondo Neff et al. (2011) questi gesti riflettono la stabilità emotiva. Kraus (1995) ha scoperto che maggior uso ne viene fatto minore è la stabilità emotiva.</li></ul>
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