L’arte di non cercare lavoro

Anni di crisi economica possono fiaccare anche gli spiriti più tenaci, e nella ricerca di un lavoro stabile, alcune persone sembrano essersi arrese al loro inevitabile destino, smettendo giorno dopo giorno di impegnarsi nella ricerca attiva di un impego.

Alcuni ne hanno fatto un’arte, trovando i modi più disparati di racimolare qualche soldo per tirare avanti, altri, i più fortunati, non cercano semplicemente perché la loro condizione economica familiare permette di stare senza far nulla tutto il giorno.

Spesso si confondono queste persone come platea totale dei disoccupati, ma sono un fenomeno sociale differente, che ha visto aumentare il proprio numero in maniera importante durante il periodo della crisi economica post-2008.

Differenza tra disoccupati inoccupati e inattivi

Bisogna capire prima di tutto che esiste una differenza di fondo sostanziale tra la condizione di disoccupazione e quella delle migliaia di inoccupati che ci sono in Italia in questo momento. Vi sono poi gli inattivi che rappresentano un problema crescente da affrontare per lo Stato, soprattutto perché coinvolgono una grande quantità di giovani. La definizione delle tre condizioni aiuta a capire le diversità tra le situazioni in questione

Disoccupato

Un disoccupato è una persona che ha, volontariamente o meno, perso il lavoro e si sta attivando per la ricerca concreta di una nuova occupazione. Questa condizione viene ufficialmente certificata dal centro per l’impiego in cui si iscrive il disoccupato al fine di trovare un nuovo lavoro il prima possibile.

Inoccupato

La figura dell’inoccupato è quella di una persona che si trova senza un lavoro ma senza aver mai svolto alcun impiego retribuito continuativo nel corso della sua vita. La ricerca di un nuovo lavoro per queste figure è un’operazione più difficile rispetto a quella svolta per un disoccupato che può portare con sé un bagaglio di esperienze da sfoggiare per farsi selezionare da un nuovo datore di lavoro. L’inoccupato resta comunque una persona che, seppur in mezzo a molte difficoltà, si iscrive ad un centro per l’impiego oppure ad una agenzia di lavoro interinale, per trovare una soluzione alla sua condizione di mancanza di un lavoro.

Inattivo

L’ultima categoria è quella più problematica, che ha creato una vera e propria piaga sociale accentuata molto dal periodo di crisi economica dell’ultimo decennio. L’inattivo (conosciuto anche con l’acronimo Neet) è una persona che non è impegnata né in un lavoro né in un percorso di studi, pertanto passa la sua giornata a non fare alcuna attività di rilievo. Questa condizione è una drammatica realtà soprattutto per molti giovani del sud Italia, fiaccati dalla mancanza endemica di lavoro nelle loro zone di residenza. Il fatto di non riuscire a trovare nessun tipo di occupazione per moltissimo tempo ha portato un effetto di pessimismo e disillusione in queste persone, che alla fine hanno deciso in maniera quasi consapevole di smettere di cercare attivamente un lavoro. Molto spesso infatti non sono nemmeno iscritti agli uffici di collocamento o alle agenzie per il lavoro, e si mantengono solo grazie a genitori e parenti.

I numeri di chi non cerca lavoro in Italia

Il fenomeno degli inattivi è quindi un problema concreto che dovrà essere affrontato al più presto per non creare una sorta di allarme sociale. I dati da analizzare a conferma di questa tendenza non lasciano spazio ad interpretazioni, e fotografano la situazione in maniera chiara: L’Italia ha il triste primato di giovani tra i 15 e 29 anni inattivi, con una percentuale del 24% sul totale. In pratica 1 giovane su 4 si trova in questa condizione e tra i paesi europei l’Italia guida questa triste classifica seguita dalla Grecia, con una media europea che si attesta al 14%, ben 10 punti percentuali sotto il livello italiano. Tutto questo si va ad inserire nel dato più ampio, quello sulla disoccupazione giovanile, che in Italia ha assunto oramai contorni allarmanti con un 31% di ragazzi senza un’occupazione.

I dati cambiano anche in relazione al sesso, infatti le percentuali cambiano così

  • Uomini occupati 67,1% disoccupati 8,4% Inattivi 26,7%
  • Donne occupate 46,8% disoccupate 9,6% inattive 48,2%

Come troppo spesso accade gli effetti più nefasti di questa situazione si hanno sull’occupazione femminile, con un numero di giovani donne inattive addirittura superiore rispetto a quelle occupate.

All’interno di questi dati generali bisogna poi distinguere quelli degli inattivi all’interno della platea dei disoccupati, per capire se la tendenza è in aumento o se si sta man mano tornando verso una normalità.

Anche in questo caso i dati non sono propriamente confortanti. Rispetto a tutti gli altri paesi europei l’Italia è quello che sconta la minore fiducia nella ricerca di un lavoro, cosa che aumenta sempre di più il numero dei giovani che passano dalla condizione di disoccupazione a quella di inattività. Per dare una misura del problema basti pensare che in Italia ogni 100 persone occupate ce ne sono 15 che sono alla ricerca di un lavoro ma ben 20 che vorrebbero lavorare ma non lo cercano. In pratica la maggior parte dei disoccupati dichiara di volere un lavoro, ma di essere scoraggiato e non cercarlo nemmeno più.

Come vivere senza lavorare

vivere senza lavorare

Ora che abbiamo visto chi sono, e quali sono i numeri del fenomeno dell’inattività lavorativa, veniamo alla domanda che tutti grossomodo si fanno: come possono sopravvivere gli inattivi?

Avere una casa, formare una famiglia e fare una vita sostanzialmente normale è possibile senza avere un impiego, e senza nemmeno cercarlo per giunta?

I metodi ci sono, alcuni sono ovvi e anche piuttosto semplici, altri invece richiedo impegno costanza e tutta una serie di qualità che se impiegate nella ricerca di un lavoro darebbero sicuramente risultati immediati.

Utilizzare gli ammortizzatori sociali

La prima che viene in mente appena si pensa alla condizione di disoccupazione è quella dei sussidi di sostegno garantiti dallo Stato alle persone che si trovano in quella situazione. La prima e più diffusa misura fino ad oggi era la NASPI, la classica disoccupazione non agricola, erogata da tempo alle persone senza occupazione. La misura avrebbe in realtà l’intento di essere un sostegno momentaneo, infatti la sua durata è commisurata a quella dell’ultima esperienza lavorativa, con un minimo di 9 mesi e un massimo di 24. Oltre a questa misura ne esistono altre, non ultima il molto discusso reddito di cittadinanza con relativi tutor, che si prefigge però di avere una funzione di ricerca attiva di lavoro, pertanto per chi è un inattivo di lunga data ma soprattutto di scelta consapevole, non è stata una soluzione adottata, anche per la scarsità del riconoscimento mensile. Per chi non ha particolari spese da sostenere, come affitto o auto ad esempio, anche sostegni come la social card potrebbero bastare, ma attenzione perché probabilmente se si possiede una o più case non si potrà, giustamente, avere accesso a queste misure.

Vivere di rendita

Molti inattivi in realtà si trovano in questa condizione per scelta consapevole, anche perché non hanno il bisogno materiale di lavorare. Questa condizione è una delle più desiderate da chi tutti i giorni deve lavorare per portare a casa la pagnotta, consente di vivere grazie alle rendite familiari o a quelle accumulate in altre esperienze lavorative. Difficilmente un giovane potrà vivere di rendita, anche se recentemente si sono sviluppati delle nicchie di popolazione che hanno fatto fortuna con il trading online, ed in pratica automatizzando il tutto, possono vivere di rendita senza lavorare. Ma non si possono considerare inattivi al 100% in quanto, in definitiva, un lavoro che porta una fonte di reddito ce l’hanno a tutti gli effetti.

Vivere con piccoli lavoretti saltuari

Arrangiarsi con qualche piccolo lavoretto che garantisce il minimo indispensabile è una scelta che è più simile all’inattività di quello che si possa pensare. Decidere di vivere con pochi introiti, magari potendosi permettere di guadagnare cifre basse perché si vive ancora con i genitori o su di una casa di famiglia, è una condizione che rientra tra gli inattivi, in quanto non vi è una reale intenzione di ricercare un lavoro stabile. Magari si decide di mettere a frutto qualche talento, o magari si cercano i classici lavoretti per arrotondare. Le possibilità fornite dal web poi, aiutano questa condizione che se presa come scelta consapevole, può dare la tranquillità tanto sperata attraverso una strada originale.

Il classico “mollo tutto!”

Esistono poi i casi, per la verità estremi, di persone che decidono di mollare tutto, per vivere senza la costrizione del lavoro a tutti i costi. Solitamente arrivano da esperienze di lavoro traumatizzanti, cambiano totalmente vita per recuperare la serenità perduta. Per fare questo si ritirano spesso in luoghi sperduti e decidono di provvedere da sé per ogni tipo di esigenza, auto-producendo praticamente tutto il possibile e acquistando solo lo stretto necessario. Una storia simile è recentemente balzata agli onori della cronaca, quella di Francesco Narmenni, un giovane che ha lasciato un posto fisso come programmatore per inseguire il sogno di una vita senza lavoro, fatta attraverso il risparmio e l’auto-produzione. Insomma, questo ragazzo ha cercato di elevare la non ricerca di un lavoro ad un’arte, una condizione di difficile mantenimento in realtà ad appannaggio delle poche persone che hanno la volontà di perseguire questa strada.

Guida alla lettera di presentazione

Nella ricerca di lavoro, una parte fondamentale è racchiusa nei particolari, e nelle operazioni preliminari che si devono fare per presentarsi al meglio alle aziende.

La stesura del curriculum vitae è senza ombra di dubbio uno dei momenti più importanti per la cura della nostra proposizione alle aziende.

Molti però sottovalutano la parte inerente alla creazione di una lettera di presentazione efficace, che possa essere di supporto al cv inviato alle varie aziende.

Questa è principalmente un’usanza e una consuetudine in paesi di lingua inglese ed anglosassoni in genere, ma con la globalizzazione del mercato del lavoro, anche qui in Italia sta diventando una pratica sempre più apprezzata dai selezionatori di personale.

Vediamo allora, per chi non ne ha mai scritta una, e vuole migliorare il proprio appeal verso i potenziali datori di lavoro, quali sono i segreti per scrivere una lettera di presentazione utile ed efficace.

Cos’è una lettera di presentazione

Prima di tutto vediamo di definire precisamente cos’è una lettera di presentazione, passo iniziale e fondamentale per capire poi come scriverne una di ottima fattura.

Bisogna pensare alla lettera di presentazione come al nostro biglietto da visita nei confronti dell’azienda con cui vogliamo collaborare, e alla copertina del nostro curriculum da sottoporre a chi deve leggerlo.

Inoltre la lettera di presentazione ha un’ulteriore importante compito che deve soddisfare: si tratta della spiegazione stringata e discorsiva del nostro CV, avendo la possibilità di dare un taglio meno freddo e nozionistico alle nostre competenze, che nel curriculum vengono forzatamente incluse in schemi rigidi.

Quindi una presentazione da allegare al nostro CV non è altro che un testo con caratteristiche precise, che deve dare una migliore comprensione di quello che può essere l’apporto che potenzialmente potremmo dare all’azienda con cui ci interfacciamo.

Cv e lettera di presentazione per richiesta lavoro

Perché è importante una lettera di presentazione

Come detto il compito primario è quello di chiarire meglio al selezionatore o recruiter di turno la persona che si appresta a valutare. Ma probabilmente la funzione primaria è quella di differenziare la nostra candidatura dalle altre.

Come accennato in precedenza, in Italia anche la sola presentazione di una lettera con queste caratteristiche, darà un vantaggio sostanziale rispetto a chi presenta semplicemente il proprio CV.

Bisogna poi valutare attentamente una questione spesso ignorata: la lettura di un curriculum da parte di un selezionatore o di un responsabile risorse umane di un’azienda, ha lo stesso effetto che potrebbe avere su di noi una delle classiche pubblicità spam che ci passano davanti agli occhi tutti i giorni. Quindi allegare al nostro CV una lettera di presentazione ben fatta è la carta vincente per superare la prima barriera di disinteresse da parte di chi dovrebbe leggere la nostra candidatura.

Come si scrive una lettera di presentazione

Ora che abbiamo definito con precisione cosa sia una lettera di presentazione e quali siano le sue principali finalità possiamo andare a vedere nel dettaglio come costruirne una di efficace.

Vedremo nello specifico come renderla interessante, quali sono gli errori da evitare assolutamente e come strutturare una di queste presentazioni per renderle leggibili e ordinate.

Essere incisivi e distinguersi dalla massa di proposte che giornalmente vengono fatte pervenire al tavolo dei recruiter è fondamentale per avere maggiori possibilità di essere scelti. Quindi avere a disposizione alcuni consigli utili per fare una buona impressione con la propria lettera di presentazione, è un punto di grande vantaggio nell’impostazione della nostra ricerca di lavoro.

Catturare l’attenzione con una lettera di presentazione.

  • Sottolinea le motivazioni

La prima cosa fondamentale è esplicitare i motivi che spingono alla stesura di questa lettera di presentazione. Ed assieme a questi sarebbe perfetto anche specificare perché ci si candida per quella particolare offerta di lavoro. Il tutto con stile conciso e molto diretto.

  • Evidenzia i tuoi punti forti

Importante è anche la sottolineatura delle qualità e delle skills che si possono portare come valore aggiunto. Cerca di essere anche qui molto esaustivo ma breve, evitando esagerazioni o informazioni false. Questa parte è un’ottima opportunità per elencare in maniera discorsiva e creativa le proprie peculiarità, senza elencarle meccanicamente per punti.

  • Mantenere alta l’attenzione per tutta la lettera

Non ci stancheremo mai di ripeterlo, essere concisi è fondamentale. Soprattutto per mantenere alta l’attenzione di chi legge senza scoraggiarlo con testi lunghi e difficili. Cerca di strutturare il testo in non più di 12-14 righe. Andare troppo lunghi è assolutamente deleterio e potrebbe portare ad una lettura parziale della propria presentazione.

Errori da evitare nella cover letter

Ecco una lista di errori che possono letteralmente uccidere la tua lettera di presentazione, facendole prendere direttamente la strada del cestino.

  • Eccessivi formalismi generici

Aprire la propria lettera con formule banali e inflazionate come ad esempio “Spett.le ditta” o peggio ancora “Spett.le Azienda” denota due difetti gravi. Per prima cosa la mancanza di inventiva ed impegno. In secondo luogo se si hanno a disposizione il nome dell’incaricato alla selezione o quantomeno dell’azienda interessata, sarebbe di grande aiuto inserire queste informazioni. Questo aspetto, che sembra banale, in realtà è decisamente apprezzato perchè personalizza l’esperienza di lettura della propria presentazione conferendole una marcia in più.

  • Errori ortografici e grammaticali

Niente è peggio che trovarsi di fronte ad una lettera con evidenti errori ortografici e grammaticali. Questo restituisce immediatamente a chi legge un senso di trascuratezza che penalizza fortemente la candidatura oggetto della presentazione. Pertanto è assolutamente obbligatorio rileggere più volte quanto si è scritto, facendosi magari aiutare anche da qualcuno nella correzione finale.

  • Forme esagerate e pompose

Non bisogna nemmeno esagerare con l’auto compiacimento. Anche se si hanno alle spalle esperienze importanti, in posizioni apicali e di responsabilità, è comunque preferibile mantenere un profilo sobrio ed equilibrato, considerando sempre che si parte in posizione di subalternità rispetto a chi ci deve selezionare al momento della presentazione della lettera.

Struttura della presentazione

Visti alcuni consigli utili per la stesura del contenuto vediamo ora come organizzarlo in maniera ordinata per avere un risultato ottimale.

Una struttura definita serve proprio a rendere maggiormente leggibile il testo, rendendolo di facile comprensione. Ecco come strutturare la propria presentazione in maniera efficace, seguendo quattro semplici punti da tenere come riferimento:

  • Intestazione

In questa prima parte è di fondamentale importanza non dimenticare i propri dati, quindi nome e cognome e le informazioni di contatto. Poi chiaramente andrà inserita l’intestazione del destinatario evitando l’errore di eccessivo formalismo descritto precedentemente

  • Introduzione

In questa parte è utile specificare con precisione per quale posizione ci si candida e quali sono le proprie qualità rilevanti ai fini di quella stessa posizione.

  • Corpo

Nel corpo della lettera si sviluppa i motivi che spingono a candidarsi a quella specifica offerta e soprattutto per quella determinata azienda. Essendo la parte centrale è anche quella più importante della lettera, dove veicolare la determinazione e la motivazione che deve favorire la scelta.

  • Conclusione

Infine qualche riga che aiuta ad inquadrare meglio la propria candidatura attraverso la descrizione di punti di forza e soft skills importanti ai fini dell’ottenimento del lavoro.

lavoratore assunto lettera di presentazione

Personalizzare la lettera di presentazione

Come accennato in precedenza la personalizzazione della cover letter da allegare al proprio CV è sicuramente una mossa vincente, che porta benefici innegabili. Oltra alle raccomandazioni riguardo l’intestazione della lettera, ci sono altri modi per rendere ancora più personalizzata una presentazione.

Prima di tutto adottare un trucco che piace molto alle aziende cioè quello di richiamare apertamente gli estremi dell’offerta di lavoro pubblicata. Molto spesso i selezionatori si aspettano di leggere presentazioni di persone che non hanno letto con attenzione l’offerta di lavoro, e dimostrare che si è invece molto attenti a quanto scritto dall’azienda è senza dubbio un punto a favore.

Quindi se nell’annuncio viene richiesta una disponibilità di massima per effettuare delle trasferte, citare apertamente quelle fatte in passato nelle precedenti esperienze, sottolineandole come importanti nella formazione.

Ma questo è solo un esempio, e se ne potrebbero fare centinaia applicabili alle caratteristiche più comuni, come l’utilizzo di programmi specifici, o metodologie particolari. Insomma si tratta di utilizzare le informazioni che l’azienda lascia nella sua offerta a nostro vantaggio in fase di presentazione.

Se possibile un altro trucco per personalizzare la presentazione è quello di citare l’azienda nel corpo, specificando apertamente che si è fatta una piccola “indagine” sui prodotti o i servizi visitando il sito web. Nell’esempio sottostante, una formula che potrebbe essere di grande aiuto e d’impatto per un recruiter intento a leggere la nostra cover letter.

a seguito di interesse per la posizione offerta ho visionato e navigato il vostro sito web (www.xyz.com) e devo riconoscere che sono rimasto colpito dai vostri prodotti/servizi e dai risultati del vostro staff di cui spero poter presto far parte

Con l’adozione di questi semplici accorgimenti si potranno scrivere presentazioni mirate che ci faranno avere un vantaggio sostanziale rispetto chi utilizza degli schemi standard senza prestare troppa attenzione al contesto, e incentrando tutta la lettera solo ed esclusivamente sulla propria figura.

Le difficoltà dei reclutatori di personale

L’industria del reclutamento personale è arrivata ad uno snodo cruciale.

Secondo una recente statistica del Bureau of Labor, il tasso di disoccupazione negli Usa è sceso al 3,7% ad ottobre 2018, toccando un minimo storico dal 1969. Questo significa che raramente c’è stato un momento migliore per essere un lavoratore negli Stati Uniti, ma al contempo il lavoro del recruiter si è complicato non poco.

Nuove strade per reclutare talenti

Ovviamente questo cambiamento di scenario impone una svolta anche per i recruiter, che devo ingegnarsi per trovare nuove strade ai fini del raggiungimento del loro obiettivo.

Tutto quello che valeva negli anni passati è destinato a cambiare repentinamente ed una recente indagine tra i recruiter americani ha portato a risultati interessanti, che potrebbero essere un’anticipazione di quello che potrebbe accadere anche in Europa.

Uno dei dati che salta maggiormente all’occhio è il mutamento delle metriche di valutazione dei candidati: ora un reclutatore è maggiormente attento al tasso di fidelizzazione potenziale di un candidato verso l’azienda, ed in genere alle qualità non esclusivamente tecniche del candidato, per assicurarsi che le aziende oltre ad assumere di più assumano anche meglio.
Il calo della disoccupazione ha comunque spostato il baricentro verso i lavoratori. Quindi anche la dinamica di rapporto tra candidati e recruiter è stato stravolto.

Infatti adesso sono i selezionatori del personale che devono impegnarsi nella ricerca in maniera maggiore rispetto a prima. E devono farlo percorrendo nuove strade fino ad ora inesplorate.

L’impatto maggiore di questa nuova era arriva ovviamente dai social network, e nuovi canali come Instagram stanno crescendo in popolarità sia tra chi cerca lavoro che tra i recruiter.

Inoltre una volta contattati, avendo un buon numero di possibilità a disposizione, i candidati non si accontenteranno di una semplice buona offerta, pertanto uno dei nuovi obiettivi del recruiter è quello di rendere sempre più veloce il processo di inserimento nell’azienda del potenziale neo assunto, migliorando anche i processi nella fase di onboarding.

Nuove sfide per il reclutamento

Alla luce di queste considerazioni i recruiter statunitensi provano a tracciare un’immagine del futuro nel loro ambito professionale.

Il 74% di loro crede infatti che la ricerca di nuovi candidati diventerà ancor più competitiva nel corso del prossimo anno, mentre il 31% è ancora convinto che il quality hire (una metrica complessa che valuta la qualità del candidato) sia la caratteristica fondamentale da ricercare. Si fa sempre più strada però la percentuale di coloro che credono che il fattore più ricercato per le aziende sia il cosiddetto retention rate, cioè il tempo di permanenza di un candidato in una singola azienda.

Oltre a queste metriche incentrate sui desideri delle aziende clienti dei recruiter, i selezionatori si sono espressi anche sulle nuove tecniche di reclutamento.

Il 25% di loro afferma infatti di investire nei nuovi social media come Instagram, soprattutto per raggiungere i contatti dei millennials che si stanno affacciando al mondo del lavoro. Inoltre un dato ancora più interessante è che ben l’88% dei reclutamenti on line, ottengono un giudizio positivo dai giovani candidati, dimostrando l’efficacia di questa nuova possibilità.

Tutti questi dati dimostrano un cambiamento globale del mondo del lavoro statunitense, e quindi una probabile tendenza anche in Europa nei prossimi anni. La differenza maggiore resta quella di un potere negoziale che si sta spostando sempre di più verso il lavoratore, con in recruiter che nel corso del 2018 hanno registrato un aumento delle trattative salariali dei propri candidati nel 75% dei casi.

La nascita di nuove figure, sempre più ricercate, e una robusta ripresa economica, hanno quindi portato il mercato americano a ribaltare i rapporti di forza tra imprese e lavoratore, costringendo anche i reclutatori a variare le loro metriche di lavoro.

10 Cose da non dire ad un colloquio di lavoro

Quando si affronta un colloquio di lavoro molte delle preoccupazioni risiedono nelle domande che potrebbero essere poste e nelle risposte che vengono date. Molto spesso infatti sapere come presentarsi ad un colloquio di lavoro può fare la differenza tra un esito positivo e uno negativo, ancora di più del peso del proprio curriculum. Vediamo insieme quali sono le 10 cose da non dire assolutamente per superare brillantemente un colloquio.

1 Di cosa si occupa l’azienda?
Presentarsi ad un colloquio senza un minimo di preparazione sull’azienda con la quale parliamo denota una superficialità che non passerà inosservata all’esaminatore di turno.

2 Odio il mio attuale lavoro
L’insoddisfazione per il proprio attuale lavoro è sicuramente una molla che spinge a trovarne un altro, ma agli occhi di un recruiter un sentimento d’odio verso il proprio impiego è considerato un comportamento a rischio che potrebbe potenzialmente ripetersi in caso d’assunzione.

3 Odio il mio capo/i miei colleghi
Vale quanto detto sopra, con l’aggravante che tale comportamento denota anche una scarsa propensione a lavorare in team in maniera costruttiva.

4 Lavoravo troppo
Dichiarare che nel precedente impiego si lavorava troppo ha un duplice effetto negativo: si rischia di passare come una persona non incline alla fatica e di sminuire l’impegno necessario nell’affrontare la nuova avventura lavorativa.

5 Quanto di stipendio?
Da sempre è buona regola aspettare che sia il rappresentante dell’azienda che svolge il colloquio a parlare della retribuzione. Farlo per primi e magari nelle fasi iniziali di un colloquio denota un eccessivo attaccamento al denaro.

6 Trova tutto scritto nel curriculum
Molto spesso un recruiter vuole sentire dal diretto interessato qualcosa di più riguardo il suo percorso. Liquidarlo invitandolo a cercarsi le informazioni nel curriculum non aiuterà la buona riuscita del colloquio.

7 Ho assoluto bisogno di lavorare
Anche se quel colloquio rappresenta l’ultima spiaggia non bisogna mai apparire alla disperata ricerca di un lavoro: questo infatti potrebbe portare l’esaminatore a farsi delle domande sul perché siamo arrivati fino a quel punto di disperazione.

8 Anche se non ho i titoli, imparo in fretta
Molto spesso un recruiter ricerca una figura con competenze dimostrate e già autonoma. Sarebbe dunque buona regola non giocarsi la carta della buona volontà, se non espressamente richiesta dal tipo di lavoro.

9 Devo pensarci su
Al contrario del disperato, anche apparire troppo altezzoso potrebbe allarmare il recruiter di turno, preoccupato di trovarsi di fronte ad una persona problematica di difficile gestione.

10 Come sono andato?
Buona regola è anche quella di evitare una domanda così scontata alla quale ovviamente un recruiter non è tenuto a rispondere. Le varie considerazioni sullo svolgimento del colloquio sono infatti di competenza dell’esaminatore e di chi decide per le assunzioni.

Burnout, Lavorare quattro giorni a settimana, ed essere pagato per cinque giorni?

Sembra troppo bello perché sia vero, ma molte aziende in tutto il mondo lo stanno applicando e hanno scoperto che i lavoratori sono molto più produttivi, più motivati e meno stressati.

Il termine “burnout” coniato negli anni ’70 dallo psicologo americano Herbert Freudenberger decrive descrive le conseguenze di un grave stress causato da un eccessivo lavoro. Medici e infermieri, ad esempio, che si sacrificano per gli altri, finiscono spesso per essere “bruciati” – esausti, svogliati e incapaci di far fronte alle più basilari necessità. Nei giorni nostri il termine è per descrivere questo fenomeno che colpisce tutti i tipi di lavoro dalle star del cinema ai dipendenti fino alle casalinghe oberate di lavoro.
Jan Schult-Hofen, fondatore della società di gestione progetti software Planio di Berlino, è la persona che ha introdotto questa riduzione della settimana lavorativa e ha detto che è molto più sano e i dipendenti fanno un lavoro migliore, evitando cosi orari pazzeschi.

Molte aziende in tutto il mondo, come la società Perpetual Guardinan, in Nuova Zelanda, hanno testato questo metodo e hanno scoperto che il lavoro e meno stressante e l’impegno dello staff aumenta applicando una settimana ridotta a trentadue ore. Anche in Giappone il governo sta spingendo le compagnie permettendo di avere il lunedì mattina come vacanza. Il “Trades Union Congress” dell’Inghilterra sta incoraggiando tutto il paese a passare a quattro giorni lavorativi la settimana, entro alla fine di questo secolo. Secondo TUC questo metodo ridurrà lo stress, migliorerà la vita familiare e aumenterà l’uguaglianza di genere.

SOVRACCARICO DA LAVORO

Lucie Greene, esperto di tendenze presso la società di consulenza J. Walter Thompson, ha detto che è un aumento della reazione negativa contro il superlavoro, sottolineata da un’ondata di critiche dopo che il capo di TESLA ha twittato che “nessuno ha mai cambiato il mondo in quaranta ore alla settimana“.

Le persone cercano di non essere collegate la maggior parte del tempo con la vita digitale, dal momento che hanno notato problemi di salute mentale essendo costantemente connessi con il lavoro“, ha affermato Greene.

Di recente è stato condotto un sondaggio su 3000 dipendenti in otto paesi, tra cui Stati Uniti, Inghilterra e Germania. Il risultato di questo sondaggio mostra che il 50% dei dipendenti può terminare il proprio compito entro cinque ore lavorative, se non sono interrotti, però molti lavorano più di quaranta ore settimanali. Lo stato leader sono gli Stati Uniti, dove il 49% dei dipendenti lavora fuori orario.

Dan Schawbel, direttore della società di sviluppo esecutivo Future Workplace, afferma che il lavoro s’insinua costantemente nella nostra vita, anche a cause della tecnologia. Questo porta le persone a uno stato di burnout.

Schulz-Hofen, ha provato personalmente a lavorare quattro giorni la settimana e ha confermato che ha eseguito lo stesso lavoro che faceva di solito in cinque giorni. Secondo lui, il motivo e che in cinque giorni lavorative a settimana, hai l’idea di avere più tempo alla tua disposizione per permetterti di avere più tempo per parlare con il tuoi colleghi, più tempo per il caffè, e per interruzioni durante il lavoro. Quando hai solo quattro giorni, devi essere più concentrato se vuoi il venerdì libero.