Come intraprendere la carriera diplomatica

In Italia e nel mondo esistono delle professioni talvolta molto invidiate e ambite. Tuttavia, spesso capita che per tali lavori non ci si candidi nemmeno, o meglio non si riesca a tentare la carriera per cui ci si sarebbe voluti cimentare. E questa eventualità è dovuta al fatto che quel tal mestiere non si avessero sufficienti nozioni circa il percorso scolastico necessario, a chi ci si dovesse rivolgere, cosa bisognasse fare per candidarsi… e via dicendo.

Una di queste professioni, ambita ma al contempo… misteriosa e poco conosciuta, è senza dubbio quella del diplomatico.

Andiamo pertanto a vedere cosa ci sia da sapere per tentare di intraprendere una carriera del genere, dal percorso di studi ad ogni informazione utile allo scopo.

Che cos’è un diplomatico?

Anzitutto, cerchiamo di fare chiarezza sulla nozione principale.

Il diplomatico (conosciuto anche come “agente diplomatico”) è un funzionario di Stato o di una organizzazione intergovernativa che intrattiene relazioni con altri Stati o altre organizzazioni.

E’ un mestiere difficile e delicato, specie negli ultimi anni: tensioni politiche, religiose e minacce belliche continue fanno sì che gli agenti diplomatici abbiano responsabilità enormi e ripetute scelte difficili da compiere.

L’agente diplomatico gode di numerose immunità (come ad esempio l’inarrestabilità, l’inviolabilità della propria corrispondenza, l’esenzione della giurisdizione civile e penale, l’esenzione tributaria) per sé stesso e per la propria famiglia.

E tutte queste particolarità sono ben disciplinate dalla Convenzione di

Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche, il cui testo completo è consultabile sul sito del Ministero della Difesa.

Per tutti questi motivi, l’agente diplomatico gode di uno stipendio molto alto e la sua categoria lavorativa risulta di non semplice accesso.

Vediamo nello specifico quali siano i passi da intraprendere per tentare la carriera diplomatica.

Come diventare diplomatico

test per diventare diplomatico
Aula per esami al ministero degli esteri

L’agente diplomatico è un “dipendente” del Ministero degli Affari Esteri.

Come ogni lavoro di Stato, per entrare a farne parte è necessaria la selezione tramite un concorso pubblico (che in questo caso ha cadenza annuale).

La domanda di ammissione deve pervenire al Ministero degli Affari Esteri entro 30 giorni dalla pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale.

Quali sono i requisiti per partecipare al concorso del Ministero ?

Per partecipare al suddetto concorso per intraprendere la carriera diplomatica, si devono soddisfare i seguenti criteri:

  • Si deve essere cittadini italiani;
  • Si deve avere un’età non superiore ai 35 anni compiuti;
  • Si deve avere una laurea in Giurisprudenza , o in scienze politiche (relazioni internazionali, studi europei, scienza della politica), economia. Aver conseguito un master di specializzazione sarebbe un elemento favorevole;
  • Si deve avere il pieno godimento dei diritti politici (ovvero, non si devono avere condanne di interdizione ai pubblici uffici);
  • Serve un certificato medico di idoneità.

Come funziona il concorso per diventare diplomatico?

Esistono una serie di complessi esami scritti e orali da dover sostenere per tentare di superare il concorso Ministeriale.

Prima di essi, inoltre, si dovrà sostenere un questionario psico-attitudinale di 60 domande a risposta multipla e una relazione sintetica su un caso concreto di natura internazionale. Il test psico-attitudinale comprende: successioni di numeri, successioni di lettere, di figure e interpretazione dei dati di una tabella e semplici operazioni di calcolo.

Si passerà poi alle prove scritte. Le materie su cui esse possono vertere sono: Storia (moderna e contemporanea), Economia Politica e Politica Economica, Diritto internazionale pubblico, Lingua inglese e una seconda lingua tra il francese, lo spagnolo, il tedesco e il russo.

In terza battuta, si vedranno valutati i propri titoli di studio , per i quali si otterrà un punteggio da sommare ai risultati delle varie prove.

In ultima istanza si passerà alle prove orali, le cui materie, invece, saranno: Diritto internazionale privato, Diritto costituzionale (con accenni ad alcune costituzioni straniere), pubblico e amministrativo italiano, Istituzioni di Diritto Civile, Geografia Politica ed Economica, Storia delle dottrine politiche.

Ogni candidato, nel corso della propria vita, può effettuare tre diversi tentativi di superare il concorso (qualora il primo e il secondo naturalmente fossero andati male); al termine delle tre chance, avrà esaurito la possibilità di diventare agente diplomatico.

Come prepararsi al concorso da diplomatico?

Data la difficoltà del concorso sopracitato , il Ministero degli Esteri organizza ogni anno a Roma, coadiuvato da alcuni enti, dei corsi che possono aiutare i candidati a meglio sostenere gli esami.

Tra gli altri, gli enti in questione sono la SIOI (Società italiana per l’organizzazione internazionale), la LUISS (Libera Università Internazionale Degli Studi Sociali ), il sito Saranno Magistrati (che contiene tutte le informazioni utili e i consigli per superare il concorso), l’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale).

Quali sono i compiti dell’agente diplomatico?

Aule per riunioni di diplomatici
Aule per riunioni di diplomatici

Una volta entrato nel corpo diplomatico Italiano, l’agente è atteso ad un ruolo manageriale internazionale per cui dovrà far emergere tutte le proprie abilità culturali e relazionali, specie perché con ogni probabilità sarà collocato all’estero.

Concretamente, poi, egli dovrà:

  • rappresentare – all’interno dello Stato in cui è stato collocato – il proprio Paese, proteggendone gli interessi;
  • intraprendere rapporti con la classe politica dello Stato di arrivo, negoziando e familiarizzando con essa;
  • affrontare e trovare il modo di superare le situazioni di crisi;
  • promuovere all’estero l’immagine Italiana, promuovendo le relazioni culturali, economiche e commerciali;
  • elaborare e preparare rapporti dettagliati, coordinando la posizione Italiana rispetto a specifiche problematiche.
  • studiare quali siano i problemi politici e commerciali per poi preparare progetti di cooperazione con i diversi Paesi.

Quali sono le varie tipologie di agente diplomatico?

La figura del diplomatico è regolata dalle norme del Diritto Internazionale, e in base a questo si divide in quattro macro-categorie di appartenenza:

  • L’incaricato d’affari;
  • Il ministro residente;
  • Il ministro plenipotenziario;
  • L’Ambasciatore.

L’incaricato d’affari

Tale figura costituisce il diplomatico di rango minore fra le varie classi possibili.

Generalmente, l’incaricato d’affari può venir posto a comando di una missione diplomatica.

Si relaziona nella maggior parte dei casi con il Ministro degli Affari Esteri. In modo molto semplicistico, possiamo dire che l’incaricato d’affari è una sorta di “ministro” degli Affari Esteri del proprio paese, da egli nominato; a differenza degli ambasciatori, i ministri plenipotenziari o i ministri residenti che invece sono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Ministero votata dal Consiglio dei Ministri.

Il ministro residente

La figura del ministro residente è attualmente in disuso, mentre in passato era una figura diplomatica particolarmente diffusa. In sostanza, mentre negli Stati considerati più importanti dagli albori della diplomazia si è deciso di costituire un’ambasciata all’interno di essi, per Stati cosiddetti “minori” non vi era l’ambasciata, bensì un ministro che risiedeva in quel tal paese.

Oggi però vi sono ambasciate prevalentemente in ogni Stato, a prescindere che sia più o meno importante.

Il ministro plenipotenziario

Nel diritto internazionale, il ministro plenipotenziario è il secondo diplomatico più importante in assoluto, inferiore solo all’ambasciatore.

Può essere preposto ad una missione diplomatica, e spesso, all’interno di una ambasciata, è il primo consigliere dell’ambasciatore.

In Italia, è nominato direttamente dal Presidente della Repubblica su proposta motivata del Ministero degli Affari Esteri approvata dal Consiglio dei Ministri.

Lo stipendio del ministro plenipotenziario è pubblico e consultabile sul sito del Ministero degli Esteri, e ad oggi sfiora i 100 mila euro annui.

L’ambasciatore

E’ la figura più nota tra tutti i diplomatici, nonché la più ambita e conosciuta.

Generalmente l’ambasciatore viene posto a capo di una missione diplomatica perenne presso un altro Stato (coadiuvato dal ministro plenipotenziario) o presso un’organizzazione internazionale.

Anch’egli è è nominato direttamente dal Presidente della Repubblica, sempre su proposta motivata del Ministero degli Affari Esteri approvata dal Consiglio dei Ministri.

Anche lo stipendio dell’ambasciatore è reso noto dal Ministero degli Esteri, che attualmente staziona poco sopra i 120 mila euro annui.

Che differenza c’è tra consoli e agenti diplomatici?

Qualcuno potrebbe obiettare che anche i consoli (o meglio, “agenti consolari”) lavorano nelle ambasciate estere; tutto vero, ma tra i consoli e gli agenti diplomatici la differenza sta nell’inquadramento del diritto che li regola: i primi esercitano infatti attività di carattere amministrativo, regolato dal diritto interno; i secondi, come abbiamo visto, svolgono mansioni di carattere politico regolati dal diritto internazionale.

10 professioni per chi ama lavorare nei social media

Le professioni più ricercate nei social media

Molti pensano che passare ore sui social media sia solo uno spreco di tempo, ma per tanti professionisti è un vero e proprio lavoro. In questo articolo vi presentiamo le dieci professioni che lavorano la maggior parte della giornata con i social media e che sono molto richieste dal mercato. Alcune di queste professioni sono pagate anche molto profumatamente.

Responsabile Marketing

Stipendio medio annuale: 65,000 EUR

Come responsabile marketing è il responsabile di tutti i progetti nel reparto marketing. I social media la faranno da padrone dato che ad oggi la maggior parte delle spese in marketing vengono fatte online. La figura professionale si occupa anche di rendicontare ai manager le spese e i ritorni nel settore comunicazione e marketing aziendale.

Community Manager / Gestori delle comunità

Stipendio medio annuale: 60,000 EUR

I community manager si occupano di gestire le comunità di fan e clienti cercando di migliorare la visibilità del marchio cliente attraverso i social media. La posizione è molto simile a quella di chi si occupa dei social media, ma è principalmente concentrata nella gestione delle interazioni della comunità di utenti fedeli al marchio.

Influencer / Vlogger / Youtuber / Instagrammer

Stipendio medio annuale: Variabile

Si vedono molto spesso sui giornali e in televisione, chi sono? Sono giovani che hanno sfruttato i social media per guadagnare soldi e tante volte anche diventare famosi. Gli influencer, guadagnano con eventi sponsorizzati sui social media che possono essere Youtube, Instagram, Facebook, TikTok e tanti altri. Gli influencer più famosi in Italia sono Chiara Ferragni, Mariano di Vaio, Chiara Nasti e Gianluca Vacchi dove ad ogni loro post guadagnano in media tra i 15,000 e 20,000 EUR

Brand Manager

Stipendio medio annuale: 45,000 EUR

Il brand manager si occupa di sviluppare e gestire la brand identity del cliente e di un prodotto specifico. Il lavoro è a stretto contatto con le altre funzioni del marketing come i grafici e i copywriters. Ciò significa che si può lavorare con social media come Snapchat, Facebook, Instagram, Twitter e LinkedIn.

Copywriter / Creatore contenuti

Stipendio medio annuale: da 40.000 EUR a salire

I social media vivono di contenuti e i contenuti devono essere scritti o preparati nel modo corretto. Questa professione aiuta le aziende nel creare contenuti, che siano i 160 caratteri di twitter o i testi più lunghi di Quora, da pubblicare nei vari social media. I contenuti creati devono essere professionali e non copiati o plagiati da altri autori. Sembra un lavoro facile, ma per scrivere contenuti o fare il vero copywriting è una impresa abbastanza difficile perché ci vogliono diversi anni per acquisire una ottima professionalità.

Modello/a oppure Fotomodello/a

Stipendio medio annuale: tra i 25,000 EUR e i 40,000 EUR

Come modello, oltre a poter lavorare nel mondo dei social media si può anche lavorare nel campo della bellezza. Per un modello, i social media consentono di poter incrementare la propria visibilità ad un costo quasi nullo. Il social media più utilizzato è principalmente Instagram, anche se Youtube sono sempre più utilizzati per creare una identità dell’immagine.

Specialista delle Pubbliche Relazioni

Stipendio medio annuale: 54,000 EUR

Uno specialista di pubbliche relazioni si occupa di gestire l’immagine pubblica del proprio cliente e le comunicazioni con i social media, giornali, televisioni e clienti. Il consulente di immagine ha una professionalità simile ma non include la gestione delle comunicazioni per il cliente. Il lavoro di specialista delle pubbliche relazioni consiste principalmente nel monitorare e migliorare l’immagine sui social media e media, oltre a gestire i capricci del proprio cliente se è una figura pubblica veramente famosa.

Videomaker

Stipendio medio annuale: 40,000 EUR

Ci sono sempre più contenuti nei social media, e il video è quello che attualmente viene più utilizzato. La richiesta di videomakers da parte degli influencers è in forte aumento anche se la paga non è altissima.

Growth Hacker (Pirata della crescita o Hacker della crescita)

Stipendio medio annuale: 70,000 EUR

Il pirata della crescita o hacker della crescita è una nuova professiona nata negli ultimi anni e lega il marketing con l’analisi dei dati e la tecnologia. La figura professionale si occupa di gestire, sperimentare ed implementare delle tecniche di crescita innovative per incrementare il numero di clienti o possibili clienti minimizzando il costo. Il growth hacker è l’unione di diversi settori come il marketing tradizionale, l’analisi dei dati, l’utilizzo dei social media e l’applicazione di tecnologia innovativa. In America è una figura molto ricercata, in Italia la professione è nata da pochi anni ma si sta diffondendo molto rapidamente.

Progettista grafico / Graphic Designer

Stipendio medio annuale: 40,000 EUR

La grafica, il design e internet sono unione perfetta per chi ama creare elementi per i famosi brand su internet. Molte aziende cercando professionisti capaci di creare video, immagini e contenuti grafici da usare nei vari social media, questo perché solo un vero grafico esperto è capace di creare un qualcosa che possa essere ottimizzato per tutti i social media in circolazione.

Cerco lavoro a Roma: quali sono i settori migliori e quanto costa la vita

Come logico che sia la capitale d’Italia è un punto nevralgico per le attività produttive, e questo ovviamente si riflette sulle possibilità di cercare lavoro e trovare un impiego stabile. Roma attrae grandi aziende, in misura minore magari rispetto alla più economicamente rilevante Milano, ma rispetto al capoluogo lombardo può contare su un’attrattiva turistica maggiore ad esempio, cosa che la pone in posizione di vantaggio per la ricerca di un lavoro da parte delle persone interessate, e che garantisce anche un discreto turnover nelle occupazioni di carattere stagionale.

Ci sono quindi numerosi aspetti da valutare quando si decide di cercare lavoro a Roma, e in questa breve guida andremo a vedere quali sono le caratteristiche importanti da valutare quando si desidera vivere e lavorare nella capitale.

colosseo
Il Colosseo simbolo di Roma

Offerte di lavoro a Roma

Se si decide che Roma è la propra città, nella quale iniziare un progetto di vita continuativo, si dovrà prima di tutto fare una rapida ricognizione di quelle che sono le aree dove la richiesta di lavoro è maggiore e dove concentrare gli sforzi di ricerca e formazione per farsi trovare pronti alle offerte che più comunemente si possono raccogliere.

Una città come Roma ospita attività produttive di vario genere, con diverse dimensioni d’azienda e quindi con alcune cose a cui prestare attenzione quando ci si propone per una posizione aperta.

Nella capitale infatti trovano spazio le grandi aziende internazionali che decidono di avere base per le loro sedi italiane, ma anche i colossi italiani che rappresentano una buona fetta degli occupati. Allo stesso tempo però, Roma è una città dove si possono trovare numerose attività piccole, spesso a conduzione familiare e spesso legate al mondo della ristorazione che è uno dei filoni principali del mercato occupazionale romano.

I lavori più richiesti a Roma

Proprio quello della ristorazione è il primo grande ambito da monitorare se si vuole vivere e lavorare a Roma. La richiesta di personale in questo settore è un bacino fondamentale se si vuole cercare lavoro a Roma, e le mansioni che si possono svolgere sono le classiche legate a questo mondo. Pertanto se il proprio profilo è quello di un lavoratore con esperienza in ristoranti e bar, Roma può fornire ottime possibilità di occupazione, con la continua ricerca di camerieri, personale di sala, ma anche aiuti cuochi e pizzaioli. Possiamo poi aggiungere che il fenomeno si sviluppa ancora con l’arrivo della stagione estiva e il conseguente picco di presenze nella cosiddetta città eterna.

Proprio legato alla natura turistica di Roma vi sono ottime possibilità d’impiego per tutti quei lavori di natura alberghiera, da svolgere in hotel e ostelli, con particolari possibilità per chi ha dimestichezza con le lingue. Inoltre A Roma sono numerose le possibilità per chi cerca lavoro come guida turistica, soprattutto in ambito strettamente artistico, e pertanto i laureati in storia dell’arte o conservazione dei beni culturali potrebbero trovare interessanti sbocchi lavorativi da poter sfruttare, anche solo per i periodi di intenso traffico turistico.

Oltre a questi due ambiti, distinti tra loto ma complementari, a Roma si possono trovare lavori strettamente legati alla pubblica amministrazione. Essendo la capitale infatti, molti uffici ministeriali e attività para-statali hanno sede qui, e la quantità di bandi e concorsi possibili a Roma è decisamente più alta che in qualunque altra città italiana. Questo rappresenta un vantaggio anche perché sarà possibile affrontare il concorso e solo dopo aver avuto la certezza di aver passato le selezioni si potrà completare il trasferimento nella capitale. 

Infine, ma solo in ultima istanza, i lavori possibili all’interno delle grandi aziende. Questo rappresenta un tasto dolente per Roma, che ha visto negli ultimi tempi una fuga sempre più marcata delle aziende, soprattutto in direzione Milano, considerata oramai dai grandi gruppi industriali e commerciali, come l’unica città italiana di livello davvero europeo. Aziende come Sky, Mediaset ed Alma Viva, hanno spostato la propria sede principale nel distretto economico di Milano, per un vero e proprio esodo che ha portato la perdita di qualcosa come 11.000 posti di lavoro solo nel 2017, per una tendenza che non ha accennato a rallentare negli anni seguenti. Questi cambiamenti hanno portato Roma a diventare con il tempo una città meno legata alla grande industria e alla finanza come poteva essere negli anni addietro, ma un luogo dove trovare lavori legati molto di più alle istituzioni oppure all’ambito turistico.

Vivere e lavorare a Roma

Roma
Veduta di Roma

Se si decide di trovare occupazione stabile a Roma, si dovrà anche pianificare con attenzione un probabile trasferimento nella capitale e per fare questo senza trovarsi di fronte a brutte sorprese è buona regola conoscere tutte le peculiarità che una città grande come Roma si porta dietro. 

Non sono poche le polemiche che sono sorte attorno all’amministrazione comunale negli ultimi anni, e a detta degli stessi abitanti, Roma viene considerata una delle città meno vivibili dell’intero panorama italiano, più per le condizioni strutturali in cui versa la capitale che per la reale difficoltà nel sostenere il costo della vita romana.

Come tutte le grandi città del mondo, Roma possiede una periferia molto sviluppata, con zone dove il costo degli alloggi è in linea con gli stipendi medi, ma che come sempre presentano il rovescio della medaglia dal lato della sicurezza e della tranquillità di vita.

Vivere a Roma: i costi

Se parliamo di costo della vita, vivere a Roma non rappresenta un problema come potrebbe essere per altre città italiane come Milano, oppure europee come Londra. Chiaramente tutto è influenzato dalla zona. I quartieri migliori sono posti tutti al centro della città, con Parioli e Prati come capofila. Qui il livello degli affitti è altissimo, si dovranno avere lavori con stipendi medi molto alti per potersi permettere un’abitazione in queste zone. 

Per la maggioranza dei lavoratori che cercano un impiego stabile a Roma, è quindi meglio concentrare le attenzioni su zone meno care, e sopratutto per chi è impiegato in mansioni di natura stagionale, trovare camere a poco prezzo è sicuramente il primo passo per vivere con tranquillità la propria esperienza lavorativa romana. I prezzi più competitivi in questo senso si possono trovare nei quartieri più periferici, scelti soprattutto da studenti, che spesso sono anche una grossa fetta dei lavoratori romani. I quartieri come Tiburtina, San Lorenzo e Pigneto sono molto scelti per la loro vicinanza alle sedi universitarie con prezzi tutto sommato discreti con stanze che possono partire dai 300-350€ mensili compresi di spese.

Per chi volesse una soluzione equilibrata per quello che riguarda l’alloggio i quartieri migliori sono probabilmente Montesacro e Nuovo Salario, posti in periferia ma relativamente vicini al centro (circa 15 Km) ed estremamente ben collegati ad esso tramite mezzi pubblici, sia autobus di linea che metropolitana. I prezzi per appartamenti di metratura media, sui 70 mq, si aggirano attorno ai 700/800 € mensili spese escluse, e sono un prezzo ottimale per uno stipendio medio.

Altra voce da tenere in considerazione per il costo della vita romano è proprio quella dei trasporti, in quanto una città grande e trafficata come Roma costringe praticamente ad usare i mezzi pubblici. Il costo dell’abbonamento ATAC, varia ovviamente in base alle zone da coprire e parte da una cifra di circa 25€ fino ad un massimo di 75€, sempre da calcolare su base mensile. 

Infine ci sono le spese per il divertimento e il tempo libero, che non risentono troppo del fatto che Roma sia una grande città, con prezzi che rimangono standard e comunque più bassi rispetto a Milano. 

In definitiva possiamo affermare che con uno stipendio medio di 1500€ netti mensili, si può mantenere un tenore di vita accettabile.

Consigli per vivere e lavorare a Roma

Concludiamo la nostra panoramica con qualche consiglio pratico sul vivere e lavorare nella capitale. Roma è una città meravigliosa, che però ha molte peculiarità e disfunzioni tipiche della metropoli, senza però esserlo davvero nel tessuto sociale. Capiterà di doversi scontrare con qualche inefficienza di troppo, sopratutto per chi arriva da centri più piccoli con meno problemi amministrativi. Il consiglio è quello di sfruttare la natura turistica di Roma, e di sceglierla come città in cui vivere sopratutto se si ha esperienza nei lavori legati alle attività turistiche. Una buona tattica per capire se Roma è la città adatta, potrebbe essere quella di cercare un lavoro magari di natura stagionale, che permetta di prendere confidenza con l’ambiente romano e di capire se la città eterna può essere quella in cui mettere radici per tutta la vita.

Le 10 carriere per lavorare nel mondo della bellezza

Hai sempre sognato di lavorare nel campo della bellezza ma non sai esattamente quale carriera intraprendere? Con questo articolo scoprirai quale carriera può essere la più interessante e remunerativa. Considerate che il mondo del beauty, Made in Italy vale più di undici miliardi di euro e le aziende italiane sono quelle di maggiore successo.

Dermatologo

I dermatologi sono medici specialisti in dermatologia e malattie veneree e si occupa della diagnosi e cura le malattie della pelle. Per diventare dermatologo si deve conseguire una laurea in medicina della durata di sei anni. Per poter accedere alla facoltà di Medicina e Chirurgia è necessario superare un test di ammissione. Il lavoro di dermatologo può essere svolto presso una struttura pubblica come un ospedale, presso una struttura privata come dipendente o aprire un proprio ambulatorio per svolgere la libera professione.

Lo stipendio lordo di un dermatologo varia tra i 55,000 euro fino ad un massimo di 145,000 euro. Lo stipendio medio è di circa 85,000 euro, lo stipendio minimo per un praticantato è di 27,000 euro.

Designer Grafico

Metti insieme la grafica, il design e la bellezza. Se hai una passione per questi tre elementi puoi trovare facilmente una professione che ti porta a lavorare per i marchi più famosi del mondo, sempre se sai l’inglese. Oppure per brand italiani (si trovano principalmente tra Milano, Bergamo e Crema) nel campo della bellezza come BIONIKE, nata negli anni ’30 e leader in Italia nel mercato della dermocosmesi. COLLISTAR, nata nel 1983 che si è conquista il primo posto nel mercato globale beautè (trucco e trattamento), DEBORAH MILANO attiva nei prodotti a costi contenuti per il maquillage la cosmetici. DIEGO DALLA PALMA, brand nato dal noto truccatore e visagista, l’azienda è di qualità e nicchia, ma sempre più apprezzato dalle ragazze più giovani appassionate di make-up. Altre aziende italiane molto famose sono anche KIKO MILANO e PUPA MILANO. Il grafico aiuta le aziende a stare al passo con i tempi, capisce i trend e in accordo con il team di chi si occupa dell’immagine dell’azienda crea visibilità di impatto.

Lo stipendio medio è indicativamente di 1,500 euro al mese (27,000 euro all’anno), leggermente inferiore alla retribuzione media di un dipendente italiano che viene pagato mensilmente circa 1,550 euro. Lo stipendio massimo che può raggiungere un designer grafico e’ di 2,700 euro al mese.

Parrucchiere

Se sei appassionato di styling dei capelli sarai sicuramente un ottimo parrucchiere. Il settore include anche la specializzazione della colorazione, dello styling, degli eventi come i matrimoni e le sfilate di moda o anche cura dei capelli per attori e celebrità. La qualifica di parrucchiere si può ottenere in poco tempo, solitamente tre anni. Le strade sono due, una tramite un corso di di due anni e una specializzazione presso un’azienda di acconciatura, la seconda possibilità è tramite un percorso di apprendistato presso un’azienda di acconciature e con un corso finale di formazione teorica.

Il pagamento minimo per un professionista che ha appena iniziato è di circa 700 euro al mese, con la possibilità di crescere ad un valore medio di 1,100 euro fino ad un massimo di 1,850 euro al mese. Si parla sempre di lavoro dipendente, quindi non si considera il libero professionista o l’imprenditore che ha aperto uno studio di acconciature.

Consulente d’immagine

Un consulente d’immagine lavora con l’aspetto delle persone, il loro comportamento e la loro comunicazione. Il lavoro può essere svolto sia come libero professionista, sia come dipendente di un’azienda. La consulenza può essere svolta verso privati oppure verso le aziende. In base a dove si vive è possibile avere più o meno possibilità di poter lavorare con politici, attori, mamme e tante altre persone che hanno bisogno di un “remake” per incrementare la loro autostima. Un’altra figura professionale in ascesa è il Personal shopper, una figura professionale che aiuta le persone a fare acquisti, si pensi ai turisti stranieri che vogliono acquistare il “Made in Italy” senza farsi fregare. Un nostro articolo affronta più in dettaglio il lavoro del consulente d’immagine.

Principalmente il consulente di immagine è un libero professionista, ma quando svolge il lavoro come dipendente può guadagnare indicativamente tra i 30,000 euro e i 40,000 euro all’anno.

Fotografo

Il fotografo al giorno d’oggi anche grazie ai social media come Instagram è tornato in auge, molte persone seguono corsi di fotografia e fotoritocco. Se vuoi seguire questa professione e lavorare nella nicchia della bellezza hai tante possibilità considerando che le riviste, i siti web e tanti altre opportunità sono presenti sul mercato. Un portfolio di lavori è obbligatorio se non vuoi fare una gavetta molto lunga.

I guadagni possono variare tra 1,000 euro per lo stipendio minimo e un massimo di 1,800 euro al mese. Se si diventa liberi professionisti, il guadagno mensile può superare anche i 3,000 euro.

Modello

Non è un lavoro per tutti, per fare il modello bisogna avere una bella presenza e un fisico adeguato se si vuole lavorare con i grandi marchi della moda. Al giorno d’oggi ci sono anche modelli per situazioni particolari come ad esempio le calzature, le acconciature e altro. Per avere successo bisogna diventare un’icona dello stile. Al giorno d’oggi molti modelli svolgono il lavoro online tramite le piattaforme social, principalmente Instagram.

Gli stipendi sono variabili in base a quanto si è famosi, solitamente per un modello professionista lo stipendio varia tra i 25,000 euro e i 40,000 euro. I modelli più famosi sono liberi professionisti e creano direttamente prodotti con il loro nome e brand e possono fare anche diverse centinaia di migliaia di euro.

Chirurgo estetico

Il Chirurgo estetico è uno specialista che si occupa delle malformazioni e miglioramenti estetici del corpo. Sono noti anche come chirurghi plastici. Fare il chirurgo plastico richiede precisione, calma, accuratezza, meticolosità e predisposizione alla cura. È una professione che richiede anni di studio, conoscenze teoriche, tecniche e scientifiche in diversi campi. Per chirurgo è necessaria una laurea in medicina della durata di almeno sei anni e un esame di ammissione per poter iniziare gli studi di medicina.

Il lavoro del chirurgo estetico è molto prestigioso e pagato molto bene, solitamente per chirurgo alle prime armi guadagna indicativamente 48,000 euro all’anno, lo stipendio massimo è di circa 300,000 euro ma in generale lo stipendio medio raggiunge i 125,000 euro. In aggiunta un chirurgo, come il dermatologo, può svolgere la professione come libero professionista prendo la propria clinica e i guadagni, se si è famosi, possono essere molto alti.

Estetista

Si dice che sia il lavoro più bello al mondo grazie al fatto che è dinamico e creativo, essere estetista consente di poter fornire consulenza a trecentosessanta gradi ai propri clienti e tanti volte avere tanti nuovi amici. In Italia il far “Sentire sani e belli” i clienti è una vera e propria professione, molto ricercata dagli istituti di bellezza e centri di benessere come le SPA, terme e dove si cura il corpo. Ricordatevi, “mens sana in corpore sano” diceva un detto latino ed è parte essenziale del benessere mentale e psicologico di una persona. Per diventare estetista è necessario frequentare un corso specializzato riconosciuto dalla regione grazie alle leggi Leggi 845/78 art. 14 e 1/1990 che ne qualificano la professione. Il percorso formativo prevede di imparare tutte le competenze necessarie per svolgere la professione al meglio, una materia molto importante della professione dell’estetista è quella di provvedere al supporto psicologico del cliente.

Parliamo di stipendio, lo stipendio medio di un’estetista è di 950 euro al mese, il minimo si attesta sui 700 euro, inferiore di 600 euro rispetto alla media di uno stipendio italiano, e il massimo è di circa 1,500 euro. Di tutte le professioni menzionate in questo articolo, l’estetista ha lo stipendio più basso.

Cosmetologo

Viene anche chiamato il chimico della cosmetica, è il professionista che si occupa di creare i profumi e le creme per la cosmesi. E’ abituato “A non dare nulla per scontato. Perchè, a volte, ci si dimentica delle cose semplici”. La professione non ha mai avuto problemi di crisi, questi professionisti sono ricercatissimi perchè riescono a creare prodotti che possono essere distribuiti in tutto il mondo e valere diversi milioni di euro grazie anche ai brevetti sui prodotti da loro creati o gestiti. La formazione professionale prevede l’acquisizione di conoscenze relative alle materie prime, alle competenze tecniche e alle capacità di presentazione e di informazione tecnico sanitaria.

Lo stipendio medio di un cosmetologo è di circa 35,000 euro partendo da un minimo di 25,000 euro fino ad un massimo di 50,000 euro. Lo stipendio molte volte è integrato con premi di produzione o royalties sui brevetti.

Truccatore / Truccatore per effetti speciali

Oggi il make up artist è vero e proprio lavoro. Diventare make up artist non è semplice!

Ogni anno centinaia di persone intraprendono gli studi in accademie del trucco ma poche riescono a diventare truccatori. La professione è molto ricercata, ma purtroppo non ha un riconoscimento specifico secondo la legislazione italiana. Per diventare un truccatore bisogna avere una formazione professionale, una certificazione rilasciata da un istituto professionale e delle ottime capacità di interagire con i social media.

I social media sono indispensabili per chi lavora come truccatore, imparare a relazionarsi con i clienti è uno strumento essenziale della professione ed è l’arma vincente che differenzia un truccatore normale da un un truccatore professionista. I clienti possono essere persone famose, attori, compagnie teatrali o set dei cinema dove trucchi ed effetti speciali vanno a braccetto. In aggiunta, i set fotografici e i matrimoni sono ideali per avere un ottimo guadagno come libero professionista.

Lo stipendio minimo per un truccatore è di 20,000 euro, quello medio è di 30,000 euro e quello massimo di 35,000 euro. Come menzionato prima, la libera professione è molto interessante per l’alta remunerazione. Si pensi a tutti i matrimoni e i set fotografici dove un truccatore è obbligatorio.

Spero vi sia piaciuto questo articolo che vi presenta le professioni nel campo della bellezza, iscrivetevi alla nostra pagina facebook ricevere offerte di lavoro inerenti al mondo della moda.

Le lauree che nel futuro varranno meno

A volte, la tua passione e il tuo futuro lavoro non sono sempre allineati con la paga che vorresti avere.

La società Bankrate ha recentemente pubblicato uno studio, basato sui dati dell’American Census Bureau American Community Survey, riguardo le maggiori università americane, i loro tassi di occupazione e il reddito al primo anno dopo la laurea. Lo studio ha analizzato 162 università e 15,000 persone per capire quali università e settori sono i meno pagati o hanno un alto tasso di disoccupazione. Sicuramente la situazione non è esattamente uguale al settore Italiano, ma può dare una indicazione su quali settori possono avere un ritorno economico più interessanti rispetto al tempo dedicato al raggiungimento della laurea.

Il reddito medio calcolato per tutti i partecipanti allo studio era di 55,000 dollari e il tasso di disoccupazione raggiungeva il 2,8 percentuale.

Di seguito, consulta le 10 principali università di minor ritorno economico al primo anno dalla laurea:

  1. Cosmetologia e arti culinarie
    Reddito medio: $ 35.000
    Tasso di disoccupazione: 3,3%
  2. Mass media
    Reddito medio: $ 40.000
    Tasso di disoccupazione: 6,0%
  3. Musica
    Reddito medio: $ 36.000
    Tasso di disoccupazione: 3,1%
  4. Belle arti varie
    Reddito medio: $ 38.000
    Tasso di disoccupazione: 5,7%
  5. Film, video e arti fotografiche
    Reddito medio: $ 37.000
    Tasso di disoccupazione: 6,5%
  6. Belle arti
    Reddito medio: $ 37.000
    Tasso di disoccupazione: 4,8%
  7. Linguistica e linguaggio e letteratura comparati
    Reddito medio: $ 40.000
    Tasso di disoccupazione: 3,9%
  8. Composizione e retorica
    Reddito medio: $ 37.800
    Tasso di disoccupazione: 4,4%
  9. Arti visive e dello spettacolo
    Reddito medio: $ 32.000
    Tasso di disoccupazione: 4,1%
  10. Arti drammatiche e teatrali
    Reddito medio: $ 35.500
    Tasso di disoccupazione: 5,2%

Professione croupier

Rien ne va plus…
Les jeux sont faits…

Tavolo da gioco, dove il croupier gestisce i clienti.

Quante volte avrete sentito queste frasi? Anche se non conoscete il francese, sono espressioni ormai entrate nell’immaginario collettivo e ogni volta che qualcuno le pronuncia, subito il pensiero va a un uomo (ma non è detto), vestito elegantemente, dai modi raffinati, dietro al così detto “tavolo verde”, accanto a una roulette.

Questo “personaggio” – il croupier – visto sicuramente in qualche film, da Casablanca a Casino Royale (primo della serie dei James Bond), da Rain Man a Ocean’s Eleven a Casinò di Martin Scorsese, solo per citarne alcuni, esiste davvero.

La professione di croupier è un lavoro molto serio, molto ricercato e ben pagato.

Chi è il croupier?

Quella di croupier è una professione molto antica. Nel medioevo era molto in voga che ci fosse ad ogni tavolo di gioco un chevalier accroupi, un cavaliere accovacciato, ad affiancare e pronto a servire i partecipanti a un gioco di società. Da questa antica figura deriva quella più moderna ma non meno affascinante di croupier. Anche se non più accovacciato, il croupier ha il compito di assistere e servire i giocatori che si riuniscono intorno al tavolo verde nei casinò: è colui che, in pratica, gestisce i giochi e le scommesse.

Prima di procedere è opportuno fare una digressione e differenziare alcune figure in quanto il croupier propriamente detto gestisce i giochi tradizionali come la roulette francese e chemin de fer 30/40. Invece colui che gestisce solo i giochi di tradizione americana come il blackjack, craps (i dadi), la roulette americana, e il poker è chiamato dealer; infine, i croupier con poca esperienza vengono chiamati pokerboy e lavorano solo ai tavoli da poker.

In questa sede parleremo di croupier riferendoci indifferentemente anche ai dealer e ai pokerboy anche perché le caratteristiche, le competenze il tipo di formazione e le soft skills richieste sono molto simili.

Cominciamo col dire che molti sono i giochi presenti all’interno di un casinò: oltre quelli già citati c’è anche il Baccarat e il Poker Texas Hold’em, forse il più famoso tra le varie tipologie di poker; inutile dire che il croupier deve conoscerli tutti alla perfezione. Il ruolo principale di un croupier è gestire le giocate all’interno di un casinò, controllare e garantire la regolarità dello svolgimento; distribuire le vincite e riscuotere le puntate perdenti sono la sua maggiore responsabilità. Come è risaputo, al casinò, un croupier non maneggia soldi veri, ma fiches e deve essere molto abile e veloce nel farlo. La velocità è una caratteristica fondamentale di un buon “mazziere” (forma italiana, poco usata e sicuramente meno elegante), in quanto più veloce è un croupier, più giocate si possono fare, più il casinò guadagna. Ma oltre alla velocità ci sono molte altre abilità che a un bravo croupier sono richieste: la capacità di maneggiare in maniera impeccabile le fiches, ad esempio, distribuire le carte con destrezza, maneggiare con naturalezza gli strumenti del mestiere come il rastrello per spostare agevolmente le fiches vinte e quelle da riscuotere. Inoltre un bravo croupier deve essere in grado di fare calcoli aritmetici a mente, anche questo in maniera veloce.

Altra caratteristica molto gradita in un croupier è l’avere buone capacità comunicative. Un croupier, oltre ad avere funzioni di controllo e gestione dei giochi, deve essere infatti un buon intrattenitore, attirare clienti al tavolo, e riuscire a farli restare il più a lungo possibile con modi gentili e accattivanti. Occuparsi del customer service è indispensabile. Rientra inoltre nelle competenze del croupier spiegare in maniera chiara e comprensibile le regole del gioco a nuovi avventori: occorre tenere presente che i casinò non sono frequentati solo da giocatori d’azzardo professionisti, habitué del rischio, ma anche da turisti, persone attratte dalla curiosità e che, almeno una volta nella vita – trovandosi in una città in cui è presente un casinò – vogliono provare l’ebrezza di sedersi al tavolo verde. Per questo motivo – sia che si desideri lavorare in Italia o si aspiri a fare carriera in un casinò estero, è bene conoscere almeno una lingua straniera.

Da un punto di vista psicologico chi aspira a diventare croupier non può prescindere da alcune caratteristiche di personalità ben precise: essere determinati e sicuri di sé, ad esempio, sono caratteristiche che contribuiscono a creare per i clienti un clima di fiducia e di affidabilità.

Avere ottime capacità di self-control, essere persone calme e pacate, essere in grado di lavorare con ritmi incalzanti e sotto stress, sapersi relazionare con ogni tipo di cliente, risultano essere soft skills imprescindibili. Inoltre rientra nei compiti di un bravo croupier condividere le gioie per le vincite ma anche sostenere i “perdenti”, non in maniera amicale ma discreta e professionale.

Infine, ma non è un dettaglio di poco conto, un croupier deve essere sempre in ordine, elegante e di bella presenza. Sarà forse quest’ultimo il motivo per cui negli ultimi anni sono aumentate le richieste di croupier di sesso femminile, o forse anche perché nell’immaginario collettivo una bella donna è considerata un “portafortuna” nel gioco: la Fortuna d’altronde è femmina, e la rappresentazione iconografica vuole che la dea Fortuna sia una bella donna bendata.

Come si diventa croupier

Tutte le caratteristiche elencate fino ad ora per fornire un identikit dettagliato di un croupier professionista sono vane senza una adeguata formazione. Ebbene sì, le abilità innate, le attitudini fino ad ora illustrate non bastano e anche se il talento non si insegna, solo una adeguata formazione potrà garantire la possibilità di trovare un buon lavoro in questo settore.

In Italia esistono alcuni corsi di formazione molto seri che offrono opportunità di inserimento nei migliori casinò europei. Ci riferiamo a:

  • Croupier Courses International di Christine Chilton con sede a Palermo
  • Centro di Formazione Croupier con sedi a Milano, Roma, Torino, Abano Terme (PD)
  • Cerus Academy con sede a Roma e Manchester
  • Alcuni casinò organizzano corsi di formazione interni

Per accedere a uno di questi corsi bisogna avere, oltre ad un diploma di scuola superiore, alcuni prerequisiti, che sono più o meno gli stessi per ogni scuola. In primis un aspirante croupier deve avere la fedina penale pulita. Va da sé che in un mestiere delicato in cui si ha a che fare con soldi, molti soldi, avere precedenti penali è un deterrente. Altri requisiti di base sono di tipo fisico: un croupier non può essere daltonico ed è superfluo spiegare il perché, non deve avere in realtà nessun problema di vista né di udito. Sono banditi piercing e tatuaggi in parti del corpo esposte, questo sempre per contribuire a dare un’immagine di sé affidabile anche se perseguendo le leggi implicite di forti pregiudizi. Bisogna quindi essere maggiorenni ma non aver superato i 35/40 anni di età. In alcune scuole (la Croupier Courses International, ad esempio) la mancata conoscenza dell’inglese pregiudica l’ammissione.

Di sicuro questi corsi, della durata di due – tre mesi (circa 120 ore), non sono molto economici. Di solito i costi sono compresi tra i 1.500 e i 2.000 euro + IVA per il corso completo per diventare croupier: per diventare dealer (circa 50 ore) le cifre sono più contenute.

In ogni caso, come vedremo in seguito, sborsare tale cifra potrebbe essere un ottimo investimento per il proprio futuro.

Al termine del corso, in possesso dell’attestato, è possibile entrare da subito nel mondo del lavoro e – di solito – le scuole sopra citate aiutano gli allievi a inserirsi. Così come accade in altri settori, sarà bene diffidare di corsi più brevi, più economici e che promettono mari e monti. Anzi, se già si padroneggia la lingua inglese in maniera impeccabile potrebbe essere vantaggioso frequentare il corso di formazione per diventare croupier nel Regno Unito dove l’offerta formativa è più ampia e di ottima qualità. Altra alternativa è rivolgersi direttamente ai casinò e provare ad accedere direttamente ai loro corsi di formazione interni. In molti casi essi sono alla ricerca di apprendisti, trainee, ed è possibile quindi accedere ai loro corsi di formazione.

Ricordiamo che in Italia i casinò riconosciuti sono solo quattro ed accedervi (sia per la formazione che per una eventuale assunzione) è molto difficile.

Cosa si insegna in queste scuole? Ovviamente i giochi, dai grandi classici, Roulette, Poker, Blackjack (in italiano chiamato anche ventuno) e tutte le variazioni sul tema, e a seguire tutti gli altri. Per i dealer e i pokerboy la formazione sarà specifica solo per alcuni giochi.

Un aspirante croupier dovrà imparare ad allestire il tavolo prima di ogni partita, posizionare in maniera corretta le fiches, apprendere strategie per attirare clienti al tavolo da gioco. Importante, in un buon corso di formazione, è che ci siano anche lezioni per spiegare l’organizzazione interna di un casinò, come funziona, quali le logiche di base.

Sviluppi professionali

Dire che il settore del gioco d’azzardo sta vivendo un boom non è errato, ma neanche corretto. Il gioco d’azzardo è sempre esistito ed è in continua e costante evoluzione. Il gioco può essere annoverato tra i bisogni primari di un individuo: il bambino esplora e conosce il mondo tramite il gioco. Dalla nascita e per tutta la sua vita, l’essere umano avrà sempre bisogno di attività di gioco nel senso più ampio del termine. In questa accezione ampia rientra anche il gioco d’azzardo. Esso non è più e non è mai stato appannaggio dei ceti più poveri, i disperati alla ricerca di facili guadagni con minimi sforzi che poi finivano in miseria i loro giorni. Se diamo uno sguardo al passato, scopriamo che il gioco d’azzardo ha radici molto antiche. I Cesari, gli imperatori dell’antica Roma, avevano una passione smodata per i dadi (l’imperatore Claudio si era addirittura fatto costruire un tavolo speciale per poter giocare a dadi durante gli spostamenti in carrozza). Non solo uomini di potere, politici, ma anche nobili e intellettuali. Basti pensare al filosofo Voltaire, a Casanova, ad alcuni romanzieri russi come Dostoevskij (uno dei suoi romanzi più celebri, il giocatore, è ambientato in un casinò), Tolstoj (che si arruolò per sfuggire a debiti di gioco) ma anche donne come Jane Austen. Nessuno di essi era indifferente al fascino del gioco.

Questa breve digressione per dire che il settore del gioco d’azzardo – gambling – non ha mai avuto momenti di crisi. È un settore in crescita costante e apre le porte a nuove possibilità di impiego lavorativo in quanto necessita sempre più di personale adeguatamente formato.

Il casinò, luogo magico, ricco di stimoli – luci, colori, suoni che può trasformarsi in luogo di disperazione per alcuni, è in realtà un posto di lavoro, con turni, orari, e che a fine mese retribuisce i suoi dipendenti.

Non è necessario, per fare carriera, arrivare a Las Vegas. Esistono casinò rinomati anche in Europa. In Italia sono solo quattro i casinò legali: il più famoso è senz’altro quello di Sanremo cui seguono quello di Campione d’Italia, Saint Vincent e Venezia. Essi sono municipalizzati, i croupier quindi sono dipendenti con regolari contratti stipulati in base ad accordi sindacali ben precisi. In Italia attualmente sono circa 2.500 i lavoratori del settore.

Il nostro Paese è penalizzato da una legge del 1931 che vieta il gioco d’azzardo, e dalla cultura che non vede di buon occhio tali attività ludiche. Ciò nonostante la percentuale di persone affette da ludopatia in Italia è crescente. Il paradosso tutto italiano è che, mentre i casinò reali sono solo 4 e il gioco d’azzardo è perseguito, sono stati legalizzati e regolamentati i Casinò on line. Ben diversa è la situazione all’Estero dove è molto più facile inserirsi nel mondo del lavoro in questo settore e dove le sale da gioco private sono state da tempo liberalizzate. Occorre tenere presente che in un casinò non c’è un solo croupier ma uno per ogni tavolo; ci sono addirittura alcuni giochi come i dadi dove sono necessari almeno 2-3 croupier per tavolo e in alcuni casi anche di più quindi la disponibilità di posizioni scoperte aumenta.

Altra grande opportunità di lavoro per i croupier, soprattutto per i più giovani, coloro i quali non hanno difficoltà ad essere continuamente in viaggio, è farsi assumere nelle sale da gioco delle grandi navi da crociera.

Per essere assunti – come in altri ambiti – bisogna superare delle prove di selezione. Di solito gli aspiranti croupier vengono sottoposti al table test, una vera e propria simulata al tavolo da gioco dove il candidato dovrà sfoderare tutte le sue capacità, quelle di base e quelle apprese nell’arco della sua formazione, per svolgere un’ottima prova e guadagnarsi l’assunzione. Ovviamente se si aspira ad essere assunti nei più rinomati casinò quali ad esempio Montecarlo o Las Vegas, le selezioni saranno più severe e molti di più i candidati da sbaragliare.

L’ultima innovazione nel settore è l’istituzione di casinò on line dove un giocatore può scommettere comodamente seduto sulla poltrona di casa sua, ma con croupier dal vivo, in un casinò reale, che gestisce le giocate. La prima iniziativa in questo senso è partita dalla città di Cordoba (in Argentina). Il croupier dal vivo per giochi online dà maggiori garanzie di trasparenza e correttezza al giocatore poiché a gestire il gioco è un essere umano e non un software.

Quello di croupier, come avrete capito, è un lavoro che richiede molti sacrifici e, come abbiamo visto, tra le sue caratteristiche bisogna annoverare una grande capacità di reggere lo stress, di avere a che fare con clienti di non sempre facile gestione, con turni massacranti svolti soprattutto nelle ore notturne, nei festivi e nei weekend, stando in piedi per ore. Ma tali sacrifici saranno ben ricompensati da stipendi che possono raggiungere cifre ragguardevoli. Ovviamente le retribuzioni variano in base al contesto lavorativo, alla città in cui si trova il casinò, da quanto è “famoso” e ben frequentato. Un croupier all’inizio della sua carriera può guadagnare tra gli 800 e i 1200 euro cui vanno aggiunte le mance, e non sono rari i casi in cui i clienti che incassano grosse vincite siano poi molto generosi con il croupier del tavolo. Addirittura le mance ricevute in un mese potrebbero essere superiori al 50% della paga di base se non di più.

Quella di croupier è una professione che offre anche notevoli possibilità di carriera.

Un croupier esperto, con almeno due anni di esperienza, ad esempio, che ha fatto un buon avanzamento di carriera divenendo ispettore o supervisor, una figura che controlla l’operato degli altri croupier, guadagna cifre dai 2000 euro in su. Lo step successivo nella carriera di un croupier, dopo essere stato ispettore, è quello di diventare prima assistente del pit boss e poi pit boss, e cioè colui che gestisce e controlla un’intera area di gioco con diversi tavoli, e coordina il lavoro degli ispettori. Lo stipendio di un pit boss può superare facilmente i 5000 euro. L’ultimo gradino in cima alla piramide è diventare manager, assumere cioè la direzione del casinò. Elevatissime sono le competenze richieste per diventare manager, anche in materia gestionale e legale rispetto alle normative vigenti nel Paese in cui è collocato il casinò che si dirige, elevatissimi sono i rischi del mestiere, ma altrettanto elevate saranno le retribuzioni percepite.

Non vi resta, signori, che fare il vostro gioco!

Cerco lavoro a Milano: in quali aziende, come vivere e lavorare

Per chi cerca lavoro in Italia, Milano è una tappa quasi obbligata. Del resto stiamo parlando della città che è considerata la vera capitale economica del paese, dove si concentrano le maggiori attività produttive e dove anche le grandi aziende fissano le loro sedi principali.

Pertanto le occasioni di lavoro sono numerose, e le possibilità di trovare un’occupazione si moltiplicano rispetto ad una normale città italiana. La tendenza infatti ha visto negli anni Milano attrarre un numero sempre maggiore di persone che giungono nel capoluogo lombardo nella speranza di trovare uno sbocco lavorativo permanente, e il fenomeno dell’emigrazione interna, soprattutto dal sud, ha caratterizzato enormemente una larga parte della storia sociale e lavorativa italiana.

Ma oltre alla ricerca di un lavoro quali sono le altre caratteristiche di una città come Milano, e cosa si deve tenere in considerazione in vista di un eventuale trasferimento verso il capoluogo lombardo? La nostra guida alla ricerca di un lavoro a Milano fornirà tutte le risposte necessarie.

duomo milano

Offerte di Lavoro a Milano

Come noto l’attrattiva principale di Milano, e il motivo per cui attira numerose persone, è quello di un bacino enorme di offerte di lavoro che si concentrano in questa città. Non a caso si parla di Milano come la capitale economica d’Italia, e moltissime aziende decidono di avere strategicamente il loro head-quarter proprio in questa città. Pertanto se si cerca un lavoro in ambito amministrativo in una grande azienda, il trasferimento a Milano è un passo quasi obbligato se non si vuole rimanere tagliati fuori dalle possibilità di carriera. 

Per inquadrare meglio la situazione vediamo qualche dato a supporto, in modo da capire con precisione la reale importanza di essere a Milano per trovare un lavoro che conta.

A  Milano vi sono circa 3600 imprese a proprietà estera che generano complessivamente oltre 176 miliardi di euro di fatturato. Sostanzialmente metà delle multinazionali estere ha deciso di avere una sede a Milano, da cui possono sovrintendere al mercato italiano se non addirittura a quello europeo. 

La tendenza è quella della gestione amministrativa e il terziario fa assolutamente la parte del leone. Molte di queste grandissime aziende hanno infatti i siti produttivi dislocati fuori dalla città se non addirittura dal paese, ma allo stesso tempo mantengo la loro sede direzionale a Milano.

Sfruttando anche l’onda lunga di Expo 2015, Milano si è trsformata in uno dei centri operativi e direzionali più rilevanti d’Europa e si conta che la sola presenza delle multinazionali nel capoluogo lombardo generi circa 280 mila posti di lavoro, molti dei quali ad alta specializzazione.

La lista delle aziende di grande fama presenti a Milano è infita, e per dare un’idea di massima basta vedere questo breve elenco che riporta le principali, con sedi allocate soprattutto nel centro della città:

  • Google
  • Sky
  • Fastweb
  • Samsung
  • Apple
  • Facebook
  • LinkedIn
  • Microsoft
  • Amazon 
  • Alibaba
  • Allianz
  • Bnp Paribas
  • Deutch Bank
  • Amundi
  • Prysmian
  • Coca Cola
  • Nestlè
  • Gucci
  • Ralph Lauren

Sono tutti nomi importanti di mega imprese da miliardi di fatturato annui. I posti di lavoro per queste grandi realtà sono in continua mutazione, e la richiesta di professionalità è sempre alta con una rotazione continua delle posizioni lavorative.

Al momento ad esempio, solo parlando delle aziende elencate in precedenza ci sono centinaia di offerte e posizioni aperte per trovare un impiego a Milano in uno di questi colossi.

unicredit tower milano

I lavori più richiesti a Milano

Vista la scala di grandezza delle aziende interessate si deve fare anche un discorso relativo al tipo di mansioni maggiormente richieste a Milano.

Partiamo da un presupposto di base, che riguarda il tessuto lavorativo della città: a Milano le possibilità sono davvero enormi, perché si possono trovare un numero di aziende e di diverse posizioni aperte che possono incontrare ogni tipo di qualifica e formazione.

Poi chiaramente si deve fare un distinguo, tra quello che può essere un lavoro standard senza particolari qualifiche o skills richieste, e quei lavori più prestigiosi che possono dare notevoli soddisfazioni, anche economiche, e che richiedo una preparazione e una formazione di livello più alto. Infatti si deve pensare a Milano non solo come città dove è più facile trovare lavoro, ma anche come il luogo dove curare la propria carriera, tant’è vero che spesso ci si trasferisce nel capoluogo lombardo non per cercare un lavoro ma per fare dei passi avanti nella propria vita professionale, cercando di entrare in contatto diretto con una realtà più grande e posti di maggiore responsabilità.

Inoltre per alcuni settori Milano è da considerarsi la città primaria, quella dove tutti i grandi player internazionali sono presenti e dove si concentrano le maggiori opportunità. Pensiamo ad esempio al mondo della moda, che vede in Milano una delle capitali mondiali assieme a Parigi e poche altre città. Se si vuole lavorare nel mondo del fashion, Milano è una scelta pressoché obbligata, in quanto tutti i maggiori marchi mondiali hanno una sede milanese, e la ricerca di figure professionali per questi colossi della moda è sempre attiva.

Oltre al campo della moda, anche tutto quello che è lavoro di tipo creativo e amministrativo è estremamente ricercato a Milano. Con l’esplosione delle nuove tecnologie, tutti i lavori legati al mondo del digital hanno visto aumentare le richieste da parte delle grandi aziende, che si sono dovute affrettare a cercare le figure che potessero completare gli organici in questo senso.

Altro campo dove lavorare a Milano è praticamente obbligatorio è quello della finanza. Basti pensare che nella città della Madonnina sono impiegati oltre 10 mila operatori del settore finanziario e che vi sono sedi di 200 banche delle quali 40 sono istituti di credito esteri. E naturalmente non si deve dimenticare che Milano è la sede della borsa italiana, altra grande opportunità di lavoro per gli operatori del settore finanziario.

Vivere e lavorare a Milano

Strettamente legato alla condizione del cercare lavoro a Milano è il capitolo relativo al vivere nel capoluogo lombardo. Milano è una città complessa, la più popolosa d’Italia se contiamo anche tutto l’hinterland circostante, e viverci in pianta stabile prevede una pianificazione preliminare su numerosi aspetti.

Anzitutto se si vuole vivere a Milano bisogna avere chiaro che il costo della vita è maggiore rispetto ad altre città italiane, e che quindi si dovranno cercare lavori con stipendi medi più alti per potersi mantenere dignitosamente. La difficoltà spesso sta proprio in questo punto dell’esperienza di lavoro milanese, perché gli stipendi mensili nelle grandi aziende seguono standard diversi da nazione a nazione senza diversificarsi troppo per le situazioni particolari dettate dalla città dove si offre il lavoro. Pertanto si corre il rischio concreto di vivere a Milano con uno stipendio che sarebbe considerato buono per altre città, ma che si rivela basso per la realtà meneghina.

Vivere a Milano: i costi

La cosa che maggiormente incide sul costo della vita a Milano è senza dubbio la spesa per l’alloggio, con affitti alti anche per stanze singole se ubicate in zone centrali della città. Ad esempio una stanza singola in zona centrale può arrivare a costare anche tra i 500 e i 600 euro mensili, mentre se si cerca un monolocale il prezzo sale fino a 1000 euro mensili. Come capita spesso per risparmiare si deve volgere lo sguardo verso la periferia che garantisce prezzi più abbordabili, ma rende decisamente più scomodi gli spostamenti, nonostante un trasporto pubblico ben organizzato e fornito di corse continue verso il centro. Rimanendo nell’argomento relativo ai trasporti, per muoversi a Milano è fortemente sconsigliata la macchina, quindi al costo mensile di un affitto più le bollette è sempre bene aggiungere quello dell’abbonamento ATM, cioè dell’azienda che gestisce ed organizza ilo trasporto pubblico milanese. Il costo di questi abbonamenti sale in base alla distanza da coprire ma mediamente con un spesa di 35 euro mensili si può sottoscrivere un abbonamento.

Abituarsi a Milano come città dove lavorare

Ultimo fattore fondamentale se si decide di provare l’esperienza lavorativa a Milano è quello di sapere bene e con precisione che la città meneghina ha ritmi e peculiarità del tutto diverse da ogni altra città italiana.

Milano è per antonomasia la città frenetica, dove tutto viene fatto subito e alla massima velocità quindi soprattutto nei primi tempi sarà assolutamente difficile adattarsi ad uno stile di vita totalmente nuovo, in particolare se si arriva da un piccolo centro abitato, con abitudini molto diverse. La cosa si riflette ovviamente anche sui ritmi di lavoro, che saranno molto più serrati rispetto a tutte le altre realtà. Sapersi adattare in fretta a questo stile di vita è la base per avere successo nella propria esperienza lavorativa milanese.

La professione dell’apicoltore

La parola apicoltore che cosa vi fa venire in mente?

Chi è un apicoltore? Cosa fa? Come lo fa?

Pochi sanno rispondere a queste domande. Nella migliore delle ipotesi, di solito si pensa alla figura dell’apicoltore come a un signore con un buffo scafandro che lo ricopre da capo a piedi, cappello a falde larghe e retina davanti al viso, mentre raccoglie da simpatiche casette, dette arnie, il miele fatto da piccole api industriose; miele che poi verrà messo in romantici vasetti con etichetta scritta a mano, copertura in stoffa a quadretti e nastrino.

Bene, non è proprio così. O meglio, non è solo così. Quello di giocare all’apicoltore può essere un hobby, ma può diventare anche una professione vera e propria che – come tutti i mestieri fatti con serietà, richiede un bagaglio di conoscenze specifiche, pazienza e un grande amore per la natura.

È una professione particolare, che suscita molta curiosità e spesso anche ammirazione. Chi decide di intraprendere questa professione parte sicuramente dalla voglia di fare un lavoro all’aria aperta, lontano da uffici e spazi chiusi dove le giornate sono scandite da cartellini da timbrare, permessi da chiedere e tempo che prevalentemente viene gestito da un superiore al quale bisogna rendere conto.

Chi è interessato alla produzione di miele per consumo personale (ma anche di altri prodotti come la cera, la propoli, il polline, la pappa reale, ad esempio) può dedicarsi all’apicoltura come attività di svago, trascorrendo il proprio tempo libero all’aperto, fra prati o boschi, lontani dal traffico, dai palazzi, dagli schiamazzi e dall’inquinamento cittadino, ristabilendo un contatto diretto con la natura. Comprare e mantenere un alveare non costa neanche troppo. Il prezzo di acquisto di uno sciame è abbastanza contenuto, così come l’acquisto delle casette e degli accessori non prevedono certamente l’accensione di un mutuo. Un po’ più impegnativi, invece, sono i costi da sostenere per l’acquisto delle attrezzature per la smielatura.

Dalla creazione allo sviluppo dell’alveare, alla cura delle api

Fare l’apicoltore non è detto però che debba restare solo un simpatico hobby. Molti cominciano per passione ma spesso, giorno dopo giorno, questa si trasforma in qualcosa in più, diventando anzi fonte di un discreto reddito, una seconda entrata per arrotondare piacevolmente lo stipendio riuscendo a mantenere, allo stesso tempo, anche il proprio lavoro quotidiano.

Ma quella di apicoltore può diventare una vera e propria professione, considerando che il settore della produzione di miele offre grandi opportunità e soddisfazioni economiche alla luce di un consumo di miele e derivati in forte crescita, specialmente nel nostro Paese.

Se si è proprietari di più di trenta alveari non possiamo più parlare di hobby ma di professionisti del settore.

In Italia gli apicoltori, da una sorta di censimento, sembrano essere circa cinquantamila, di cui più della metà si dedicano con passione alla cura degli alveari per l’autoconsumo di miele, mentre la restante parte si dedica a questa attività per immettere sul mercato i prodotti derivanti dal lavoro instancabile delle api. Forse è superfluo ricordarlo, ma il miele non è l’unico prodotto che questi meravigliosi insetti ci donano. In commercio troviamo numerosi rimedi naturali per la salute, come ad esempio integratori a base di pappa reale, o al propoli che ha proprietà pari a un potente antibiotico senza gli effetti collaterali del farmaco, alla cera vergine d’api.

I numeri oggi

Gli alveari presenti sul territorio nazionale sono circa 1,5 milioni secondo l’Anagrafe Apistica Nazionale (dati del 2018). Il settore apistico – il cui valore è stimato intorno ai due miliardi di euro – è in costante crescita (+5% nel 2017). I consumi di miele pure sono in costante aumento, ma non è così, purtroppo, per la produzione: i cambi climatici, la siccità, i fenomeni naturali che cambiano repentinamente le condizioni termiche, influiscono negativamente sugli sciami e sulle loro attività produttive. Le api sono insetti delicatissimi che svolgono un ruolo fondamentale nel nostro ecosistema come vedremo più avanti.

Ciò ha portato, parliamo dell’Italia, negli ultimi anni a una drastica riduzione della produzione del cosiddetto “oro biondo”. Secondo la Coldiretti, si è passati da venti milioni di chili del 2016 a poco più della metà dell’anno successivo. Ciò ha comportato, dati gli elevati consumi, alla necessità di importare il prodotto dall’estero superando i ventitre milioni di chili (un aumento stimato, da un anno all’altro, intorno al 4%), ed è un peccato se pensiamo che in Italia abbiamo una ampissima varietà climatico-vegetazionale e vantiamo apicoltori con altissima professionalità che hanno, col tempo, sviluppato metodologie e tecniche per implementare la produzione di mieli che sono diventati un’eccellenza a livello mondiale. Anche per la produzione del miele, infatti, il Made In Italy è ormai garanzia di qualità.

A fornire questi dati è l’Osservatorio Nazionale del Miele. L’Osservatorio monitora numeri, fa statistiche e ci dice anche che «Oltre a un’infinità di millefiori, che rappresentano con una varietà indescrivibile di colori, aromi e sapori le associazioni floreali dei diversi territori, il nostro Paese può contare su oltre trenta monoflora classificati».

Soprattutto le regioni del Nord vantano la maggiore densità di alveari: al primo posto c’è la Lombardia con 136.799 alveari, al secondo posto c’è la regione Piemonte con 113.325 alveari e al terzo l’Emilia Romagna con 104.556. Anche questi dati, in continuo aggiornamento, sono forniti dall’Osservatorio Nazionale del Miele. L’80% – circa 900.000 – degli alveari censiti in Italia è gestito da persone (individui o soggetti giuridici) che hanno fatto dell’allevamento delle api una professione da cui ricavare guadagno.

Formazione e normativa

Sia che si tratti di un hobby o di una professione, fare l’apicoltore richiede necessariamente una formazione specifica oltre che aggiornamento continuo: le innovazioni tecnologiche per la cura e la salvaguardia delle api sono all’ordine del giorno. È fondamentale, inoltre, tenersi informati sui metodi di prevenzione per le nuove malattie, le tecniche di raccolta e le norme legislative che regolamentano la professione.

Infatti, altra cosa dalla quale un apicoltore non può prescindere, è conoscere le normative ed essere edotti su quali permessi e autorizzazioni sono necessari per svolgere l’attività in tutta tranquillità. Conoscere, ad esempio, la procedura HACCP – acronimo della locuzione inglese Hazard Analysis and Critical Control Points, e cioè sistema di analisi dei rischi e di controllo dei punti critici, che consiste in un insieme di procedure che garantiscono la salubrità dei cibi grazie alla corretta conservazione degli stessi e ad accurate misure di prevenzione della contaminazione degli alimenti in tutte le fasi della preparazione – non è solo utile ma addirittura fondamentale.

Parliamo quindi di formazione specifica. Per diventare apicoltore bisogna seguire un corso professionale cui può accedere chiunque poiché non sono richiesti titoli particolari.

È impensabile dedicarsi all’apicoltura senza conoscere perfettamente la materia viva con cui si andrà a interagire, occorrerà dunque conoscere tutto sulle api: dal ciclo di vita alla riproduzione; dalle abitudini al comportamento; i rischi che corrono le api soprattutto a livello ambientale, ma anche per una cattiva gestione o per errori umani, e l’uso errato di pesticidi può tranquillamente rientrare in quest’ultima categoria.
Quello che è certo è che non ci si può improvvisare apicoltori. Sono da considerarsi fondamentali buone basi teoriche per interagire con un essere vivente così delicato e importante per il nostro ecosistema. Il corso professionale di apicoltore dovrebbe fornire le basi di discipline scientifiche come la biologia, l’ecologia e la botanica.

Numerose sono le Associazioni presenti sul territorio nazionale che si occupano di formare adeguatamente nuovi apicoltori con corsi base sia per chi è agli inizi di questa affascinante e difficile professione, sia per chi è già esperto e ha bisogno di aggiornarsi sulle ultime innovazioni tecnico-scientifiche. Ovviamente ogni corso di formazione contempla, oltre la parte teorica, una necessaria quantità di lezioni “sul campo” in senso letterale e pratico.

Al termine della formazione è fondamentale l’affiancamento – almeno per una stagione – con un apicoltore in piena attività. Quello di apicoltore è sì un mestiere che si ruba con gli occhi, ma non prescinde da un’adeguata formazione in aula. Sarebbe opportuno trovare un apicoltore “anziano” che sappia trasmettere il suo saper fare acquisito in anni di esperienza.
Al termine di questo percorso si potrà dare l’avvio alla propria vita da apicoltore con l’individuazione di un luogo adatto, l’acquisto dei materiali necessari e in primis uno sciame.

Ma attenzione! Non è possibile, in Italia, collocare i propri alveari dove si vuole. L’individuazione del luogo richiede il rispetto di alcune regole e – cosa importantissima – è obbligatorio comunicare la georeferenziazione degli stessi alveari. In caso di spostamenti bisognerà ottenere il parere favorevole – e conseguente autorizzazione – del veterinario in quanto la salute delle api è di sua competenza.

Per l’acquisto di uno o più sciami converrà rivolgersi ad apicoltori già affermati, e in qualche modo conosciuti, per evitare il rischio di sciami ammalati. Si sconsiglia vivamente il reperimento di uno sciame in natura poiché la procedura è molto complessa e potrebbe richiedere molto tempo.
Individuato il luogo, possibilmente un terreno o un campo il più possibile riparato ma ben assolato, lontano da smog, inquinamento di vario genere, lontano quindi da centri abitati e ottenuti permessi e autorizzazioni, bisognerà pensare anche a un posto dove eseguire tutte le operazioni per il trasferimento del miele in barattoli; a seconda se si tratterà di occuparsi di una produzione casalinga e per uso personale o se invece saranno le grandi quantità di un’attività commerciale, occorrerà avere a disposizione strutture adeguate dove svolgere tali operazioni su piccola, media o grande scala. Se si è agli inizi, per produrre e vendere miele bisogna necessariamente aprire la Partita Iva. Anche la vendita dei prodotti inoltre richiede permessi e autorizzazioni.

Se l’obiettivo che ci si pone è consumo personale o la messa in vendita dei prodotti, cambieranno i costi: si va da un investimento di poche centinaia di euro per una colonia di api e relative attrezzature (affumicatore, leva, separatore) oltre ai costi di gestione del favo durante l’anno (alimentazione di soccorso, cure in caso di malattie, sostituzione eventuale dei favi) a investimenti di capitali più cospicui se si ha intenzione di entrare sul mercato in maniera più incisiva.

La FAI, Federazione Apicoltori Italiani ci illustra alcune fondamentali regole da seguire per chi intende intraprendere la professione di apicoltore soprattutto se si decide di fare l’apicoltore come lavoro che rappresenti una reale fonte di guadagno.

Per prima cosa bisogna sapere che, in questo caso, si dovrà necessariamente improntare le proprie colonie al nomadismo: bisognerà cioè trasferire periodicamente le proprie api in base alle fioriture. Affinché un’attività possa risarcire degli iniziali investimenti, bisognerà avere un centinaio di alveari se non di più (e, quindi, maggiore impegno economico iniziale).

Le procedure non sono semplicissime soprattutto per chi è alle prime armi, e non s’intende di questi argomenti. Per questo motivo le varie Associazioni nazionali presenti sul territorio mettono a disposizione consulenze, competenze e supporto.

Ci potrebbe essere la possibilità di farsi finanziare dalla CEE per la propria attività di apicoltore (dalla formazione all’acquisto dei materiali etc..), ma per far ciò l’attività deve essere in compartecipazione al 50% con l’amministrazione nazionale competente.

Esistono inoltre incentivi e agevolazioni anche a livello di Comuni o Regioni per chi avvia un’attività di tipo agricolo. Formarsi e informarsi, soprattutto per gli adempimenti burocratici, è importante per ridurre i costi e capire i meccanismi del marketing di settore.

Gli apicoltori, occupandosi delle api in generale, e non solo nelle loro fasi produttive, hanno una grande responsabilità. Le api sono insetti protetti – non solo perché produttrici di miele – e fondamentali per mantenere la biodiversità, è necessario dunque tutelarle il più possibile. Purtroppo inquinamento, cambiamenti climatici, uso di pesticidi, stanno mettendo a dura prova la loro vita. La diminuzione degli sciami e delle api regine rappresenta un grosso danno per l’uomo, tanto che si dice che dal giorno in cui spariranno le api dalla terra in cinque anni ci sarà l’estinzione del genere umano.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, come l’utilizzo dei sensori che già da tempo trovano largo impiego nell’agricoltura per controllare la salute dei campi, è possibile contribuire maggiormente alla salvaguardia della specie. Esiste addirittura una startup italiana chiamata “3Bee” che permette un monitoraggio continuo dello stato di salute delle api dando la possibilità di eseguire interventi immediati e risolutivi limitando i danni. Si parla addirittura di creare un database mondiale dove ogni apicoltore potrebbe inserire i dati relativi ai propri alveari e fare così delle inferenze statistiche per prevenire malattie e morte degli insetti.

Alla luce di quanto detto non sorprende che l’Onu, nel 2018 abbia indetto una giornata mondiale dell’ape (20 maggio) per ricordare l’importanza di tale insetto per la nostra ecologia.

C’è da aggiungere che un apicoltore professionale è chiamato a svolgere anche un altro ruolo importante e di grande responsabilità: la disinfestazione. Nel caso sia necessario disinfestare una zona dalle api, ecco che l’unica figura professionale autorizzata a farlo è, appunto, l’apicoltore. Non è possibile ricorrere a ditte specializzate. L’apicoltore interviene in maniera adeguata per non far morire le instancabili produttrici del biondo nettare e trasferirle in un luogo più sicuro dove potrà prendersene cura.

Quanto si guadagna con le api?

Ma fare l’apicoltore può diventare un lavoro concretamente redditizio? Ovviamente per poter avviare l’attività, come abbiamo visto, occorre predisporre un investimento iniziale abbastanza cospicuo. Gli introiti deriveranno non solo dalla produzione e vendita di miele biologico a privati, negozi o industrie dell’alimentazione, ma anche dalla vendita del servizio di impollinazione entomofila, fondamentale per il mantenimento di una varietà di prodotti vegetali commestibili. Inoltre un apicoltore può trarre reddito anche grazie a produzioni meno sviluppate di quella del miele, ma che comunque hanno un loro mercato come: la produzione di veleno d’api, di cera d’api, propoli e pappa reale. Ed è possibile anche guadagnare dalla vendita di sciami o delle sole api regine ad altri apicoltori di recente formazione, interessati a intraprendere tale hobby o professione.

Un aspetto da non trascurare, che pure richiede impegno, pazienza, formazione e perché no un po’ di fortuna, è la parte relativa al marketing, all’immissione e alla diffusione dei propri prodotti nel mercato, al farsi conoscere e comunicare la qualità dei propri prodotti, creare un’immagine affidabile e professionale di sé stessi (o della propria azienda) e della nostra produzione.

Più l’impianto di coltivazione è grande, più si avviano produzioni su vasta scala, maggiori saranno gli introiti, ma va da sé che maggiori saranno anche i costi di avviamento. Sarà utile avvalersi – nel caso non si abbiano le competenze – di un contabile, una figura che ci aiuti a calcolare bene spese e ricavi per evitare, in fase di bilancio, brutte sorprese.

Aziende apistiche, con produzioni annue di circa 150 quintali di miele, possono ottenere, a seconda del tipo di miele prodotto, fatturati fino a centotrentamila euro all’anno. La situazione è molto diversa chiaramente per i piccoli imprenditori, che magari fanno attenzione al biologico e hanno anche una vendita diretta, visto e considerato che il prezzo del miele ha raggiunto se non superato i 12 euro al chilo. Di sicuro chi è agli inizi della professione non riuscirà ad avere subito grossi guadagni poiché si dovranno ammortizzare le spese degli investimenti iniziali, ma se quella di fare l’apicoltore è da sempre stato il sogno nel cassetto, basterà avere passione e pazienza.

In questo lavoro, come in tutti i lavori che dipendono strettamente dall’andamento della natura, delle stagioni ecc. non bisogna avere fretta. I tempi sono lenti, le produzioni seguono il loro ciclo, i loro ritmi, che possono essere incostanti, possono subire brusche impennate o – al contrario – arresti forzati.

Ciò che alla fine premia è la qualità dei prodotti ottenuti e la soddisfazione di aver contribuito, guadagnando bene, a preservare l’ambiente e la vita di queste preziose operaie e del nostro pianeta.

Come diventare Consulente del Lavoro

Il Consulente del Lavoro è quella figura professionale a cui si affidano le aziende per gestire il personale nell’ambito della legislazione vigente in materia di lavoro. Per legge, tutte le aziende sono tenute ad una serie di adempimenti in campo di gestione del personale per cui è necessario affidarsi ad una figura specializzata: il Consulente del Lavoro.  

I Consulenti del lavoro in Italia sono 27.000, hanno circa 100.000 dipendenti, amministrano circa 1.250.000 aziende con 8 milioni di addetti, redigono 1.550.000 dichiarazioni dei redditi e esercitano funzioni di conciliazione o di consulenza di parte o di consulenza tecnica del giudice in oltre 100.000 vertenze di lavoro. 

business e consulenza del lavoro

Quanto guadagna un Consulente del Lavoro

Negli ultimi anni è diventata una professione molto ambita: per un consulente del lavoro competente, conosciuto e affidabile il guadagno mensile può arrivare a superare i 3.000 euro. Lo stipendio medio è di circa 1770 € netti al mese, ma bisogna dire però che essendo un libero professionista, non è facile individuare un reddito preciso di riferimento, dal momento che il guadagno varia in base al numero di aziende che segue, alle loro dimensioni, a quante mansioni svolge, etc.  

Allo stesso tempo, fare una media del reddito è fuorviante, perché dobbiamo considerare coloro che hanno appena iniziato la professione così come i professionisti più affermati e titolari di studi professionali. Ma possiamo tranquillamente affermare che è una professione molto remunerativa: tra le professioni più remunerative in base al reddito dichiarato all’Agenzia delle Entrate, al primo posto ci sono i notai, poi i commercialisti e quindi al terzo posto i consulenti del lavoro. Le prospettive occupazionali sono buone, dal momento che è una figura essenziale soprattutto per piccole e medie imprese, che rappresentano il modello principale del tessuto produttivo italiano.  

Spesso i servizi di Consulente del Lavoro sono offerti ai clienti dagli studi di Commercialista. In questi casi, lo studio si appoggerà comunque ad un Consulente del Lavoro esterno. Nel caso di grandi studi, spesso questi rapporti possono diventare esclusivi, e soprattutto per chi ha iniziato da poco l’attività può essere conveniente essere assunti come dipendenti, dal momento che confrontarsi da subito con la concorrenza di professionisti affermati può essere rischioso. Per questo molti iniziano come dipendenti, con un guadagno minore ma sicuro, prima di intraprendere la carriera da libero professionista. 

Cosa fa il consulente del lavoro 

consulenza lavoro

Le mansioni del consulente del lavoro riguardano tutto ciò che ruota attorno alla normativa in materia di lavoro, sia per le grandi aziende che per le piccole e medie imprese. Le attività principali del consulente del lavoro consistono in: 

  • Inquadrare i dipendenti all’interno dell’azienda; 
  • informazione sugli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori; 
  • tenuta del libro matricola, libro paga e prospetti paga; 
  • Denunciare i lavoratori occupati agli uffici INPS e INAIL e agli uffici del Ministero del Lavoro; 
  • Studio e gestione dei criteri e delle modalità di retribuzione; 
  • Occuparsi della selezione e formazione del personale; 
  • Ricoprire il ruolo di consulente nei contenziosi; 
  • Effettuare servizio di consulenza in materia di lavoro; 
  • Offrire consulenza tecnica di ufficio o di parte; 
  • Esercitare controllo ed eventualmente denunciare attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. 

Per svolgere al meglio questi compiti, il consulente dovrà avere specifiche competenze in ambiti come: 

  • Diritto privato e pubblico 
  • Diritto del lavoro, sindacale e tributario 
  • Elementi della normativa sulla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori in tutti i settori di attività privati e pubblici 
  • Normativa sul mercato del lavoro 
  • Normativa previdenziale e pensionistica 
  • Normativa sui contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) 
  • Adempimenti e scadenze fiscali 
  • Economia aziendale 
  • Elementi di ragioneria 
  • Normativa in materia di tutela della Privacy 
  • Procedure di gestione del personale 
  • Elementi di normativa fiscale e tributaria 
  • Sistemi retributivi 
  • Tecniche di gestione contabile e finanziaria e della contrattazione 
  • Vocabolario tecnico fiscale, del lavoro e della legislazione sociale 

Come si può facilmente intuire, è un lavoro che comporta una gran mole di responsabilità, dal momento che errori o interpretazioni sbagliate delle norme possono portare a grandi danni economici per le aziende. Il Consulente del Lavoro è tutelato legalmente nella misura in cui, secondo sentenza della Cassazione,  

“deve considerarsi responsabile verso il cliente in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge e in genere nei casi in cui possa ravvisarsi negligenza o imperizia, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la responsabilità del professionista medesimo a meno di dolo o colpa grave”. 

cassazione

Il percorso per diventare consulente del lavoro 

Come abbiamo appena visto, le competenze che deve possedere il consulente del lavoro sono molteplici. Per diventare consulenti del lavoro è richiesto una formazione universitaria che sia basata sull’acquisizione di nozioni e competenze economico-giuridiche: i percorsi di studi possibili sono una laurea triennale o quinquennale presso facoltà di giurisprudenza, economia, scienze politiche, per la precisione: 

  • scienze dei servizi giuridici; 
  • scienze politiche e delle relazioni internazionali; 
  • scienze dell’economia e della gestione aziendale; 
  • scienze dell’amministrazione; 
  • scienze economiche; 
  • scienze giuridiche. 

Oppure una laurea quadriennale in giurisprudenza, in scienze economiche e commerciali o in scienze politiche, nello specifico: 

  • giurisprudenza; 
  • scienze dell’economia; 
  • scienze della politica; 
  • scienze delle pubbliche amministrazioni; 
  • scienze economico-aziendale; 
  • teoria e tecniche della formazione e dell’informazione giuridica. 

L’ultima opzione è il diploma universitario o la laurea triennale in consulenza del lavoro

Una volta concluso il percorso di studi, è obbligatorio un praticantato (tirocinio obbligatorio) di diciotto mesi presso uno studio di un consulente del lavoro iscritto all’albo da almeno cinque anni. I primi sei mesi di praticantato possono essere anche svolti durante la formazione universitaria, in presenza di una specifica convenzione universitaria. È obbligatoria l’iscrizione al Registro dei praticanti tenuto dal Consiglio dell’Ordine provinciale. 

Il tirocinio richiede diligenza, assiduità e una regolare frequenza dello studio professionale, in maniera che il praticante possa acquisire tutti i fondamenti scientifici, tecnici, etici e deontologici della professione, insieme alla metodologia e alle competenze necessarie allo svolgimento delle mansioni del Consulente del Lavoro. 

Nello specifico, il praticante deve frequentare lo studio professionale per almeno 20 ore settimanali, sotto diretta supervisione del professionista indicato al Registro come affidatario, partecipando attivamente alle attività caratterizzanti la professione di Consulente del Lavoro. Il Consiglio dell’Ordine provinciale predispone un fascicolo formativo per il praticante, sul quale lo stesso praticante dovrà indicare le attività professionali e formative a cui ha partecipato o assistito, e questo registro dovrà essere convalidato dal professionista affidatario, sottoscrivendo le attività dichiarate dal praticante. 

Iscrizione all’albo 

Una volta completato il percorso di formazione, per esercitare la professione bisogna iscriversi all’Albo dei Consulenti del Lavoro, dopo aver superato l’esame di Stato per ottenere l’abilitazione. 

L’esame di stato si svolge una volta l’anno è costituito da prove scritte e orali sulle seguenti materie: 

  • Diritto del lavoro; 
  • Diritto tributario; 
  • Diritto costituzionale;  
  • Diritto privato; 
  • Diritto penale; 
  • Legislazione sociale; 
  • Economia aziendale. 

L’esame è strutturato in due prove scritte, la prima un tema su materie del diritto del lavoro e della legislazione sociale e la seconda una prova teorico-pratica in diritto tributario, seguite da una prova orale incentrata sulle materie di diritto del lavoro, legislazione sociale, diritto tributario, elementi di diritto privato, pubblico e penale e nozioni di ragioneria, con particolare riguardo alla  rilevazione del costo del lavoro ed alla formazione del bilancio. 

Una volta superato l’Esame di stato, la condizione per esercitare la professione è l’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro, presso l’Ordine provinciale, mediante l’apposita istanza di iscrizione (corredata da marca da bollo e due fototessere) e il versamento di 168 € di tassa di concessione governativa. Per iscriversi all’Albo non devono essere in corso rapporti di lavoro alle dipendenze dello Stato, per cui non si può essere impiegati della Pubblica Amministrazione, sia a livello nazionale che locale. Inoltre l’iscrizione all’Albo è incompatibile con l’attività di giornalista professionista, per i dipendenti degli istituti di patronato o delle associazioni sindacali dei lavoratori, per gli esattori di tribut e, i notai. 

Gli Ordini provinciali sono più di 100 sul territorio nazionale, e sono coordinati dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, organo della pubblica amministrazione che gestisce anche l’organo previdenziale dei Consulenti del Lavoro, l’ENPACL. 

Oltre all’iscrizione all’Albo dei Consulenti del Lavoro è obbligatoria anche la formazione professionale continua, che prevede il raggiungimento di minimo 50 crediti formativi ogni due anni, di cui 6 nelle materie di ordinamento professionale e codice deontologico; in ciascun anno formativo è obbligatorio conseguire almeno 16 crediti. Ogni Consulente del Lavoro può beneficiare, nel biennio, di un debito formativo per un massimo di 9 crediti, i quali dovranno essere recuperati nei primi sei mesi del biennio successivo. I crediti formativi si ottengono attraverso la frequenza di corsi di aggiornamento in aula organizzati dai vari Consigli degli Ordini provinciali o di altri eventi che possono essere organizzati anche da associazioni di iscritti agli albi e da altri soggetti, autorizzati dal Consiglio Nazionale. Per ogni ora di frequenza viene riconosciuto un credito formativo. Attività formative come docenze, pubblicazioni o simili possono contribuire per un massimo di 30 crediti, e il 40% dei crediti complessivi può essere ottenuto grazie ad attività di e-learning.  

Professione massaggiatore

Nell’immaginario collettivo la professione di massaggiatore, soprattutto se declinata al femminile, dà spesso adito a facili ironie e fraintendimenti.
Tale professione, e sottolineiamo professione, paga lo scotto di un pesante pre-giudizio come tutte le professioni che si occupano del benessere e del piacere dell’individuo.

Quella di massaggiatore è una professione in piena regola, che non può essere improvvisata, e che investe chi la esercita di una serie di responsabilità, che richiede una formazione specifica, diversa in base agli ambiti in cui si deciderà di andare a operare.

In realtà già nell’antichità erano note le proprietà benefiche dei massaggi in grado di alleviare dolori muscolari e non solo dovuti a malesseri non per forza di natura organica. Da questa primordiale intuizione molta strada è stata fatta, ma intorno alla professione di massaggiatore c’è ancora molta confusione.

Proveremo, qui di seguito, a fare un po’ di chiarezza.

Le specializzazioni del massaggiatore professionista

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

La prima cosa da dire è che dobbiamo distinguere i professionisti del massaggio in medicali e non medicali. Alla prima categoria appartengono ad esempio i Fisioterapisti. Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

Come si legge nel decreto legislativo n° 741 del 14.09.94: “il fisioterapista è l’operatore sanitario in possesso del diploma universitario abilitante, che svolge in via  autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti a eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita”.

Si diventa fisioterapista dopo un corso di laurea triennale in fisioterapia. Il fisioterapista interviene in area sanitaria come tecnico della riabilitazione.

In questa sede ci occuperemo dei professionisti afferenti alla seconda categoria e cioè ad alcune, tra le tante, professioni di massaggiatore che non rientrano nelle categorie sanitarie come ad esempio:

  • Massaggiatore Olistico
  • Massaggiatore Shiatsu
  • Massaggiatore Sportivo
  • Massaggiatore Estetico

La prima cosa da ribadire è che tali professionisti non sono operatori sanitari e non eseguono prestazioni di tipo medico. Non è negli obiettivi dei massaggiatori non medicali (a prescindere dalle tecniche di intervento che adottano) andare a risolvere o intervenire o curare patologie mediche specifiche. Nel momento in cui va a intervenire, un massaggiatore sa bene – e questo deve essere chiaro anche al suo cliente – che il suo intervento non è e non deve essere sostitutivo di un intervento di tipo terapeutico; infatti, un massaggiatore non medicale non fa diagnosi, non prescrive farmaci né terapie di altro genere.

Poiché mettere “le mani addosso” alle persone è un lavoro di grande impegno e responsabilità, anche i professionisti di questo settore devono mostrare competenze, abilità, devono rispettare un codice etico e soprattutto devono formarsi in maniera adeguata seguendo corsi specifici, fare molta pratica e tenersi sempre aggiornati professionalmente.

Il massaggiotore Olistico e del Benessere

Un massaggiatore olistico si differenzia su molti punti dalle categorie professionali che si occupano di massaggi in area sanitaria. Allo stesso modo non può essere paragonato neanche alla figura professionale di osteopata né a quella di chiropratico.

Sia l’osteopatia sia la chiropratica sono considerate pratiche mediche non convenzionali. Ciò non toglie che un osteopata e un chiropratico (divenuti tali dopo un corso specialistico) possano essere in possesso di una laurea in medicina. Ma tali figure professionali, senza il supporto di un percorso di studi di tipo universitario in medicina non possono – al pari di un operatore olistico – effettuare diagnosi e prescrizioni farmacologiche, rilasciare certificati o effettuare indagini diagnostiche.

Un massaggiatore olistico effettuando interventi non invasivi, si occupa dell’individuo nella sua interezza. Olistico infatti deriva dal greco olos e significa appunto tutto intero.

Spesso capita che nella cura delle patologie, di qualunque natura esse siano, i professionisti della salute si concentrino su ciò che non va, sulla malattia, perdendo di vista l’individuo. L’operatore olistico, in generale, parte dall’individuo nel suo complesso nella sua complessità. Attraverso le tecniche di massaggio mira a far sperimentare al soggetto un’esperienza di benessere. Il massaggio olistico non interviene su una zona soltanto, ma la manipolazione riguarda tutto il corpo del soggetto. Il tatto, il semplice appoggiare le mani sul corpo della persona che si sottopone a un massaggio olistico attiva un flusso comunicativo tra massaggiatore e cliente. I benefici sono a 360°: dalla respirazione che diventa più regolare, alla pelle che diventa più rilassata ed elastica, alla sensazione di benessere generalizzato che agisce direttamente anche sull’umore dell’individuo. Non basterà certo una seduta di massaggio per risolvere tensioni emotive profonde, dare stabilità all’umore di persone ciclotimiche: per queste e altre cose è bene sempre rivolgersi a professionisti del settore come gli psicologi. Ciò non toglie che stress situazionali, momenti “pesanti” della propria esistenza, disagi emotivi transitori, possano trovare sollievo anche grazie ad accurati trattamenti legati al corpo perché – è bene dirlo – l’antica suddivisione cartesiana tra mente e corpo è ormai passata di moda. Mente e corpo sono due aspetti della stessa medaglia, legati indissolubilmente: testimonianza di ciò è l’alta incidenza delle malattie psicosomatiche.

La figura professionale di Massaggiatore Olistico e del Benessere, è una figura ben precisa regolamentata da leggi, considerata attività legittima secondo la Costituzione Italiana (art. 3, 4, 35 e 41) e dal Codice Civile (art. 2060, 2061, 2229) oltre che in virtù della legge 4 del 14 gennaio 2013 (libertà nell’esercizio delle professioni non organizzate in ordini o collegi). Fermo restando il fatto di non sconfinare nelle professioni sanitarie.

Il massaggiatore Shiatsu

Altra categoria professionale molto ambita e ricercata è quella del Massaggiatore Shiatsu.

I massaggi Shiatsu, insieme ai massaggi Ayurvedici e a quelli Thai sono tra le tecniche più conosciute di massaggio orientale.

Lo Shiatsu più che una tecnica di massaggio può essere considerata una filosofia di vita importata dalla cultura giapponese ma che da anni ha conquistato l’Occidente sempre alla ricerca di un modo per creare e mantenere un equilibrio tra mente e corpo, cosa in cui la tradizione secolare orientale eccelle. Le tecniche del Massaggio Shiatsu sono molto antiche: esse si basano su una manipolazione del corpo tramite digitopressioni su punti nodali corporei ed emozionali. Ricordiamo che la parola Shiatsu deriva dall’unione di due parole Shi che significa dito, e Atsu che significa pressione.

Lo Shiatsu è più di una tecnica rilassante o di un metodo per sciogliere le contratture: essa può essere considerata una pratica complessa che mira a “sbloccare” le energie dell’individuo. Potremmo semplificare dicendo che – anche se potrebbe sembrare un paradosso – le tecniche Shiatsu decomprimono tramite una pressione.

Il massaggio Shiatsu interviene non solo sul corpo ma anche sulla mente e sulla parte “spirituale” dell’individuo, per ritrovare l’equilibrio delle parti, creare o ricreare un’armonia. Tale tecnica non ha nulla a che fare con le manovre tipiche di altri massaggi. Nello Shiatsu non si muovono le mani sul corpo in maniera generica, ma si va a lavorare su quelli che sono definiti i Cinque Pilastri dell’Armonia: pressione, respiro, perpendicolarità, postura, sensazione.

Tali tecniche si possono apprendere frequentando un corso di massaggio Shiatsu, formazione specifica da perseguire dopo aver ottenuto un diploma per la professione di massaggiatore. In Italia tale corso è riconosciuto ed è la conditio sine qua non per accedere a una specializzazione secondaria in tecniche orientali, tra cui appunto lo Shiatsu.

Già con la qualifica di massaggiatore – ottenuta tramite diploma – si può accedere al mondo del lavoro. Avere un’altra specializzazione (o più di una) è sinonimo di maggiore competenza, aggiornamento professionale, indice di serietà e affidabilità.

Nello specifico, la formazione Shiatsu presuppone una durata di almeno due anni, ed è una formazione che mira non solo a trasferire all’allievo le principali tecniche di digitopressione, ma si occupa di immergere gli aspiranti esperti in un modus operandi che corrisponde a una filosofia di vita.

Anche un fisioterapista – che ricordiamo essere un professionista del massaggio di tipo medico-riabilitativo – dopo il percorso di laurea in fisioterapia, può ampliare il suo bagaglio di conoscenze tramite la frequentazione di un corso di massaggio Shiatsu.

Ma, attenzione! non esiste un solo tipo di massaggio Shiatsu. Esistono tre stili, proposti da maestri diversi e scuole di pensiero affini ma che hanno preso direzioni differenti:

  • Shiatsu Masunaga – dove la ricerca di equilibrio e armonia avviene tramite il rilassamento dei muscoli e la regolarità del respiro. Questa tipologia, utilizza massaggi fatti con entrambe le mani e col corpo stesso del massaggiatore
  • Shiatsu Namikoshi – la cui caratteristica principale è di associare alle tecniche di digitopressione sui vasi sanguigni e linfatici, sulle ghiandole del sistema endocrino e sulle terminazioni del sistema nervoso anche alcuni principi della medicina Occidentale.
  • Shiatsu Ohashi – in cui la relazione tra il massaggiatore e il corpo di chi riceve il massaggio è fondamentale.

Il massaggiatore sportivo

Altra categoria professionale che si occupa di massaggi non medicali, ma che opera in un contesto molto specifico è quella del Massaggiatore Sportivo.

Il campo di azione è intuitivo. Tale professionista interviene sugli atleti, qualunque sia lo sport da essi praticato e il livello agonistico raggiunto, al fine di migliorare le loro prestazioni o a scopo riabilitativo in seguito a un infortunio – su indicazione del medico curante. Il massaggio sportivo inoltre, praticato con costanza, aiuta a prevenire patologie muscolari. Il massaggiatore sportivo pratica le manovre adatte a ogni fase della gara e – oltre che in palestra o a bordo campo – col suo diploma di formazione specifica potrebbe essere chiamato a operare anche in strutture specializzate in medicina dello sport, negli ospedali o – come tutte le altre categorie di massaggiatori – può operare anche privatamente nel proprio studio.

La qualifica di massaggiatore sportivo si ottiene dopo un corso di formazione regolamentato sia a livello nazionale che regionale.

Massaggiatore estetico

Altro ambito in cui il massaggiatore professionale è molto richiesto è il campo dell’estetica.

Il massaggiatore estetico interviene sul corpo di un soggetto per favorire il suo benessere generale ma mira anche a migliorarne l’aspetto fisico. In base alla sua formazione il massaggiatore estetico può avvalersi di differenti tecniche di massaggio oltre che di materiali che favoriscono l’azione tonificante, drenante, rilassante sul corpo come ad esempio oli, cosmetici, unguenti, materiali naturali come fanghi, alghe, pietre calde o anche strumenti tecnologici come elettrostimolatori. Tra i massaggi estetici più richiesti troviamo il massaggio anticellulite o il massaggio linfo-drenante.

Anche la qualifica di massaggiatore estetico si ottiene dopo un corso specifico.

A prescindere dalla tipologia di massaggio, dalle tecniche specifiche apprese, tutti i corsi di formazione di massaggiatore professionale dovrebbero prevedere una parte di formazione di base sull’anatomia umana, sulle connessioni muscolo-scheletriche, correlati psicologici, fondamenti di fisiologia, del sistema cardiocircolatorio e respiratorio, oltre – ovviamente – alle tecniche di manipolazione corporea specifiche per ogni tipologia di massaggio come ad esempio tecniche per massaggi dimagranti per i massaggiatori estetici, decontratturanti per i massaggiatori sportivi o lezioni ad hoc dedicate all’equilibrio psico-fisico dei chakra, nel caso in cui si decida di specializzarsi nei massaggi orientali. Questo permette a ogni massaggiatore professionale, dopo un accurato ascolto e un’approfondita conoscenza del cliente, di indirizzarlo verso la tipologia di massaggio a lui più funzionale e congeniale: rilassante con movimenti lenti e ampi, tonificante con movimenti più veloci ed energici, massaggi che agiscono su zone precise del corpo o che mirano a effetti specifici e si servono di strumenti e materiali naturali.

In un tempo dove lo stress è diventato una costante che genera malessere psico-fisico, dove si è alla ricerca di equilibrio interiore e benessere e, perché no, di piacere, di esperienze sensoriali appaganti e rigeneranti, ecco che la professione di massaggiatore è diventata sempre più ricercata. Moltissimi sono gli sbocchi professionali e gli ambiti d’impiego di tali figure: dai centri benessere, alle palestre, dai centri estetici ai grandi alberghi al cui interno ormai c’è sempre una spa, dagli impianti termali, ai centri fitness, a domicilio dei clienti, sulle navi da crociera ecc. La figura del massaggiatore professionale è molto richiesta e inoltre nulla vieta a tale professionista di avviarsi alla professione privata. La legge lo consente: quella di massaggiatore – come abbiamo visto – è una professione riconosciuta e regolamentata giuridicamente (legge n° 4 del 14 gennaio 2013), che si può esercitare liberamente purché non sconfini nell’ambito delle professioni sanitarie.

La normativa è relativa ai massaggiatori che operano presso strutture pubbliche o private. Per chi decide di lavorare come libero professionista la regolamentazione giuridica è a livello regionale o locale. In questi casi è bene per un professionista del massaggio che desidera agire come lavoratore autonomo, di aprire la partita iva e informarsi bene su tutte le incombenze burocratico-amministrative e fiscali da adempiere per svolgere la propria professione con serenità e al meglio. Per chi si muove in ambito privato, ancora più importanti sono i corsi di perfezionamento, l’aggiornamento professionale, la cura della propria immagine professionale con pubblicità e operazioni di marketing tipo proporre dei pacchetti, o dei percorsi benessere.

C’è da aggiungere che non esiste un albo professionale dei massaggiatori: chiunque in possesso di attestati o diplomi può operare nel campo dei massaggi, eccetto per i massaggi di tipo terapeutico per i quali, ricordiamo, sono abilitati solo i fisioterapisti.

Data la crescente richiesta di figure professionali di questo tipo, grazie anche a una tendenza – soprattutto negli ultimi anni – a scivolare verso un fenomeno di moda, la professione di massaggiatore può dare molte soddisfazioni anche da un punto di vista economico. Sia che il massaggiatore operi come dipendente (soprattutto se opera in contesti di un certo livello come resort, catene di grandi alberghi, centri termali in località turistiche) sia che decida di intraprendere la carriera privata. Le possibilità di crescita anche intraprendendo il percorso di lavoro autonomo ci sono: lavorare bene, avere uno studio ben tenuto, magari in una zona “in” della città, fornire servizi aggiuntivi come ad esempio aprire uno studio in collaborazione con altri professionisti del settore, potrebbe dare un’immagine di maggiore serietà e affidabilità – due parole che in questo settore sono fondamentali. Lavorare bene, aiuta a dare visibilità. Anche in questo settore il passa-parola funziona molto bene.

Essendo una professione molto ambita, date anche le buone possibilità di guadagno, tantissime sono le proposte di offerte formative: diversi i prezzi sul mercato e pochi i requisiti minimi richiesti per l’iscrizione. Questo potrebbe far incappare in personale poco motivato, persone senza un’etica professionale che invece di procurare benessere possono anche provocare danni o peggiorare situazioni che andrebbero trattate in altro modo. La garanzia di serietà e affidabilità in questi casi è data dal bagaglio formativo ed esperienziale: in questa professione, più che in altre, l’esperienza è la migliore maestra.

A prescindere da quale sarà il professionista che si preferisce, è importante ricordare che gli interventi che esso effettuerà saranno sempre personalizzati. Prima di scegliere un massaggiatore, accertatevi delle sue effettive competenze: più ne ha, più tecniche è in grado di utilizzare per calibrare il trattamento sul cliente specifico, più sarà un professionista preparato e aggiornato.

Bisogna ricordare che gli interventi devono essere sempre personalizzati, ritagliati su voi stessi, come fossero un abito di sartoria: diffidate dunque di quegli esperti che non iniziano la seduta con un’approfondita chiacchierata esplorativa su quelle che sono le vostre difficoltà, i vostri desideri, i vostri bisogni in quel particolare momento. Ogni trattamento è unico e personale e deve partire dall’individuo: cioè da voi, dai vostri desideri, dalle vostre percezioni. Fidatevi e affidatevi. Fatto questo, non resterà che godersi i benefici di un massaggio professionale.